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Con
la finanziaria 2002 e poi la legge Tremonti del giugno 2002
che sancisce l'istituzione della "Patrimonio dello stato spa"
da parte del governo, si è aperto in Italia un dibattito che
riguarda in particolare i beni che rivestono un valore storico e
culturale.
Salvatore
Settis, archeologo della scuola Normale Superiore di Pisa e uno
dei pochi archeologi italiani noti al grande pubblico, ha
tempestivamente pubblicato un volume, preoccupato da tale
situazione, con il significativo titolo "Italia SpA.
L'assalto al patrimonio culturale". La situazione voluta dal
governo è stata dettata da motivi sempre più preoccupanti che
riguarda soprattutto l'incuria dei beni in cui versano: per lo
stato infatti solo la privatizzazione dei beni consentirebbe di
salvare il maggior numero di monumenti possibili.
Secondo
le opinioni personali, il Settis evidenzia il fatto che il nostro
patrimonio culturale sia il fulcro della nostra identità
nazionale e della nostra memoria storica. E' diffuso nelle città,
campagne, coste, monti: è un patrimonio che lo incontri
inconsapevolmente. Il capillare intreccio di bellezze naturali e
monumentali è il tessuto connettivo del nostro paese, un caso
unico al mondo per contiguità e continuità. Per il Settis, noi
ci sentiamo parte di questo contesto e di quella "secolare
cultura di conservazione" messa a punto dagli italiani per
generazioni e generazioni nelle istituzioni e nella coscienza
civile.
Gli
italiani in materia di patrimonio culturale non hanno da imparare
piuttosto da insegnare, perchè l'ampliamento del concetto stesso
di patrimonio artistico è un prodotto della cultura italiana. E'
anche questa consapevolezza che ci fa sorridere delle sciocchezze
che periodicamente riecheggiano a proposito di quale percentuale
di beni culturali sarebbe custodita nel nostro Paese, e che ci
dovrebbe far essere gelosi custodi dal modello "Italia".
Un
sottotitolo del volume del Settis recita la formula
"Innovare, non copiare" e per spiegare ciò si rifà
alla copia del modello delle Università italiane che copiarono
pari pari quelle tedesche; fra le critiche più dure ci fu quella
di Villani nel 1872: << Non bisogna guardare alla luna; non
bisogna ragionare come se fossimo diversi da quel che siamo; non
bisogna ogni notte sognare la Germania come una volta si sognava
la Francia. Bisogna innanzitutto studiare l'Italia. Noi siamo
entrati in un'officina, abbiamo preso una ruota che comunicava il
suo meccanismo a cento altre, l'abbiamo isolata dal resto e
restiamo sorpresi perchè non pone in moto più nulla. Un
meccanismo, trasferito da un paese all'altro, non porta
necessariamente dappertutto i medesimi risultati>>.
Sostituendo gli Stati Uniti alla Germania, questa riflessioni oggi
è di grandissima attualità.
Il
riferimento al modello americano, o meglio alla sua mitologia,
sembra ineluttabile. E' un riferimento che ha ottime ragioni:
infatti, i musei americani spesso funzionano molto bene, hanno
molti visitatori, un attivo programma di mostre e di nuove
acquisizioni, ottimi servizi per le scuole e le visite, una
gestione dinamica, imprenditoriale. Ma non sarà questo il
toccasana, come ha rivelato il Villani.
A
differenza di quelli statunitensi, i nostri musei sono incardinati
nel territorio, formano un tutto unico con le città e le campagne
che lo circondano: fra il villaggio abitato e il museo, fra la
chiesa e il paesaggio, fra la città, fra la campagna, la villa
non c'è soluzione di continuità, ma un'unica tessitura
concresciuta nel corso dei secoli. Perciò il "modello
Italia" di tutela prevede che il patrimonio culturale sia
tutto di interesse pubblico, anche se solo in parte di proprietà
pubblica; mentre nulla di simile prevedono le leggi americane.
Perciò la normativa italiana impone allo stato la tutela
dell'intero patrimonio culturale della Nazione, quella americana
no: se un museo americano dovesse vendere un quadro di Tiziano non
toglierebbe nulla alla storia, poniamo, della California, in
quanto le collezioni dei musei non hanno alcun nesso storico col
territorio che li accoglie; se lo facesse l'Accademia di Venezia,
mutilerebbe la storia di quella città e dell'Italia.
Come
Saturno che divora i suoi figli, il dipinto raffigurato nella
copertina del libro del Settis, lo stato prospetta di mettere in
vendita il nostro patrimonio culturale, tra vecchie caserme e
caselli ferroviari, in una lunga lista di gioielli di famiglia.
Attraverso la Patrimonio S. p. A., creata per la valorizzazione,
la gestione e la alienazione del patrimonio dello Stato, può
partire l'assalto a un patrimonio, costituito per la massima parte
da beni culturali. |