Il bellissimo simulacro ligneo di San
Giovanni Elemosiniere, conservato nella chiesa Madre di Casarano,
prezioso dal punto di vista artistico ma ancor più prezioso sotto il
profilo sacro e devozionale (da
esso sgorgò il sudore durante il miracolo del 31 maggio 1842)
non rende giustizia all’iconografia ufficiale del Santo. L’immagine di
Casarano presenta un’evidente “latinizzazione” delle vesti
indossate dal Patriarca alessandrino. Eppure sappiamo benissimo che il
patriarcato di Alessandria d’Egitto era, ai tempi di San Giovanni, (ed è tuttora)
di rito greco ortodosso. La Chiesa ortodossa si differenzia da quella
Romana, oltre che per le Liturgie, anche per le vesti e i paramenti
ecclesiali. Il mezzobusto casaranese rappresenta san Giovanni con il
piviale (1) di foggia romana (caratterizzato dal
“razionale”(2),
il fermaglio con pietra preziosa puntato sul gancio e dallo “scudo”, non
visibile, cucito sulle spalle, segno della progressiva sclerotizzazione di
un antico cappuccio);
negli indumenti posti sotto il mantello, si scorgono un lembo della
stola (3)(di
colore uguale al piviale)
indossata ad uso romano (i
vescovi,
ed i sacerdoti fuori della Messa, la portavano semplicemente pendente sul
petto) e il
cingolo per sostenere il camice (4). Altro
particolare è rappresentato dalle “chiroteche” (5),
con le quali sono ricoperte le mani del Patriarca; sono
guanti di seta ricamata che indossavano i vescovi e i prelati nella
celebrazione delle funzioni pontificali. Il pastorale con
croce patriarcale (6), l’anello della mano destra
(7) e la croce pettorale (8), tutti in argento,
insieme alla mitra “cornua” con le “vittæ” (di
tradizione romana) (9) sono
posteriori alla realizzazione della statua.
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1 - piviale | |
2 - razionale | |
3 - stola | |
4
-
camice | |
5
-
chiroteche | |
6 - pastorale | |
7
- anello |
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8 - croce pettorale |
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9
- mitra |
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| Tutte
le immagini del Santo, presenti in Casarano, fanno esplicito riferimento a
questa iconografia; ecco alcuni esempi: |
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In questa tela,
San Giovanni è raffigurato col piviale mentre distribuisce la comunione,
secondo il rito romano. (si notano le particole nella pisside e l’ombrello
usato per accompagnare il Ss.mo Sacramento all'interno della chiesa
o all'esterno). | |
Tutte queste raffigurazioni
si discostano notevolmente dall’immagine che è rappresentata su un antico
“santino” stampato nei primi anni del Novecento (tipografie
Rinaldini - S.Biagio dé Librai – Napoli).
Anzitutto sono le vesti liturgiche ad apparire diverse: infatti il Santo
veste il “sacco” e non il piviale. Il sacco, indumento della
chiesa ortodossa, non ha aperture e si infila direttamente dal capo. Si
nota, anche, come sia lungo il lembo dell’ ”epitrakilion”,
che si scorge sotto il sacco, corrispondente alla stola romana (che,
invece, non supera il ginocchio). Le mani sono libere da guanti mentre sul
sacco è appuntato l’ ”omoforio”, segno
distintivo episcopale, corrispondente al pallio utilizzato dai metropoliti
occidentali. Il segno più inconfutabile, però, è rappresentato dall’”epigonatio”,
un’insegna onorifica ortodossa. Essa è rappresentata dal rombo pendente
alla destra del Santo ed è tuttora in vigore nella Chiesa greco ortodossa.
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Il
primo santino riproducente l’originale del novecento, disegnato dal
pittore Antonio Toma. Segni liturgici
episcopali ortodossi:
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1. EPIGONATIO |
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2. SACCO |
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3. OMOFORIO |
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4. MITRA |
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5. PASTORALE |
In passato, i rapporti fra
Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa non erano dei migliori e il tentativo
di “latinizzazione” dei santi orientali era molto diffuso. Ecco come,
probabilmente, appariva la statua ai tempi della sua realizzazione:
Anche l’originaria mitra era di foggia romana,
bicuspidale con le due infule pendenti. A riprova di ciò, tutte le
immagini di San Giovanni presenti in chiesa Madre (statua dell’altare,
statua sulla facciata esterna, tele del Tiso nel coro…) e riconducibili
nella prima metà del 1700, rappresentano il Santo con la mitra “bicuspidale”. | |
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 | Museo della
Valletta – Malta “San Giovanni Elemosiniere” | Chiesa
di San Giovanni Elemosiniere – Venezia
Tiziano: San Giovanni Elemosiniere | |
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PROBABILI CONCLUSIONI | |
Fra il 1600 e il 1700, la statua lignea di
San Giovanni, proveniente da Venezia, giunge a Casarano; rappresenta il
Santo vestito con paramenti liturgici di stile romano (piviale, stola
pendente sul petto, mitra bicuspidale, chiroteche…). Da quel momento,
tutte le successive immagini del Patrono si uniformano a tale
raffigurazione (vedi tele del Tiso nel coro, statua in pietra sulla
facciata della chiesa, statua dell’altare…). Verso la seconda meta del
1700, il feudatario di Casarano, Duca Giacomo D’Aquino (1718-1788),
fervente devoto, incarica alcuni tipografi della Germania di stampare
diverse immagini del Santo. In quello stesso periodo, viene costruito, in
chiesa Madre, l’altare “intra oratorium”, (nella sagrestia) per la
conservazione del Ss. Sacramento, durante la settimana santa. La pala di
questo altare (distrutto nei primi anni ’70) è un dipinto ad olio dove san
Giovanni è rappresentato in maniera insolita rispetto all’iconografia
classica: invece di distribuire elemosine, riceve alcuni pellegrini che
gli offrono doni e mercanzie. Un particolare che si discosta dalle
immagini precedenti, è la mitra “cornua”. Che sia una copia delle
immaginette stampate in Germania? Sta di fatto che, in seguito, il presule
è raffigurato con questo tipo di mitra (statua della colonna, quadro di
via Astore, statua di San Giovanni “piccinnu”, conservata in chiesa
Madre…) e dopo la stampa di nuovi “santini” nel primo Novecento,
riaffiorano i paramenti ortodossi. Anche la statua lignea viene dotata,
oltre che ai vari oggetti in argento, di alcuni preziosi copricapi a due
punte.
San Giovanni Elemosiniere, come San
Nicola, entrambi vissuti oltre 4 secoli prima del grande scisma del 1054,
rappresentano ancor oggi, un traite d’union fra la Chiesa di Roma e
la Chiesa di Costantinopoli, interessate, ultimamente, in un progressivo
riavvicinamento dopo secoli di divisioni ed incomprensioni.
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Santino -Ediz. F. Rinaldini e F.
- Napoli
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Mi sono posto più volte la
voglia di studiare l'argomento che segue, ora che ho
ricevuto per e-mail questa ricerca svolta da Fabio
Cavallo, sempre preciso nei dettagli, la pubblico senza
aggiungere altro che i complimenti per l'ottimo lavoro.
Pino De Nuzzo
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La collegiata di
Casarano
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Due anni prima che si celebrasse il solenne rito
di consacrazione e dedicazione, (domenica 4 aprile 1723)
la parrocchia Matrice di Casarano fu elevata al grado di chiesa
collegiata, il 23 aprile 1721 con bolla vescovile di
mons. Antonio Sanfelice. L'istituzione della collegiata,
sia pur "ad instar" (1),
portò all'erezione nella chiesa stessa, del Capitolo
clericale, un collegio di sacerdoti preposti al decoro e
al culto delle varie liturgie che si celebravano nel
tempio.
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Le chiese collegiate. |
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Le collegiate
erano del tutto simili alle cattedrali ma, mancando la
figura del vescovo, non rappresentavano il senato
episcopale né coadiuvavano al governo diocesano. Esse
facevano da corona alla chiesa vescovile e i membri
appartenenti, oltre a curare le cerimonie liturgiche,
erano tenuti a far vita comune insieme. Potevano essere
collegiate a pieno titolo o collegiate "ad
instar". Ciò che differenziava le due tipologie di
chiese era l'onorificenza di "canonico" del
quale si fregiavano i componenti delle prime; le seconde
erano formate da semplici sacerdoti (2). Luogo
deputato per la recita dell'Ufficio, la partecipazione
alla messa "conventuale" e le eventuali riunioni
capitolari era il coro (o aula capitolare), posto dietro
l'altare maggiore (3). Sulla
parete che guardava frontalmente l'altare, vi erano gli
scranni riservati alle "dignità" del Capitolo,
mentre gli altri posti spettavano ai partecipanti.
L'ordine superiore era esclusivamente riservato ai
sacerdoti mentre i cosiddetti "beneficiari
minori" (chierici, accoliti, mansionari…)
occupavano posto nell'ordine inferiore. Il Capitolo poteva
essere "curato" o "non curato". Il
primo attendeva anche alla cura d'anime della parrocchia
tramite un parroco curato che solitamente era membro tra
le dignità. Il primo passo per la soppressione delle
collegiate si compì con le leggi n. 3848 del 1867 e 1403
del 1873 che prevedevano la scomparsa dei capitoli
collegiali non curati, esclusi quelli presenti a Roma e
nelle diocesi suburbicarie (4). La
revisione dei Patti Lateranensi fatta nel 1984, durante il
governo Craxi, mise termine alla vita delle collegiate che
durarono giuridicamente fino al 31 dicembre 1986. Le
chiese collegiate furono riportate al grado di semplici
parrocchie. (5)
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La collegiata
di Casarano: ebdomadari e dignità. |
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Il Capitolo
curato collegiato di Casarano contava, intorno alla prima
metà del Settecento, ben 17 sacerdoti partecipanti,
chiamati "ebdomadari" (dal lat. ebdomada=settimana).
(6)
Essi, in base ad appositi sorteggi riportati su liste e
registri conservati nella sagrestia, venivano
settimanalmente destinati a celebrare le messe legatizie
sugli altari della Matrice. Nelle messe solenni (Natale,
Pasqua, San Giovanni…) dovevano assistere alla liturgia
seduti nel coro con l'abito corale (abito talare nero,
cotta bianca e mozzetta violacea), intenti a cantare o
rispondere ai vari momenti della celebrazione. La prima
dignità del Capitolo era l'arciprete (il primo
prete) che nella stragrande maggioranza dei casi, fungeva
da parroco. A lui spettavano le celebrazioni in
"pompa magna" e aveva il privilegio di cantar
messa con la presenza del diacono e del suddiacono (7).
L'arciprete riscuoteva la maggior tariffa per pagamento di
messe e presiedeva nel coro durante l'Ufficio e le
riunioni periodiche. La seconda dignità presente nel
Capitolo casaranese era l'Arcidiacono, (il primo
dignitario). Era l' "alter ego" dell'arciprete
e, in alcune occasioni, lo sostituiva nelle celebrazioni (8).
Egli, che a dispetto del nome, era sacerdote, designava
periodicamente gli ebdomadari per l'ufficio di diacono e
di suddiacono, nelle messe solenni (9). Terza
dignità a seguire era il cantore, il quale
spettava di intonare in canto gregoriano, le lezioni
dell'Ufficio e i canti propri e le antifone della Messa.
Il primicerio, quarta dignità dopo l'arciprete era
il preposto all'educazione dei beneficiati minori, i quali
in rare occasioni officiavano come diaconi. Spesso, però
taluni gradi di dignità erano semplicemente conferiti per
pura onorificenza (10). Due altre
figure cosiddette "tecniche" completavano la
composizione del Capitolo: il vicario foraneo,
rappresentante episcopale nella foranìa di zona (11)
e il procuratore, che gestiva gli affari economici
del sodalizio. Ovviamente la figura del vicario era scelta
direttamente dal vescovo mentre il procuratore veniva
eletto in forma segreta dai componenti del Capitolo, ogni
anno a fine agosto. Per questioni della massima
importanza, venivano tenuti in considerazione anche il primo
anziano e il secondo anziano che sedevano
rispettivamente alle estremità degli scranni frontali. |
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Le processioni. |
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Al Capitolo
erano riservate le solenni processioni dell'anno, quella
del "Corpus Domini" obbligatoria per norma del
diritto canonico e quelle patronali di San Giovanni e
della Madonna della Campana, chiamate, per l'appunto
"capitolari". C'era l'obbligo della
partecipazione di tutti i membri, se non impediti da cause
gravi, e si disponevano in file per due secondo il
seguente schema.

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Nelle processioni ordinarie, l'arciprete
(o colui che trasportava il reliquiario) era affiancato
dall'arcidiacono e dal cantore che gli tenevano i lembi
della cappa magna (il piviale liturgico). Per le processioni
solenni, due ebdomadari o i mansionari vestiti coi
paramenti del diacono e del suddiacono attendevano a tale
servizio. La berretta nera era obbligatoria per tutti
mentre la mozzetta con pelliccia di ermellino, che era
cucita davanti, era usata nelle occasioni solenni. Il
privilegio di portare questo raffinato paramento era
esclusivamente concesso dal Pontefice, con biglietto
chirografo (12). |
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Le esequie
funerali. |
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Le esequie
funerali competevano esclusivamente al Capitolo cittadino,
indipendentemente dalla parrocchia di appartenenza del
defunto. Le esequie erano classificate in due riti: il
duplice e il semplice. Le esequie di rito duplice, a loro
volta si distinguevano di I e II classe. Per il rito
duplice di prima classe si pagava al Capitolo l'offerta
"sana" (=intera) per cui il funerale era
celebrato con solennità. Il clero salmodiante, partendo
dalla chiesa Madre arrivava a casa del defunto per la
levata del cadavere. L'arciprete, o un sostituto, vestiva
con cappa magna nera sollevata dai diaconi, con dalmatica
scura e veniva preceduto dai sacerdoti in mozzetta
violacea. In chiesa, si recitava l'ufficio dei Morti
al quale seguiva la Messa cantata solenne. Il cadavere
veniva poggiato di fronte all'altare maggiore, sul
"catafalco", ingombrante costruzione di legno
addobbata con paramenti scuri. La bara si circondava da
ceri accesi. Al termine dell'officiatura, il Capitolo
accompagnava il corteo "… fino all'ultima casa di
via Matino…" come prescriveva l'ordinamento dei
riti capitolari. Simile alla prima classe era il funerale
di seconda il quale, però, essendo pagato a "mezza
offerta" (menza 'nferta) era privo del carattere
di solennità. Il clero vestito con l'abito corale
(talare, cotta, mozzetta e stola nera) muoveva a casa del
defunto per poi dirigersi in chiesa. Lì veniva,
solitamente, recitato l'ufficio funebre e impartito il
rito di assoluzione del cadavere, poi soltanto il parroco
accompagnava il feretro per l'ultimo tragitto. I funerali
semplici spettavano ai meno facoltosi e non competeva
alcuna tariffa; in questo caso, un solo sacerdote
prelevava l'estinto dalla casa e lo accompagnava in chiesa
per i riti prescritti.
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L'ufficio delle tenebre. |
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E' noto che le
liturgie preconciliari (rimaste in vigore fino al 1965)
erano dense di teatralità, di simbolismi e di gestualità.
In seguito alla controversa riforma liturgica scaturita
dal Concilio ecumenico Vaticano II, tutto il cerimoniale
della Chiesa romana è stato fortemente semplificato in
modo da far risaltare il messaggio intrinseco e non la
spettacolarità della liturgia. Fra questi riti soppressi,
spettanti al Capitolo, vi era l'ufficio delle tenebre,
popolarmente conosciuto come "terremoto", tipico
della settimana santa. Si trattava della recita del
"mattutino" e delle "laudi" previste
per il triduo pasquale (giovedì, venerdì e sabato santo)
(13).
Data, però, la lunghezza di questi brani, l'ufficio si
anticipava alla sera del giorno precedente. Da qui
scaturiva il nome di "officium tenebrarum" in
quanto la recita terminava quando già erano calate le
tenebre. Il titolo, simbolicamente, indicava anche le
"tenebre" del peccato scaturite dalla morte di
Cristo. I sacerdoti del Capitolo prendevano posto in coro
nel modo consueto, mentre il cerimoniere disponeva di
fronte all'altare maggiore, la saetta, un candelabro a
forma di triangolo (forte allusione alla Ss. Trinità)
dove ardevano quindici candele. S'iniziava la recita o il
canto dei salmi e dei cantici e al termine di ogni brano,
si spegneva una candela partendo dal basso. Verso la fine
dell'ufficio, gradualmente venivano spente pure le luci
della chiesa e i sei candelabri dell'altare maggiore.
Rimaneva accesa la candela posta sulla sommità della
saetta. Essa rappresentava Cristo, luce del mondo che da lì
a poco sarebbe stato sacrificato per la salvezza degli
uomini. Infatti dopo l'orazione conclusiva, il cerimoniere
prendeva l'ultima candela e la nascondeva dietro l'altare,
nella parte destra, facendo rimanere al buio, tutta la
chiesa. Ed ecco che cominciava il "terremoto":
tutti i presenti, compresi i sacerdoti, battevano con i
piedi e con le mani sui banchi provocando un fragoroso
rumore, quasi a simulare gli sconvolgimenti della natura a
seguito della morte di Cristo (14).
Appena la candela ricompariva sul candelabro, si
riaccendevano le luci e il rito terminava. Il tutto si
ripeteva nei giorni seguenti con una variante, il giovedì
santo. Dopo l'ufficio delle tenebre, il predicatore
quaresimalista, posto sul pulpito, dava prova della sua
oratoria, in attesa che arrivasse la confraternita
dell'Immacolata. Era tradizione, durante la sera del
giovedì, che le confraternite maschili cittadine, vestite
col sacco e col cappuccio abbassato, girassero in
processione per le chiese cittadine portando una statua
dell'Addolorata che, simbolicamente, andava a visitare il
Figlio nei "sepolcri" allestiti. Non appena, la
confraternita giungeva in chiesa madre, il suono lacerante
di una tromba faceva piombare tutti nel silenzio più
assoluto. Il predicatore, allora, pronunciava con tono
grave: "Maria, ecco tuo Figlio!" e la statua
entrava in chiesa attraversando la navata centrale. Giunta
ai piedi del pulpito, il predicatore consegnava nella mani
di Maria, un crocefisso, segno inconfutabile della
Passione, mentre tutti si struggevano in lacrime.
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Elenco degli arcipreti e
delle dignità del Capitolo di Casarano
ARCIPRETI CURATI
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A R C I P R E T I |
Città di nascita |
DAL |
AL |
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Don Agostino Bove |
Galatone |
1999 |
… |
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Mons. Decio Merico |
Parabita |
1972 |
1999 |
|
Don Cosimo Conte |
Melissano |
1950 |
1971 |
|
Don Otello De
Benedictis |
Nardò |
1931 |
1950 |
|
Mons. Gregorio
Falconieri |
Nardò |
1927 |
1931 |
|
Don Luigi Bona |
Nardò |
? |
1927 |
|
Don Giuseppe Ottaviano |
Casarano |
? |
? |
|
Don Raffaele Manuli |
? |
1892 |
|
|
Don Giorgio Romano |
? |
1842 |
1891 |
|
Don Isidoro Lezzi |
? |
1802 |
1842 |
|
Don Lazzaro Metafuni |
? |
1780 ? |
1802 |
|
Don Domenico Angelo
D'Elia |
? |
1770 |
| | | |