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Il Laboratorio
d'Architettura - via A. Volta n°39 73042
Casarano (le) Italia tel.
0039 833 502007 |
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Pagine di controstoria
"Una società che dimentica il proprio passato è
esposta al rischio di non riuscire a far
fronte al proprio presente e, peggio ancora, di
diventare vittima del proprio futuro!"
(Giovanni Paolo II, 7 novembre 2003) |
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Molto spesso scopriamo, che la storia non
sempre è quella che leggiamo sui libri, ma ben altra cosa e gli
accadimenti verificatisi, molto spesso sono da inquadrare in ottiche
diametralmente opposte a quelle che conosciamo.
Abbiamo voluto, aprire questa nuova
sezione che raccolga gli eventi per come realmente sono accaduti e per
come si sono sviluppati, chi erano i personaggi e qual'era la vera
pulsione che gli animava.
Anche qui, l'intento è quello di creare, se
possibile, una eventuale discussione.
Resta scontato che, nello spirito
di questa redazione, chi voglia dire la sua, (indifferentemente
pro o contro, purché nel rispetto reciproco del pensiero e nella
correttezza), su di un particolare articolo, sarà ospitato in
questa pagina.
Il contributo può essere mandato
tramite e-mail, indicando l'articolo a cui ci si riferisce.
Gli articoli
anonimi saranno cestinati.
Se qualcuno vuol proporre alla
redazione un argomento di discussione particolare, può farlo usando i
sistemi di comunicazione anzidetti.
la redazione |
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Il Risorgimento
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1860 nascita di una colonia |
La conquista anglo-piemontese della Sicilia:
Le Cronache
e gli Atti.
Tutta la Verità
su un "passato che non vuole passare"
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sull'argomento si consiglia di visitare il sito:
http://www.carabinieri.it/editoria/carabiniere/2001/novembre/1militaria/militaria_art_01.html
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Personaggi |
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Kronstadt: "una tragica
necessità" |
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Il nazismo mistico |
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GIUSEPPE GARIBALDI
Padre della patria
Giuseppe Garibaldi ci è stato presentato come l'eroe dagli occhi
azzurri, biondo, alto, coraggioso, romantico, idealista; colui il
quale metteva a repentaglio la propria vita per la libertà altrui.
Non esiste città d'Italia che non gli abbia dedicato una piazza o
una strada.
Garibaldi non era alto, era biondiccio e pieno di reumatismi,
camminava quasi curvo e dovevano alzarlo in due sul suo cavallo.
Portava i capelli lunghi, si dice nel sud, perché violentando una
ragazza questa gli staccò un orecchio.
Questo signore non era un eroe; oggi lo si chiamerebbe
delinquente, terrorista, mercenario.
Era alto 1,65, aveva le gambe arcuate e curava molto la sua
persona.
Fra il 1825 ed il 1832 fu quasi sempre imbarcato intraprendendo
viaggi nel Mediterraneo. Nel 1833, durante un viaggio a
Taganrog ebbe modo di conoscere dei rivoluzionari che lo
affascinarono all'idea della fratellanza umana ed universale e
all'abolizione delle classi, idee che si rifacevano al Saint
Simon. Cominciò, pertanto, a pensare all'idea dell'unificazione
italiana da realizzare con l'abbattimento di tutte le monarchie
allora dominanti e la fondazione di una repubblica. Accrebbe
codesta convinzione quando incontrò Mazzini nei sobborghi di
Marsiglia e, affascinato dalle idee del genovese, si iscrisse
alla setta segreta "Giovine Italia". Nel dicembre del 1833 si
arruolò nella marina piemontese per sobillare e per praticare la
propaganda della setta tra i marinai savoiardi.
Nel 1834 tentò un'insurrezione a Genova contro il Piemonte;
scoperto riuscì a fuggire in Francia. Processato in contumacia
a Genova, fu condannato a morte per alto tradimento dal governo
piemontese.
Nel 1835 fuggì in Brasile, considerato una specie d'Eldorado dagli
emigranti piemontesi che in patria non trovavano lavoro, ed erano
tantissimi; da lì e dalle altre province del nord, ogni anno un
milione di emigranti raggiungevano le terre Sudamericane.
Fra i 28 e 40 anni Garibaldi visse come un corsaro ed imitò i
grandi pirati del passato assaltando navi, saccheggiando e, come
dice Denis Mack Smith, si abituò a vedere nei grandi
proprietari delle pampas un tipo ideale di persona delle pampas".
Al diavolo la lotta di classe! il danaro era più importante -
diciamo noi.
A Rio de Janeiro si iscrisse alla sezione locale della Giovine
Italia. Nel 1836 chiese a Mazzini se poteva cominciare la
lotta di liberazione affondando navi piemontesi ed austriache che
stazionavano a Rio. Il rappresentante piemontese nella capitale
brasiliana rapportò al governo sabaudo che nelle case di quei
rivoluzionari sventolava la bandiera tricolore, simbolo di
rivoluzione e sovversivismo.
Nel maggio del 1837, con i soldi della carboneria, Garibaldi mise
in mare una barca di 20 tonnellate per predare navi brasiliane;
non a caso fu battezzata Mazzini. Quest'uomo, condannato a
morte per alto tradimento e poi pirata e corsaro nel fiume Rio
Grande, è il nostro eroe nazionale; anzi, non lo è più! Ora è eroe
della nazione Nord.
In Uruguay si batteva per assicurare il monopolio commerciale
all'Impero Britannico contrastando l'egemonia cattolico-ispanica.
Nel 1844, a Montevideo iniziò la sua vera carriera di massone dopo
l'iniziazione avuta con l'iscrizione alla Giovine Italia del
Mazzini.
In Italia i pennivendoli di regime continuano ad osannare le
imprese banditesche del pirata nizzardo offendendo la storia e la
dignità delle nazioni Sudamericane. L'indignazione della gente è
racchiusa in un articolo di un giornale, il Pais che vende
300.000 copie giornaliere e che così si è espresso il 27-7-1995 a
pag. 6: "... Garibaldi. Il presidente d'Italia è stato nostro
illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua
visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di
Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della
storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di
riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott.
Scalfaro che il suo compatriota (ndr, Giuseppe Garibaldi) non ha
lottato per la libertà di queste nazioni come (Scalfaro) afferma.
Piuttosto il contrario".
La carriera massonica di Garibaldi culminò col 33°gr. ricevuto a
Torino nel 1862, la suprema carica di Gran Hierofante del Rito
Egiziano del Menphis-Misraim nel 1881.
Il Grande Oriente di Palermo gli conferì tutti i gradi dal 4° al
33° e a condurre il rito fu mandato Francesco Crispi accompagnato
da altri cinque fra massoni.
Il mito di Garibaldi finisce quando si apprende che la spedizione
dei Mille fu finanziata dalla massoneria inglese con una somma
spaventosa di piastre turche equivalenti a milioni di dollari in
moneta attuale.
Con tale montagna di denaro poté corrompere generali, alti
funzionari e ministri borbonici, tra i quali non pochi erano
massoni.
Come poteva vincere FrancescoII, se il suo primo ministro, Don
Liborio Romano, era massone d'alto grado?
Appena arrivato a Palermo, Garibaldi saccheggiò il Banco di
Sicilia di ben cinque milioni di ducati come fece saccheggiare
tutte le chiese e tutto ciò che trovava sulla sua strada.
In una lettera Emanuele II ebbe a lamentarsi con Cavour circa le
ruberie del pirata nizzardo ".. Come avrete visto, ho liquidato
rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene -
siatene certo - questo personaggio non è affatto così docile né
così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete. Il suo
talento militare è molto modesto, come prova l'affare di Capua, e
il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l'infame
furto di tutto il denaro dell'erario, è da attribuirsi interamente
a lui, che s'è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi
consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione
spaventosa".
Ma erano mille i garibaldini? Certamente. Ma ogni giorno
sbarcavano sulla costa siciliana migliaia di soldati piemontesi
congedati dall'esercito sabaudo per l'occasione dall'altro massone
Cavour ed arruolati in quello del generale nizzardo. Una
spedizione ben congegnata, raffinata, scientifica, appoggiata
dalla flotta inglese ed assistita da valenti esperti
internazionali.
La massoneria siciliana, da anni, stava preparando la sollevazione
e mise a disposizione di Garibaldi tutto l'apparato mafioso della
Trinacria.
A Bronte fece fucilare per mano di Bixio i contadini che avevano
osato "usurpare" le terre concesse agli inglesi dai Borbone. Ecco
chi era il vero Garibaldi! Amico e servo dei figli d'Albione,
assassino e criminale di guerra per aver fatto fucilare cittadini
italiani a Bronte.
Il socialismo, l'uguaglianza, la libertà potevano anche andare a
farsi benedire di fronte allo sporco danaro e al suo servilismo
massonico. Suo fine non era dare libertà alle genti del Sud ma
togliere loro anche la vita.
Scopo della sua missione fu quello di distruggere la chiesa
cattolica e sostituirla con quella massonica guidata da Londra.
Garibaldi, questo avventuriero, definiva Pio IX "...un metro
cubo di letame" in quanto lo riteneva - acerrimo nemico
dell'Italia e dell'unità". Considerava il papa "...la
più nociva di tutte le creature, perché egli, più di nessun altro,
è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e
dei popoli", inoltre affermò che: "...Se
sorgesse una società del demonio, che combattesse dispotismo e
preti, mi arruolerei nelle sue file".
Era chiaro l'obiettivo della massoneria: colpire il potere della
chiesa e con esso scardinare le monarchie cattoliche per
asservirle ad uno stato laico per potere finalmente mettere le
mani sui nuovi mercati, sulle loro immense ricchezze umane, sulle
loro ricche industrie, sui loro demani pubblici, sui beni
ecclesiastici, sulle riserve auree del Regno delle Due Sicilie,
sulle banche.
Con la breccia di Porta Pia finì il potere temporale dei papi con
grande esultanza dei fra massoni. Roma divenne così capitale
d'Italia e della massoneria, come aveva stabilito Albert Pike,
designando come suo successore Adriano Lemmi, massimo esponente
del Rito Palladico.
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1860 nascita di una colonia
La
donchisciottesca spedizione di Garibaldi e dei suoi Mille, come la
definisce Mack Smith in Cavour e Garibaldi nel 1860, venne
finanziata dal governo inglese con una cassa di piastre d'oro
turche (moneta franca nel Mediterraneo del tempo) pari a molti
milioni degli attuali dollari.
Le navi
militari inglesi, "casualmente" alla fonda in Marsala, con uno
stratagemma protessero lo sbarco dei "Mille". Tempo dopo, il
cassiere della spedizione, Ippolito Nievo, e i registri contabili,
vennero fatti sparire nel nulla.
Papato e
controbilanciare l'egemonia francese sul Mediterraneo. L'occasione
gli venne offerta dalla crisi siciliana (l'Isola era in rivolta
per l'autonomia da Napoli). Dietro "l'impresa" emerge il disegno
della Massoneria, e Londra è da sempre l'Alma Mater di tutte le
Logge. Tutti massoni ovviamente: Garibaldi, Cavour ecc. E il
povero Nievo fece la stessa "fine" di Calvi e delle carte
scottanti del "Banco Ambrosiano", seppur con un Papato a ruoli
invertiti.
L'atto di
annessione dell'Isola allo Stato di Vittorio Emanuele II nel 1860,
come dimostra anche il Mack Smith (1), non fu chiara e libera
manifestazione plebiscitaria della volontà dei Siciliani, ma un
vero e proprio atto di forza. Garibaldi confessa a varie riprese
(2) che il popolo fu sempre assente nel "movimento per
l'unificazione italiana", quando non fu decisamente contrario.
Lo stesso
Mazzini, rispondendo con uno scritto alla circolare 15 agosto1860
del ministro Farini, nella quale si rivelava la decisione del
governo piemontese per l'annessione, spinse deliberatamente a
quell'atto, proprio perché temeva le pesanti riserve dei Siciliani
(3) e intendeva tagliar corto alla idea più sana di una
Confederazione Italiana, propugnata dal Gioberti e da diversi
patrioti siciliani tra il 1848 e il 1860.
La stessa
relazione del Consiglio Straordinario di Stato-istituito in
Sicilia dal prodittatore Mordini con decreto 19 ottobre 1860 e con
il quale, ad annessione avvenuta, i rappresentanti del Popolo
Siciliano avrebbero dovuto discutere e proporre gli ordinamenti
più convenienti alla Sicilia per entrare a far parte dello Stato
Italiano- non ebbe mai seguito.
Mentre la
Luogotenenza -promulgata da Vittorio Emanuele II a Palermo il 1°
dicembre1860, in occasione della sua prima visita, ed in base alla
quale lo Stato avrebbe avocato a sè soltanto la branca degli
Affari esteri e quella della Difesa, lasciando il resto in mano ad
amministratori siciliani che avrebbero fatto parte del Consiglio
di essa -visse una breve e grama esistenza e fu abolita con un
semplice Decreto Reale il 1° febbraio1862.
Tutto -come
ben sappiamo dalla lettura dell'art.4 del "decreto prodittatoriale
9 ottobre 1860", con il quale si stabilì l'infame sistema di
votazione per il plebiscito- si svolse in un'atmosfera di vera e
propria sopraffazione della libera volontà dei Siciliani.
I risultati di
quel plebiscito registrarono soltanto 667 "no" su 432.720 votanti,
con una percentuale che supera il 99,99% dei cosiddetti "si".Lo
stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette
scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi
vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano
sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese,
Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, così concepito: "I
voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore".
Con una buona dose di ipocrisia.
Entrata così a
far parte del Regno d'Italia, la Sicilia, nel giro di pochi anni
si vide spogliata dell'ingente patrimonio di quei Beni
Ecclesiastici che fruttarono allo Stato 700 milioni del tempo,
della riserva d'oro e d'argento del suo Banco di Sicilia, e vide
portato il carico tributario a cinque volte di più del precedente.
Come accertò Giustino Fortunato, mentre per l'anno1858 esso era
stato di sole lire 40.781.750 per l'anno1891 le sue sette province
registrano un carico di lire 187.854.490,35 (5).
Si inasprirono
inoltre i pesi sui consumi, sugli affari, sulle dogane, le tasse
di successione che prima non esistevano, quelle del Registro che
erano state fisse, quelle di bollo, per cui nel1877 queste tasse
erano già pervenute a 7 milioni e nel 1889-90 avevano raggiunto i
20 milioni.
La vendita del
patrimonio dello Stato -ossia del demanio dell'ex Regno della Due
Sicilie- impinguato dai beni dei soppressi Enti Religiosi e
sommato alla vendita delle ferrovie, aveva fruttato allo Stato
italiano oltre un miliardo, senza contare il capitale dei mobili,
delle argenterie e tutta la rendita del debito pubblico, posseduta
dalle Corporazioni religiose, che venne cancellata del tutto. E
non erano "beni della Chiesa di Roma", ma frutto
dell'accumulazione di famiglie siciliane investito sul "figlio
prete"!
Le terre
demaniali che Garibaldi aveva promesso ai contadini ed ai
"picciotti" il 2 giugno 1860, con il decreto concernente la
divisione dei demani comunali, andarono soltanto ad impinguare i
patrimoni dei nobili e dei borghesi, per cui già nel giugno e nel
luglio del 1860 si ebbero in Sicilia quelle sollevazioni che
assunsero "proporzioni vastissime, poiché i contadini
rivendicarono non solo la quotizzazione dei demani ancora
indivisi, ma anche la nuova quotizzazione dei demani usurpati o
illegalmente acquistati da nobili o borghesi, oppure il
ristabilimento su di essi dei vecchi diritti d'uso" (6).
Il risultato
di quelle richieste legittime furono le feroci repressioni
eseguite da Bixio a Bronte, e dagli altri garibaldini a
Caltavuturo, a Modica, e in tanti altri comuni.
"Verso la fine
di giugno e nel corso del luglio 1860 la frattura tra governo
garibaldino e movimento contadino si venne via via accentuando,
non solo per la resistenza popolare alla coscrizione (resa
obbligatoria da Garibaldi con il decreto del 14 maggio) ma anche
perché le autorità governative e le forze armate garibaldine
furono portate sempre più a schierarsi a favore dei ceti
dominanti" (7).
In questo
clima di disagio morale, economico, sociale e politico, aggravato
dall'imposizione della leva militare che i Siciliani avevano
sconosciuto fino allora, il Parlamento Italiano conferì i pieni
poteri al Generale Govone nel 1863, al fine di ridurre in Sicilia
l'opposizione al servizio militare, consentendogli di tenere dei
tribunali militari e di fucilare la gente sul posto.
Gli eccidi
consumati allora dalle truppe del Govone, specie a Licata e in
tanti altri centri dell'interno dell'Isola, furono denunziati
all'opinione pubblica nel dicembre del '63 dal deputato cattolico
moderato Vito D'Ondes Reggio e da molti deputati della Sinistra e
della Destra al potere, ma come dice con lapidaria frase il
Candeloro: "questo gesto clamoroso non modificò peraltro la
politica del governo in Sicilia" (8).
Migliaia di
arrestati, morti e trucidati, abusi, violenze e atrocità commesse
come rappresaglia sulla popolazione civile, prelevamenti di
ostaggi nelle famiglie dei renitenti, stato d'assedio per tutta
l'Isola, taglio dei viveri e dell'acqua potabile alla città
martire di Licata.
Quando poi
scoppiò il moto palermitano nella notte tra il 15 e il 16
settembre 1866 con 3.000 uomini armati -per lo più ex "picciotti"
ed ex patrioti del 1848- che, scesi dai monti, attaccarono di
sorpresa la città ed instaurarono un Comitato provvisorio,
presieduto dal principe di Linguaglossa e da Francesco Bonafede,
si parlò di complotto della Chiesa in accordo con i Borboni, ma la
verità è che fin dalla prima metà del1865 la Sicilia, per lo stato
di abbandono e di maltrattamento inflittogli dall'Italia, era in
stato di agitazione e di congiure.
"E' dunque da
escludere -come afferma uno storico di parte non sospetta- che la
massa di manovra e i capipopolo del1866 intendessero puntare su
una restaurazione borbonica, così com'è da escludere che si
trattasse di un moto puramente brigantesco, due tesi che
specialmente il Generale Raffaele Cadorna, inviato poi come
commissario straordinario (e a reprimere il moto con il 2° stato
d'assedio nell'Isola) volle far passare nella convinzione comune e
che furono accettate dalla storiografia moderata. Coloro che
furono invece testimoni della settimana infuocata resero ragione
della sostanziale disciplina che caratterizzò il comportamento dei
rivoltosi e smentirono le voci di spaventose crudeltà che da essi
sarebbero state commesse" (9).
Tutti i
volantini del tempo, di propaganda autonomista (conservati presso
l'Archivio di Stato di Palermo) si soffermano sul sempre più
accentuato distacco tra masse popolari e classi nobiliare e
borghese, le quali rappresentavano il più fermo sostegno interno
della dominazione italiana (10).
Poichè
l'insuccesso delle prime truppe da sbarco italiane comandate da
Emerico Acton fu completo, divenne necessario che giungesse un
intero corpo di spedizione sotto gli ordini del Cadorna, per
combinare un assalto simultaneo di tutte le forze di terra e di
mare, combattere per 36 ore contro circa 40.000 popolani armati,
guadagnare una ad una le barricate.
I morti non
poterono contarsi: i fucilati in massa furono diverse migliaia, i
massacrati senza motivo diverse centinaia; la rivoluzione venne
chiamata del "Sette e mezzo" per la durata dei suoi giorni. Moriva
ancora una volta la speranza della Sicilia e dei Siciliani.
Moriva, annegata ancora una volta nel loro stesso sangue.
Tenuta nello
stato di abbandono... in conto di "regione tropicale"... in mano
di sfruttatori e ladri... e di una polizia che giunse all'aperta
collusione con la mafia e la delinquenza locale sì da far
insorgere perfino il Procuratore Generale di Palermo, Tajani (11),
il quale promosse ma non poté ottenere l'incriminazione del
famigerato Questore Albanese (12)... senza alcuna iniziativa in
fatto di lavori pubblici... nel più completo analfabetismo...
nella miseria contadina più vergognosa... la Sicilia cominciò a
riorganizzare la sua Resistenza nel corso del1867. Quando il
generale Giacomo Medici venne ad assumere la prefettura di
Palermo.
Sull'onda di
quel movimento socialista che era stato fondato sotto il nome di
Fratellanza internazionale nel 1864 da Saverio Friscia, Bakunin e
Fanelli, ma, soprattutto, alimentata da una fitta rete di "società
di mutuo soccorso" e "circoli operai", e, in fin dei conti, nel
retrobottega del farmacista, nel salone del barbiere, nello studio
dell'avvocato, nei capannelli domenicali col vestito buono, un pò
in tutte le kiazze di città e paesi, l'Isola dei Siciliani covava
i suoi Fasci e maturava il suo programma: "Terra e Libertà!".
I Fasci
Siciliani dei Lavoratori, che sorgeranno nella crisi di fine
secolo e, incompresi dalla "sinistra italiana", verranno
schiacciati nel sangue dal Governo di Roma.
Ancora una
volta le forze progressive dell'Isola dei Siciliani non trovarono,
oltre le nuvole, che la notte scura. E tante navi per l'America:
tonnellate umane, come quelle dei popoli africani alla cui
deportazione contribuì anche l'ancòra "Capitano" Garibaldi, che,
sulle rotte sanguinanti della "tratta degli schiavi", commerciava
"negri e cavalli". L' Italia era ripassata per le nostre contrade:
con le sue truppe, i suoi tribunali speciali, la sua macchina
fiscale...La Resistenza Siciliana, massacrata e sconfitta,
emigrava a "Brucculinu". E qui, sul tracciato effimero della
"nuova frontiera", i Siciliani scrissero alcune tra le pagine più
belle del nascente movimento operaio americano, ma si inventarono
anche, e a colpi di mitra, l'organizzazione etno-imprenditoriale
più efficente del secolo: la Cosa Nostra.©1991. (Terra e
Liberazione)
note
Cfr. D. MACK
SMITH, Storia della Sicilia medievale e moderna, Bari, Ed. Laterza
1970, pagg. 599-609. Cavour e Garibaldi nel 1860, Torino Ed.
Einaudi, 1958, pagg. 463-501.
(2) Cfr. G.
GARIBALDI, I Mille, Torino, Ed. Camilla e Bertolero, 1874
-Memorie, Bologna Cappelli, Ediz. Naz. degli Scritti.
(3) Cfr. G.
NICOTRI, Rivoluzioni e rivolte in Sicilia, Torino, UTET, 1910.
(4) Cfr. F.
GUARDIONE, La Sicilia nella rigenerazione politica d'Italia,
Palermo, Reber, 1912, pag. 620
(5) Cfr. G.
FORTUNATO, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, Firenze, Ed.
Vallecchi, 1911, Vol. II, pag. 125 e segg.
(6) Cfr. G.
CANDELORO, Storia dell'Italia moderna, Milano, Ed. Feltrinelli,
1971, Vol. IV pag.463.
(7)
Ibidem, pag. 465.
(8)
Ibidem, Vol.
V, pag. 204.
(9) P. ALATRI,
Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra, Torino,
Ed. Einaudi, 1954, pag. 142. Ma vedi pagg. 105-150 per imotivi
della rivolta.
(10) Questi
materiali di propaganda manifestano spesso le tendenze socialiste
che si erano venute largamente affermando e diffondendo in Sicilia
dopo il '60. Il Brancato ha anzi sottolineato quanto, in quella
rivolta di popolo, richiama i precedenti del 1860, del 1848 e del
1820 e anticipa i moti dei Fasci Siciliani del 1893 - Cfr. F.
BRANCATO, Origini e carattere della rivolta palermitana del
settembre 1866, Palermo, "A.S.S.", serie III, Vol. V.
(11) Cfr. P.
ALATRI, Op. Cit., Cap. VI, pagg.347-417.
(12) Cfr.F. S;
MERLINO, Questa è l'Italia, Milano, nuova ediz. 1953.
Chi volesse approfondire l'argomento legga:
"L'Unità d'Italia: nascita di una colonia" di Nicola Zitara (L.25.000)
e "L'essenza della Questione Siciliana" di Natale Turco (L.40.000),
richiedendoli con vaglia postale a "Terra e LiberAzione" C.P.367
Catania Centro.
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I NOVANTA
GIORNI DI GARIBALDI IN SICILIA
Il 6 maggio
Garibaldi partì con 1.089 avventurieri da Quarto sui vapori
Piemonte e Lombardo, concessi dal procuratore della compagnia di
Raffaele Rubattino, un tale G.B. Fauché, affiliato alla loggia
"Trionfo Ligure" di Genova.
Le due navi
erano state acquistate con un regolare atto segreto stipulato a
Torino la sera del 4 maggio alla presenza del notaio Gioacchino
Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Medici, in
rappresentanza di Garibaldi, acquirente. Garanti del debito furono
il re Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour, come
da accordi avvenuti il giorno prima a Modena con Rubattino,
presenti anche l’avvocato Ferdinando Riccardi e il generale Negri
di Saint Front, appartenenti ai servizi segreti piemontesi e che
avevano ricevuto l’incarico dall’Ufficio dell’Alta Sorveglianza
Politica e del Servizio Informazioni del presidente del Consiglio.
La spedizione era, dunque, organizzata consapevolmente e
responsabilmente dal governo piemontese. I "mille" provenivano per
oltre la metà dalla Lombardia e dal Veneto, poi, in ordine
decrescente, vi erano toscani, parmensi, modenesi. Tra costoro vi
erano 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60
possidenti. Quasi tutti stavano scappando da qualcuno o da
qualcosa, spinti soltanto dal desiderio di avventura e di
saccheggi.
Il giorno 7
Garibaldi arrivò nel porto di Talamone, vicino ad Orbetello, dove
venne rifornito dalle truppe piemontesi, comandate dal maggiore
Giorgini, di 4 cannoni, alcune centinaia di fucili e centomila
proiettili. Sbarcarono anche 230 uomini, comandati da Zambianchi,
con il compito di promuovere una sommossa negli Abruzzi, ma subito
dopo Orvieto, a Grotte di Castro, furono messi in fuga dai decisi
gendarmi papalini.
L’8 maggio
Garibaldi fu costretto a ordinare che tutti rimanessero a bordo,
dopo gli episodi di saccheggi e violenze che i garibaldini avevano
fatto in Talamone. Successivamente, dopo aver imbarcato circa
2.000 "disertori" piemontesi, carbone e altre armi a Orbetello,
scortato dalle navi piemontesi, ripartì il 9 maggio e sbarcò a
Marsala il giorno 11.
Le due navi
piemontesi furono avvistate con "ritardo" dalle navi borboniche.
Erano in servizio in quelle acque la pirocorvetta Stromboli, il
brigantino Valoroso, la fregata a vela Partenope (comandata dal
traditore capitano Guglielmo Acton) ed il vapore armato Capri.
Avvistarono i garibaldini la Stromboli e il Capri. Quest’ultimo
era comandato dal capitano Marino Caracciolo che, volutamente,
senza impedire lo sbarco, aspettò le evoluzioni delle cannoniere
inglesi Argus (capitano Winnington-Inghram) e Intrepid (capitano
Marryat), che erano in quel porto per proteggere i garibaldini.
Solo dopo due ore il Lombardo, ormai vuoto, fu affondato a
cannonate, mentre il Piemonte, arenato per permettere più
velocemente lo sbarco, venne catturato e rimorchiato inutilmente a
Napoli. A Marsala parte della popolazione si chiuse in casa, altri
fuggirono nelle campagne. I garibaldini, accolti festosamente solo
dagli inglesi, per prima cosa abbatterono il telegrafo, poi alcuni
si accamparono nei pressi della città praticamente vuota, mentre
Garibaldi, temendo la reazione popolare si rifugiò con altri nella
vicina isola di Mozia. Il governo borbonico, tramite il ministro
Carafa, protestò il giorno 12 a Torino contro quell’inqualificabile
atto di pirateria sostenuto dal Piemonte. Cavour dichiarò sulla
Gazzetta Ufficiale che il governo piemontese era del tutto
estraneo alle azioni dei "filibustieri garibaldini".
Intanto in
tutto il Piemonte, con l’appoggio proprio del governo sardo, erano
state attivate le società operaie di mutuo soccorso, le dame della
Torino bene e altre logge per raccogliere fondi per "l’eroica
impresa garibaldina".
Il giorno 13
Garibaldi, entrato in Salemi, dove il barone Sant’Anna aveva
affiancato i suoi "picciotti" all’orda garibaldina, si proclamò
dittatore della Sicilia. Nel frattempo il governatore Castelcicala
spingeva all’azione le forze duosiciliane, comandate dal generale
Landi. Costui, con circa tremila uomini ai suoi ordini, inviò da
Alcamo il giorno 14 un solo battaglione verso Calatafimi, con
l’ordine di non attaccare il nemico e, se attaccato, di ...
ritirarsi.
Il maggiore
Sforza, comandante dell’8° Cacciatori, con sole quattro compagnie,
incontrò il giorno 15 i garibaldini e non poté fare a meno di
assalirli. I garibaldini, che ebbero trenta morti, vennero
sgominati e tentarono di rifugiarsi sulle colline, ove furono
inseguiti dallo Sforza. In quel mentre il generale Landi, invece
di inviare altre forze per il completamento del successo, ordinò
la ritirata senza neanche avvisare lo Sforza, il quale avendo
terminate le munizioni fu costretto a riportare i suoi verso il
grosso che si stava incredibilmente allontanando. Ne seguì un caos
indescrivibile, un po’ perché la truppa non riusciva a capire il
motivo della ritirata, un po’ perché qualche sfrontato
garibaldino, tornato indietro, si era messo a sparare sulla
retroguardia duosiciliana.
Il giorno 17
il Landi, dopo aver fatto fare inutili giri alle sue truppe, si
ritirò incomprensibilmente in Palermo. Ad Alcara Li Fusi i
sovversivi scatenarono una violenta rivolta, durante la quale
furono depredati ed assassinati molti civili. Garibaldi, per scopi
demagogici e per calmare la situazione, decretò l’abolizione della
tassa sul macinato e sui dazi.
Il
comportamento del Landi fu comprensibilissimo, quando si scoprì
che aveva ricevuto dagli emissari carbonari una fede di credito di
quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. La cosa più
incredibile fu che al Landi non fu mosso alcun rilievo e fu solo
sostituito nel comando dal generale Lanza.
Il porto di
Palermo, intanto, si affollava di navi straniere, tra cui il
vascello inglese Annibal che arrivò il giorno 20 con a bordo
l’ammiraglio Rodney Mundy. Questi ebbe molti colloqui con il Lanza
nei giorni successivi. Lo stesso giorno Garibaldi istituì il
"Comitato per il sequestro dei fondi per le esattorie" a cui
avrebbero dovuto far capo tutti i sequestri di danaro necessario
per alimentare le sue bande.Nel frattempo i continui solleciti di
Francesco II per assaltare gli invasori costrinsero il Lanza
all’azione. Inviò il giorno 21 due colonne militari, una formata
dal 3° battaglione estero, comandata dal maggiore Von Meckel, e
l’altra formata dal 9° Cacciatori, comandata dal maggiore
Ferdinando Beneventano del Bosco, per un totale di tremila uomini
e quattro obici da montagna.
Un primo
scontro avvenne verso Partinico, ove circa mille "filibustieri"
furono rapidamente messi in fuga dal Meckel. In questo scontro vi
morì Rosolino Pilo. Il resto delle bande garibaldine, con lo
stesso Garibaldi, si rifugiò sul monte Calvario, due miglia sopra
il Parco, ove si trincerò. Il Meckel invece di attaccare subito,
aspettò inopinatamente per due giorni l’arrivo d’altre truppe,
chieste al Lanza, per circondare completamente i ribelli.
Arrivarono, invece, e solo il giorno 23, appena due battaglioni al
comando del colonnello Filippo Colonna.
Il giorno
successivo, al primo attacco dei borbonici, le orde del Türr si
sbandarono e Garibaldi, quasi circondato, fuggì fortunosamente
nella notte con il resto verso Corleone.
I garibaldini
poi si divisero in due gruppi al quadrivio di Ficuzza, uno con il
Garibaldi si diresse per Palermo, ove sarebbero stati sicuramente
protetti dal Lanza e dalle predisposte sommosse carbonare, l’altro
al comando di Orsini prese la strada per Corleone. Ad inseguire
Garibaldi furono i reparti di Von Meckel, mentre le truppe di
Bosco inseguirono l’Orsini.
L’Orsini si
era attestato con i suoi a Corleone, ove fu immediatamente
investito dal Bosco che, con un rapido e violento assalto,
disintegrò le bande, eliminandole definitivamente dalle operazioni
belliche. Il Meckel, intanto, aveva inviato velocemente parte
delle sue truppe con il Colonna a posizionarsi al ponte delle
Teste, poco fuori Palermo, per tagliare la strada ai filibustieri.
A Palermo, il
Lanza, che aveva lasciate a bella posta praticamente sguarnite le
porte S. Antonino e Termini, ordinò al Colonna, che non aveva
ancora fatto in tempo a posizionarsi, di entrare in città e di
acquartierarsi, cosicché quegli ingressi rimasero difesi solo da
260 reclute.
Garibaldi,
rinforzate le sue bande con altri tremila e cinquecento uomini
raccolti nella delinquenza siciliana, nella notte tra il 26 ed il
27 maggio assalì Palermo proprio attraverso la porta S. Antonino,
prevalendo facilmente sulle poche truppe borboniche. Il quel
momento il Lanza disponeva di circa sedicimila uomini, i quali su
suo ordine erano stati rinchiusi nei forti di Quattroventi,
Palazzo, Castellammare e Finanze. All’ingresso dei garibaldini
nella città, le truppe duosiciliane, invece di essere impiegate a
massa, furono impiegate a piccoli gruppi che furono facilmente
sopraffatti, anche perché disturbati dal cecchinaggio dei
sovversivi palermitani.
Nel porto di
Palermo in quei giorni l’Armata di Mare Duosiciliana era formata
da quattro fregate a vapore ed una a vela in prima fila; in
seconda fila una corvetta a vapore, tre avvisi ed una pirofregata
con tre vapori armati; in terza fila dodici bastimenti mercantili.
All’alba del
28 da Napoli giunsero in rada il 1° ed il 2° battaglione esteri
inviati da Re Francesco II, a seguito di richiesta dello stesso
Lanza. Le truppe erano già pronte per entrare in azione, ma il
Lanza le lasciò incredibilmente sui bastimenti fino al giorno 29,
quando diede ordine di farle sbarcare e di rinserrarle nel palazzo
reale. Nel frattempo a tarda sera del 28 era arrivato il grosso
delle truppe del Von Meckel a Villabate, tre miglia distante da
Palermo.
Per tutta la
giornata del 28, la pirofregata Ercole, comandata dal capitano di
fregata Carlo Flores, aveva bombardato la città con i suoi obici
paixhans calibro 68, provocando inutili danni. Il giorno 29 vi fu
anche una ribellione da parte dei cittadini di Biancavilla contro
i soprusi dei garibaldini che si erano acquartierati nella
cittadina.
L’Armata di
Mare aveva collaborato in modo del tutto inefficace alle forze di
terra, limitandosi a scortare i convogli ed al trasferimento di
truppe da un porto all’altro. Gli ufficiali erano ormai quasi
tutti votati al tradimento, mentre i marinai nella stragrande
maggioranza erano rimasti fedeli alla Patria. Nel porto vi erano
anche navi piemontesi che impunemente rifornivano i garibaldini di
armi e munizioni. Garibaldi, praticamente indisturbato,
s’impossessò del palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier
generale. Poi liberò circa mille delinquenti comuni dal carcere
della Vicaria e dal Bagno dei condannati, aggregandoli alle sue
bande che assommavano così a circa cinquemila persone.
Le truppe del
Von Meckel, dopo essersi organizzate, all’alba del 30 attaccarono
i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed
eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza
del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza
della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il
quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che
praticamente non aveva più vie di scampo, arrivarono i capitani di
Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine
del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto
un armistizio. La rabbia dei soldati fu tale che vi furono episodi
di disobbedienza con il proposito di combattere comunque nella
notte, ma vennero fermati dal colonnello Buonopane per il fatto
che "non era finita la tregua" .
Il Garibaldi
ed il Türr, insieme agli emissari borbonici Letizia e Chretien, si
recarono il 31 maggio sul vascello inglese Annibal, ove, presenti
anche ufficiali americani, conclusero i patti dell’armistizio. Il
Garibaldi, il giorno dopo, annunciò boriosamente che aveva
concesso la tregua per umanità. Tra gli accordi, però, pose come
condizione che venisse consegnato al Crispi il denaro del Banco
delle Due Sicilie di Palermo e scambiati i prigionieri. I
garibaldini si impossessarono così di oltre cinque milioni di
ducati in oro e argento. Tale somma, che successivamente venne
impiegata in parte per la "conversione" di altri ufficiali
duosiciliani, fu distribuita ai garibaldini, compresi i capi.
Il 31 maggio a
Catania, i garibaldini, dopo aver fatte molte barricate,
assalirono anche alcuni soldati. Comandante di tutte le truppe
duosiciliane concentrate a Messina era il maresciallo Clary, il
quale, tuttavia, si sentiva le mani legate perché aveva avuto
l’ordine dal ministro Pianell di stipulare una convenzione con
Garibaldi per l’abbandono della Sicilia da parte di tutte le
truppe.
Alla forzata
inazione del Clary, reagì di sua iniziativa il tenente colonnello
Ruiz de Ballestreros che in sole sette ore sgominò i banditi,
liberando Catania. Il giorno successivo, tuttavia, il Clary,
costretto dagli ordini del traditore Pianell, fece sgombrare la
città, portando tutte le truppe verso Messina, unitamente ai
rinforzi comandati da Afan de Rivera. In Sicilia le truppe
borboniche presidiavano in pratica soltanto Siracusa, Augusta,
Milazzo e Messina. A Catania i garibaldini, entrati nelle casse
comunali, s’impossessarono di 16.300 once d’oro, una vera fortuna.
Il 1° giugno
la nave piemontese Governolo sbarcò a Messina altri agitatori con
il compito di organizzare una rivolta antiborbonica sulle due
sponde dello stretto. Lo stesso giorno arrivò a Marsala il vapore
Utile, che era partito da Genova con un carico di circa 5.000
fucili e relative munizioni. Questo stesso vapore, rientrato a
Genova, ripartì il giorno 9 avendo a rimorchio il clipper
nordamericano Charles & Jane con a bordo 930 "volontari" del
Medici. Alla sera del 10 le navi furono intercettate dalla
pirofregata borbonica Fulminante che li rimorchiò a Gaeta, dove
arrivò il giorno 11. Il rapido e deciso intervento del console
U.S.A. a Napoli, Joseph Chandler, fece liberare le navi, che
successivamente furono condotte a Genova. Questi "volontari"
ripartirono poi per la Sicilia il 14 luglio con la nave Amazon.
Tutti quelli
che venivano chiamati "volontari", erano in realtà soldati
piemontesi ufficialmente fatti congedare o disertare, come si
rileva dalla circolare nr. 40 del Giornale Militare del Piemonte
del 12.8.1861 (per i "volontari") e dalla Nota nr. 159 del G. M.
del 5.9.1861 (per i "disertori"), le quali prescrivevano per essi
l’iscrizione a matricola della "campagna dell’Italia meridionale
1860 in Sicilia e nel Napoletano". I "disertori", inoltre, vennero
in seguito amnistiati "opportunamente" con decreto reale del
29.11.1860.
Ai primi di
giugno Garibaldi inviò a Marsiglia Paolo Orlando e Giuseppe Finzi
per l’acquisto di tre vapori ribattezzandoli Washington, Oregon e
Franklin, sotto bandiera americana. Il contratto d’acquisto venne
perfezionato l’8 giugno a Genova presso il console americano W.L.
Patterson e vi figurò acquirente un cittadino U.S.A., William de
Rohan, che pagò il prezzo in buoni del tesoro piemontesi, coperti
da una parte dell’oro rapinato in Sicilia e inviato a Torino.
Il 2 giugno
Garibaldi emanò un decreto con il quale autorizzava la divisione
delle terre demaniali, assegnandone la maggior parte ai
combattenti garibaldini, cioè ai Siciliani che avessero voluto
arruolarsi con lui. Il 4 giugno vennero assassinati i capi della
rivolta antigaribaldina scoppiata a Biancavilla con la farsa di un
processo popolare.
L’8 giugno le
truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono
Palermo per recarsi ai Quattroventi per imbarcarsi, tra lo stupore
della popolazione che non riusciva a capire come un esercito così
numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere
combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un soldato dell’8°
di linea che, al passaggio a cavallo di Lanza, uscì dalle file e
gli disse "Eccellé, o’ vvì quante simme. E ce n’avimma î accussì?"
Ed il Lanza gli rispose : "Va via, ubriaco!".
Mentre
l’Armata Napoletana procedeva alle operazioni d’imbarco, la
Washington e l’Oregon partirono il 10 giugno da Cornigliano,
imbarcando circa 2.000 uomini comandati dal Medici, ed arrivarono
il 17 a Castellammare del Golfo. L’altra nave, la Franklin,
imbarcò a Livorno 838 "volontari" comandati da Malencini,
sbarcandoli a Favarotta qualche giorno dopo.
Il 13 giugno
il Garibaldi sciolse alcune squadre di volontari siciliani, i
quali, resisi conto che è per l’annessione al Piemonte, e non per
l’indipendenza della Sicilia, il motivo per cui combattevano,
avevano incominciato a ribellarsi. In quegli stessi giorni il
Nizzardo fu accettato nella Loggia massonica di Palermo ed in
seguito elevato al grado di Maestro e poi di Gran Maestro.
Il 16 giugno
fu il giorno più atroce per Palermo, dove Garibaldi diede carta
bianca alle sue orde che commisero violenze, stupri e saccheggi
d’ogni genere. Moltissimi poliziotti e le loro famiglie furono
assassinati in modo veramente barbaro e sotto gli occhi
dell’indifferente e del tutto consenziente Garibaldi Il 19 giugno
terminarono le operazioni d’imbarco delle truppe borboniche che
arrivarono nel golfo di Napoli il 20. Il Lanza con il suo Stato
Maggiore, per ordine del Re, fu posto agli arresti e confinato ad
Ischia per essere sottoposto a giudizio da una commissione
militare. Garibaldi, nel frattempo, formato un governo siciliano,
ordinò l’emissione di altri buoni del tesoro per quattrocentomila
ducati, portando il debito pubblico siciliano a circa sedici
milioni di ducati. Furono confiscati tutti i beni ed il danaro del
clero, in particolare dei Gesuiti che vennero espulsi.
Nel frattempo,
l’accozzaglia di gente al seguito del Garibaldi continuava a
scatenarsi con delitti, saccheggi e stupri. Veramente atroci
quelli commessi da un certo Mele e dal La Porta, che Garibaldi
aveva addirittura nominato ministro della sicurezza pubblica.
Furono
arruolati numerosi avventurieri francesi, inglesi, tedeschi,
ungheresi, polacchi, americani e perfino africani, insomma la
feccia giunta da tutte le nazioni. Numerose, infatti, furono le
presenze straniere al servizio della spedizione dei Mille, anche
queste spesso volutamente dimenticate dalla storia ufficiale e dai
testi scolastici. Inglese era il colonnello Giovanni Dunn, così
come inglesi furono Peard, Forbes, Speeche (il cui nome Giuseppe
Cesare Abba, non potendo sottacere, trasformò nell’italiano
Specchi). Numerosi gli ufficiali ungheresi: Turr, Eber, Erbhardt,
Tukory, Teloky, Magyarody, Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy e Winklen.
La legione ungherese divenne preziosa per l’occupazione della
Sicilia e per tante battaglie. La "forza" dei "volontari" polacchi
aveva due ufficiali superiori di spicco: Milbitz e Lauge. Fra i
turchi vi era anche il famoso avventuriero Kadir Bey. Fra i
bavaresi ed i tedeschi di varia provenienza si deve ricordare
Wolff, al quale fu affidato il comando dei disertori tedeschi e
svizzeri, già al servizio dei Borbone. Vi fu pure l’apporto di
battaglioni di algerini (Zwavi) e di Indiani, messi a disposizione
di Garibaldi dal Governo di Sua Maestà britannica.
A Napoli, il
Re Francesco II, fraudolentemente consigliato, decretò a Portici
il 25 giugno il ripristino della Costituzione del 1848, con ampia
amnistia. Tra i consiglieri favorevoli alla concessione vi furono
il Conte d’Aquila e il Conte di Siracusa, zii del Re, che avevano
avuto tali suggerimenti da Napoleone III a seguito della missione
diplomatica di Giacomo De Martino a Parigi. I contrari furono i
ministri Troya, Scorza e Carrascosa. Quest’ultimo anzi affermò
che: "la Costituzione sarà la tomba della Monarchia". In occasione
del ripristino della Costituzione queste furono le parole di
Francesco II: "Desiderando dare a’ Nostri amatissimi sudditi un
attestato della nostra Sovrana benevolenza, ci siamo determinati
di concedere gli ordini costituzionali e rappresentativi nel
Regno, in armonia co‘ principii italiani e nazionali in modo da
garentire la sicurezza e la prosperità in avvenire, e da stringere
sempre più i legami che Ci uniscono a‘ popoli che la Provvidenza
Ci ha chiamati a governare". Ma la concessione della costituzione
fu veramente inopportuna in quel frangente, perché contribuì a
creare ancora più disordine, in quanto permise a molti
pericolosissimi fuoriusciti di rientrare nel Regno e di occupare
molti incarichi importanti nell’amministrazione del governo.
In quei
frangenti l’avvocato Liborio Romano s’incontrò a Napoli nel
Palazzo Salza, alla Riviera, con il conte Brenier console francese
a Napoli.
Il 26 giugno,
ancora su consiglio del suo governo, il giovane re Francesco II
stabilì, inoltre, che la nuova bandiera nazionale fosse quella
tricolore, rossa, bianca e verde, conservando nel mezzo le armi
della dinastia borbonica.
Nel frattempo,
ad iniziare proprio dal 26 giugno, partirono da Genova, La Spezia
e Livorno per la Sicilia numerose navi, con una media di una ogni
tre giorni, che fino al 21 agosto trasportarono in Sicilia altri
21.000 "volontari" piemontesi.
Francesco II
il 27 giugno nominò Capo del Governo Antonio Spinelli, che diede
l’incarico di prefetto di polizia al leccese Liborio Romano, già
in combutta con la camorra per preparare l’ingresso di Garibaldi
in Napoli, così come era avvenuto a Palermo con l’aiuto della
delinquenza locale.
Fu, dunque,
proprio con l’invasione piemontese che la delinquenza fece un
salto di qualità, trovando terreno fertile nell’alleanza con la
nuova classe politica che si andava affermando soprattutto
attraverso le speculazioni. Il conte d’Aquila venne nominato
comandante supremo dell’Armata di Mare. Il Ministero della guerra,
a cui era preposto l’onesto e anziano Ritucci, venne affidato al
generale Giuseppe Salvatore Pianell, che lasciò il Comando
Territoriale degli Abruzzi al generale De Benedictis.
Per effetto
del ripristino della costituzione, il 1° luglio vennero nominati
in ogni provincia nuovi intendenti, quasi tutti massoni .
Il Cavour,
intanto, allo scopo di intavolare defatiganti trattative con il
governo borbonico, aveva inviato a Napoli il diplomatico Visconti
Venosta. Subito dopo, il 3 luglio, si ebbero le prime
manifestazioni contro i "galantuomini" e la guardia nazionale a
Salerno e ad Avellino, dove significativamente il popolo
manifestava al grido di "Viva ‘o Rre Francesco" contro la
costituzione.
Per lo stesso
motivo anche a Vasto si ebbero violente sommosse da parte di
alcune centinaia di contadini armati di sole falci.
Il giorno 5
luglio il capitano di fregata Amilcare Anguissola, al ritorno da
una missione per il trasporto di 800 uomini del 1° reggimento da
Messina a Milazzo, invece di rientrare a Messina, proseguì per
Palermo, dove consegnò la pirofregata Veloce al contrammiraglio
piemontese Carlo Pellion di Persano. Questi la cedette a
Garibaldi, che la fece ribattezzare Tuckery, ma su 144 uomini di
equipaggio i traditori che aderirono ai garibaldini furono solo
41.
Il Re
Francesco, allora, ordinò al capitano di vascello Rodriguez al
comando della pirofregata Tancredi di catturare la nave, dandogli
di rinforzo altre tre pirofregate, ma il conte d’Aquila fece
fallire tale decisione con defatiganti disposizioni.
Nacque da
questi episodi di tradimento l’esclamazione tipica dei napoletani:
"mannaggia ‘a Marina" che ancora oggi è diffusissima.
In Messina,
intanto, si concentravano oltre 24.000 soldati inviati dagli
Abruzzi e da Gaeta. Nella parte continentale del Regno, invece,
per effetto del ripristino della Costituzione, fu organizzata la
Guardia Nazionale in tutti i comuni, formandola con gli elementi
liberali più facinorosi. A causa dell’atmosfera politicamente
malsana e dei disordini verificatisi in Napoli, la Regina madre
decise di rifugiarsi a Gaeta.
Fino a questo
periodo, nel Regno delle Due Sicilie non vi erano stati che
trascurabili episodi di delinquenza comune. La marea della
delinquenza più pesante incominciò a montare con l’avvento dei
garibaldini. La stessa Sila, che divenne in seguito il perenne
ricettacolo del banditismo, fino al 1860 si poteva liberamente
percorrere senza tema d’incontrarne.
Nonostante i
ripetuti ordini del Re di inviare truppe verso Barcellona
(Messina), dove si erano concentrati 4.000 piemontesi e circa 600
ribelli, il Clary adduceva inutili pretesti per tenere fermi i
reggimenti. A Barcellona e a Milazzo la maggior parte degli
abitanti abbandonò le proprie case. Alla colpevole inerzia del
Clary si oppose Beneventano del Bosco, nel frattempo promosso
colonnello, che riuscì ad ottenere un minimo di tre battaglioni
del 1°, 8° e 9° Cacciatori per un totale di circa 2.600 uomini per
proteggere Milazzo, ma con l’ordine di non attaccare per primo. Il
Bosco uscì da Messina il 14 luglio con le sue truppe, dirigendosi
verso Milazzo.
A Napoli nel
frattempo giunsero il 16 luglio molti agenti provocatori inviati
da Cavour allo scopo di fomentare sommosse. Fu così che la camorra
iniziò a scatenarsi, protetta e addirittura inquadrata nella
polizia da Liborio Romano.
Il giorno 17,
in Sicilia, vi fu un primo scontro sulla strada costiera per
Barcellona, dove furono catturati circa cento piemontesi, trovati
con il foglio di congedo in tasca. Ad Archi vi fu un altro scontro
vittorioso contro i garibaldini del Medici, che furono dispersi.
Radunati tutti i suoi uomini, il Bosco si accinse alla difesa di
Milazzo. La decisa azione del Bosco, che aveva respinto una
richiesta d’abboccamento, spaventò il Medici che il giorno 18
chiese soccorso a Garibaldi. Costui arrivò il giorno 19 con oltre
4.000 piemontesi, sbarcando a Patti, mentre il Clary, che teneva
inutilizzate oltre 22.000 uomini in Messina, rispose negativamente
alle pressanti richieste di truppe da parte del Bosco, che era
sicuro di poter sgominare facilmente le bande garibaldine.
Il 20 luglio
vi fu una cruenta battaglia, dopo la quale i valorosi soldati
duosiciliani, che ebbero solo 120 caduti, mentre i piemontesi ne
ebbero 780, furono costretti per il mancato invio dei rinforzi,
dato il numero preponderante degli assalitori, a ritirarsi nel
forte di Milazzo. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi
comportamenti del Tenente di artiglieria Gabriele, del Tenente dei
cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morì
durante un assalto. Il forte, intanto, era mitragliato dalle navi
garibaldine, che tuttavia furono tenute distanti per le efficaci
cannonate dell’artiglieria organizzata rapidamente dal Bosco.
Un’altra
incredibile occasione persa, per la incredibile incapacità
militare (o tradimento) del Clary, di sgominare definitivamente le
orde garibaldine che si erano tutte concentrate a Milazzo e che,
quindi, sarebbero potute essere circondate e certamente battute
dalle numerosissime truppe lasciate inoperose a Messina. Questo
episodio è la dimostrazione concreta che Garibaldi aveva assaltato
Milazzo sicuro che nessuno lo avrebbe assalito alle spalle.
Il giorno 22
fu intimato al Bosco di cedere il forte, ma alla sua sprezzante
risposta, Garibaldi si rivolse direttamente al comando dell’Armata
di Mare a Napoli. Così furono inviate da Napoli tre fregate col
colonnello di Stato Maggiore Anzani, che, dopo aver concordato
rapidamente una capitolazione del Forte, fece imbarcare le eroiche
truppe del colonnello Bosco per trasferirle a Napoli.
Il 22 luglio,
su richiesta dello stesso Garibaldi, sbarcò in Sicilia il deputato
piemontese Agostino Depretis, spedito da Cavour in sostituzione
del La Farina, con il quale Garibaldi era entrato in forte
contrasto. Il giorno dopo, incontratosi con Garibaldi, questi lo
nomina Prodittatore con un decreto.
Il 24 luglio,
senza nemmeno aver accennato a combattere, il Clary dichiarava
impossibile la "difesa" della città e concordava con il Garibaldi
la resa delle truppe, che avrebbero evacuata la Sicilia, tranne
per la cittadella militare di Messina. Appresa la strabiliante
notizia, vi furono episodi di sommossa di alcuni soldati contro il
Clary, che dovette nascostamente fuggire a Napoli.
Il giorno 27,
la flotta del siciliano Vincenzo Florio si pose al servizio di
Garibaldi per il trasporto delle sue bande lungo la costa
siciliana e d’altri "volontari" da Genova. Intanto nel Napoletano
avvenivano numerose manifestazioni contro le nuove istituzioni
nate dalla concessa costituzione: guardie nazionali e i nuovi
esponenti dell’amministrazione.
Furono
sgombrate il 28 luglio anche le fortezze di Augusta e Siracusa,
dove si recò per l’esecuzione il generale Briganti. La Cittadella
di Messina fu affidata al valorosissimo e fedele generale Gennaro
Fergola. La guarnigione della Cittadella era formata da oltre
4.000 soldati e 200 ufficiali, che occupavano anche i forti S.
Salvatore, La Lanterna ed il Lazzaretto.
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