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Il Laboratorio
d'Architettura - via A. Volta n°39 73042
Casarano (le) Italia tel.
0039 833 502007 |
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Pagine di controstoria
"Una società che dimentica il proprio passato è
esposta al rischio di non riuscire a far
fronte al proprio presente e, peggio ancora, di
diventare vittima del proprio futuro!"
(Giovanni Paolo II, 7 novembre 2003) |
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Molto spesso scopriamo, che la storia non
sempre è quella che leggiamo sui libri, ma ben altra cosa e gli
accadimenti verificatisi, molto spesso sono da inquadrare in ottiche
diametralmente opposte a quelle che conosciamo.
Abbiamo voluto, aprire questa nuova
sezione che raccolga gli eventi per come realmente sono accaduti e per
come si sono sviluppati, chi erano i personaggi e qual'era la vera
pulsione che gli animava.
Anche qui, l'intento è quello di creare, se
possibile, una eventuale discussione.
Resta scontato che, nello spirito
di questa redazione, chi voglia dire la sua, (indifferentemente
pro o contro, purché nel rispetto reciproco del pensiero e nella
correttezza), su di un particolare articolo, sarà ospitato in
questa pagina.
Il contributo può essere mandato
tramite e-mail, indicando l'articolo a cui ci si riferisce.
Gli articoli
anonimi saranno cestinati.
Se qualcuno vuol proporre alla
redazione un argomento di discussione particolare, può farlo usando i
sistemi di comunicazione anzidetti.
la redazione |
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Il Risorgimento
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1860 nascita di una colonia |
La conquista anglo-piemontese della Sicilia:
Le Cronache
e gli Atti.
Tutta la Verità
su un "passato che non vuole passare"
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sull'argomento si consiglia di visitare il sito:
http://www.carabinieri.it/editoria/carabiniere/2001/novembre/1militaria/militaria_art_01.html
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Personaggi |
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Kronstadt: "una tragica
necessità" |
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Il nazismo mistico |
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GIUSEPPE GARIBALDI
Padre della patria
Giuseppe Garibaldi ci è stato presentato come l'eroe dagli occhi
azzurri, biondo, alto, coraggioso, romantico, idealista; colui il
quale metteva a repentaglio la propria vita per la libertà altrui.
Non esiste città d'Italia che non gli abbia dedicato una piazza o
una strada.
Garibaldi non era alto, era biondiccio e pieno di reumatismi,
camminava quasi curvo e dovevano alzarlo in due sul suo cavallo.
Portava i capelli lunghi, si dice nel sud, perché violentando una
ragazza questa gli staccò un orecchio.
Questo signore non era un eroe; oggi lo si chiamerebbe
delinquente, terrorista, mercenario.
Era alto 1,65, aveva le gambe arcuate e curava molto la sua
persona.
Fra il 1825 ed il 1832 fu quasi sempre imbarcato intraprendendo
viaggi nel Mediterraneo. Nel 1833, durante un viaggio a
Taganrog ebbe modo di conoscere dei rivoluzionari che lo
affascinarono all'idea della fratellanza umana ed universale e
all'abolizione delle classi, idee che si rifacevano al Saint
Simon. Cominciò, pertanto, a pensare all'idea dell'unificazione
italiana da realizzare con l'abbattimento di tutte le monarchie
allora dominanti e la fondazione di una repubblica. Accrebbe
codesta convinzione quando incontrò Mazzini nei sobborghi di
Marsiglia e, affascinato dalle idee del genovese, si iscrisse
alla setta segreta "Giovine Italia". Nel dicembre del 1833 si
arruolò nella marina piemontese per sobillare e per praticare la
propaganda della setta tra i marinai savoiardi.
Nel 1834 tentò un'insurrezione a Genova contro il Piemonte;
scoperto riuscì a fuggire in Francia. Processato in contumacia
a Genova, fu condannato a morte per alto tradimento dal governo
piemontese.
Nel 1835 fuggì in Brasile, considerato una specie d'Eldorado dagli
emigranti piemontesi che in patria non trovavano lavoro, ed erano
tantissimi; da lì e dalle altre province del nord, ogni anno un
milione di emigranti raggiungevano le terre Sudamericane.
Fra i 28 e 40 anni Garibaldi visse come un corsaro ed imitò i
grandi pirati del passato assaltando navi, saccheggiando e, come
dice Denis Mack Smith, si abituò a vedere nei grandi
proprietari delle pampas un tipo ideale di persona delle pampas".
Al diavolo la lotta di classe! il danaro era più importante -
diciamo noi.
A Rio de Janeiro si iscrisse alla sezione locale della Giovine
Italia. Nel 1836 chiese a Mazzini se poteva cominciare la
lotta di liberazione affondando navi piemontesi ed austriache che
stazionavano a Rio. Il rappresentante piemontese nella capitale
brasiliana rapportò al governo sabaudo che nelle case di quei
rivoluzionari sventolava la bandiera tricolore, simbolo di
rivoluzione e sovversivismo.
Nel maggio del 1837, con i soldi della carboneria, Garibaldi mise
in mare una barca di 20 tonnellate per predare navi brasiliane;
non a caso fu battezzata Mazzini. Quest'uomo, condannato a
morte per alto tradimento e poi pirata e corsaro nel fiume Rio
Grande, è il nostro eroe nazionale; anzi, non lo è più! Ora è eroe
della nazione Nord.
In Uruguay si batteva per assicurare il monopolio commerciale
all'Impero Britannico contrastando l'egemonia cattolico-ispanica.
Nel 1844, a Montevideo iniziò la sua vera carriera di massone dopo
l'iniziazione avuta con l'iscrizione alla Giovine Italia del
Mazzini.
In Italia i pennivendoli di regime continuano ad osannare le
imprese banditesche del pirata nizzardo offendendo la storia e la
dignità delle nazioni Sudamericane. L'indignazione della gente è
racchiusa in un articolo di un giornale, il Pais che vende
300.000 copie giornaliere e che così si è espresso il 27-7-1995 a
pag. 6: "... Garibaldi. Il presidente d'Italia è stato nostro
illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua
visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di
Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della
storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di
riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott.
Scalfaro che il suo compatriota (ndr, Giuseppe Garibaldi) non ha
lottato per la libertà di queste nazioni come (Scalfaro) afferma.
Piuttosto il contrario".
La carriera massonica di Garibaldi culminò col 33°gr. ricevuto a
Torino nel 1862, la suprema carica di Gran Hierofante del Rito
Egiziano del Menphis-Misraim nel 1881.
Il Grande Oriente di Palermo gli conferì tutti i gradi dal 4° al
33° e a condurre il rito fu mandato Francesco Crispi accompagnato
da altri cinque fra massoni.
Il mito di Garibaldi finisce quando si apprende che la spedizione
dei Mille fu finanziata dalla massoneria inglese con una somma
spaventosa di piastre turche equivalenti a milioni di dollari in
moneta attuale.
Con tale montagna di denaro poté corrompere generali, alti
funzionari e ministri borbonici, tra i quali non pochi erano
massoni.
Come poteva vincere FrancescoII, se il suo primo ministro, Don
Liborio Romano, era massone d'alto grado?
Appena arrivato a Palermo, Garibaldi saccheggiò il Banco di
Sicilia di ben cinque milioni di ducati come fece saccheggiare
tutte le chiese e tutto ciò che trovava sulla sua strada.
In una lettera Emanuele II ebbe a lamentarsi con Cavour circa le
ruberie del pirata nizzardo ".. Come avrete visto, ho liquidato
rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene -
siatene certo - questo personaggio non è affatto così docile né
così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete. Il suo
talento militare è molto modesto, come prova l'affare di Capua, e
il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l'infame
furto di tutto il denaro dell'erario, è da attribuirsi interamente
a lui, che s'è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi
consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione
spaventosa".
Ma erano mille i garibaldini? Certamente. Ma ogni giorno
sbarcavano sulla costa siciliana migliaia di soldati piemontesi
congedati dall'esercito sabaudo per l'occasione dall'altro massone
Cavour ed arruolati in quello del generale nizzardo. Una
spedizione ben congegnata, raffinata, scientifica, appoggiata
dalla flotta inglese ed assistita da valenti esperti
internazionali.
La massoneria siciliana, da anni, stava preparando la sollevazione
e mise a disposizione di Garibaldi tutto l'apparato mafioso della
Trinacria.
A Bronte fece fucilare per mano di Bixio i contadini che avevano
osato "usurpare" le terre concesse agli inglesi dai Borbone. Ecco
chi era il vero Garibaldi! Amico e servo dei figli d'Albione,
assassino e criminale di guerra per aver fatto fucilare cittadini
italiani a Bronte.
Il socialismo, l'uguaglianza, la libertà potevano anche andare a
farsi benedire di fronte allo sporco danaro e al suo servilismo
massonico. Suo fine non era dare libertà alle genti del Sud ma
togliere loro anche la vita.
Scopo della sua missione fu quello di distruggere la chiesa
cattolica e sostituirla con quella massonica guidata da Londra.
Garibaldi, questo avventuriero, definiva Pio IX "...un metro
cubo di letame" in quanto lo riteneva - acerrimo nemico
dell'Italia e dell'unità". Considerava il papa "...la
più nociva di tutte le creature, perché egli, più di nessun altro,
è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e
dei popoli", inoltre affermò che: "...Se
sorgesse una società del demonio, che combattesse dispotismo e
preti, mi arruolerei nelle sue file".
Era chiaro l'obiettivo della massoneria: colpire il potere della
chiesa e con esso scardinare le monarchie cattoliche per
asservirle ad uno stato laico per potere finalmente mettere le
mani sui nuovi mercati, sulle loro immense ricchezze umane, sulle
loro ricche industrie, sui loro demani pubblici, sui beni
ecclesiastici, sulle riserve auree del Regno delle Due Sicilie,
sulle banche.
Con la breccia di Porta Pia finì il potere temporale dei papi con
grande esultanza dei fra massoni. Roma divenne così capitale
d'Italia e della massoneria, come aveva stabilito Albert Pike,
designando come suo successore Adriano Lemmi, massimo esponente
del Rito Palladico.
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1860 nascita di una colonia
La
donchisciottesca spedizione di Garibaldi e dei suoi Mille, come la
definisce Mack Smith in Cavour e Garibaldi nel 1860, venne
finanziata dal governo inglese con una cassa di piastre d'oro
turche (moneta franca nel Mediterraneo del tempo) pari a molti
milioni degli attuali dollari.
Le navi
militari inglesi, "casualmente" alla fonda in Marsala, con uno
stratagemma protessero lo sbarco dei "Mille". Tempo dopo, il
cassiere della spedizione, Ippolito Nievo, e i registri contabili,
vennero fatti sparire nel nulla.
Papato e
controbilanciare l'egemonia francese sul Mediterraneo. L'occasione
gli venne offerta dalla crisi siciliana (l'Isola era in rivolta
per l'autonomia da Napoli). Dietro "l'impresa" emerge il disegno
della Massoneria, e Londra è da sempre l'Alma Mater di tutte le
Logge. Tutti massoni ovviamente: Garibaldi, Cavour ecc. E il
povero Nievo fece la stessa "fine" di Calvi e delle carte
scottanti del "Banco Ambrosiano", seppur con un Papato a ruoli
invertiti.
L'atto di
annessione dell'Isola allo Stato di Vittorio Emanuele II nel 1860,
come dimostra anche il Mack Smith (1), non fu chiara e libera
manifestazione plebiscitaria della volontà dei Siciliani, ma un
vero e proprio atto di forza. Garibaldi confessa a varie riprese
(2) che il popolo fu sempre assente nel "movimento per
l'unificazione italiana", quando non fu decisamente contrario.
Lo stesso
Mazzini, rispondendo con uno scritto alla circolare 15 agosto1860
del ministro Farini, nella quale si rivelava la decisione del
governo piemontese per l'annessione, spinse deliberatamente a
quell'atto, proprio perché temeva le pesanti riserve dei Siciliani
(3) e intendeva tagliar corto alla idea più sana di una
Confederazione Italiana, propugnata dal Gioberti e da diversi
patrioti siciliani tra il 1848 e il 1860.
La stessa
relazione del Consiglio Straordinario di Stato-istituito in
Sicilia dal prodittatore Mordini con decreto 19 ottobre 1860 e con
il quale, ad annessione avvenuta, i rappresentanti del Popolo
Siciliano avrebbero dovuto discutere e proporre gli ordinamenti
più convenienti alla Sicilia per entrare a far parte dello Stato
Italiano- non ebbe mai seguito.
Mentre la
Luogotenenza -promulgata da Vittorio Emanuele II a Palermo il 1°
dicembre1860, in occasione della sua prima visita, ed in base alla
quale lo Stato avrebbe avocato a sè soltanto la branca degli
Affari esteri e quella della Difesa, lasciando il resto in mano ad
amministratori siciliani che avrebbero fatto parte del Consiglio
di essa -visse una breve e grama esistenza e fu abolita con un
semplice Decreto Reale il 1° febbraio1862.
Tutto -come
ben sappiamo dalla lettura dell'art.4 del "decreto prodittatoriale
9 ottobre 1860", con il quale si stabilì l'infame sistema di
votazione per il plebiscito- si svolse in un'atmosfera di vera e
propria sopraffazione della libera volontà dei Siciliani.
I risultati di
quel plebiscito registrarono soltanto 667 "no" su 432.720 votanti,
con una percentuale che supera il 99,99% dei cosiddetti "si".Lo
stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette
scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi
vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano
sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese,
Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, così concepito: "I
voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore".
Con una buona dose di ipocrisia.
Entrata così a
far parte del Regno d'Italia, la Sicilia, nel giro di pochi anni
si vide spogliata dell'ingente patrimonio di quei Beni
Ecclesiastici che fruttarono allo Stato 700 milioni del tempo,
della riserva d'oro e d'argento del suo Banco di Sicilia, e vide
portato il carico tributario a cinque volte di più del precedente.
Come accertò Giustino Fortunato, mentre per l'anno1858 esso era
stato di sole lire 40.781.750 per l'anno1891 le sue sette province
registrano un carico di lire 187.854.490,35 (5).
Si inasprirono
inoltre i pesi sui consumi, sugli affari, sulle dogane, le tasse
di successione che prima non esistevano, quelle del Registro che
erano state fisse, quelle di bollo, per cui nel1877 queste tasse
erano già pervenute a 7 milioni e nel 1889-90 avevano raggiunto i
20 milioni.
La vendita del
patrimonio dello Stato -ossia del demanio dell'ex Regno della Due
Sicilie- impinguato dai beni dei soppressi Enti Religiosi e
sommato alla vendita delle ferrovie, aveva fruttato allo Stato
italiano oltre un miliardo, senza contare il capitale dei mobili,
delle argenterie e tutta la rendita del debito pubblico, posseduta
dalle Corporazioni religiose, che venne cancellata del tutto. E
non erano "beni della Chiesa di Roma", ma frutto
dell'accumulazione di famiglie siciliane investito sul "figlio
prete"!
Le terre
demaniali che Garibaldi aveva promesso ai contadini ed ai
"picciotti" il 2 giugno 1860, con il decreto concernente la
divisione dei demani comunali, andarono soltanto ad impinguare i
patrimoni dei nobili e dei borghesi, per cui già nel giugno e nel
luglio del 1860 si ebbero in Sicilia quelle sollevazioni che
assunsero "proporzioni vastissime, poiché i contadini
rivendicarono non solo la quotizzazione dei demani ancora
indivisi, ma anche la nuova quotizzazione dei demani usurpati o
illegalmente acquistati da nobili o borghesi, oppure il
ristabilimento su di essi dei vecchi diritti d'uso" (6).
Il risultato
di quelle richieste legittime furono le feroci repressioni
eseguite da Bixio a Bronte, e dagli altri garibaldini a
Caltavuturo, a Modica, e in tanti altri comuni.
"Verso la fine
di giugno e nel corso del luglio 1860 la frattura tra governo
garibaldino e movimento contadino si venne via via accentuando,
non solo per la resistenza popolare alla coscrizione (resa
obbligatoria da Garibaldi con il decreto del 14 maggio) ma anche
perché le autorità governative e le forze armate garibaldine
furono portate sempre più a schierarsi a favore dei ceti
dominanti" (7).
In questo
clima di disagio morale, economico, sociale e politico, aggravato
dall'imposizione della leva militare che i Siciliani avevano
sconosciuto fino allora, il Parlamento Italiano conferì i pieni
poteri al Generale Govone nel 1863, al fine di ridurre in Sicilia
l'opposizione al servizio militare, consentendogli di tenere dei
tribunali militari e di fucilare la gente sul posto.
Gli eccidi
consumati allora dalle truppe del Govone, specie a Licata e in
tanti altri centri dell'interno dell'Isola, furono denunziati
all'opinione pubblica nel dicembre del '63 dal deputato cattolico
moderato Vito D'Ondes Reggio e da molti deputati della Sinistra e
della Destra al potere, ma come dice con lapidaria frase il
Candeloro: "questo gesto clamoroso non modificò peraltro la
politica del governo in Sicilia" (8).
Migliaia di
arrestati, morti e trucidati, abusi, violenze e atrocità commesse
come rappresaglia sulla popolazione civile, prelevamenti di
ostaggi nelle famiglie dei renitenti, stato d'assedio per tutta
l'Isola, taglio dei viveri e dell'acqua potabile alla città
martire di Licata.
Quando poi
scoppiò il moto palermitano nella notte tra il 15 e il 16
settembre 1866 con 3.000 uomini armati -per lo più ex "picciotti"
ed ex patrioti del 1848- che, scesi dai monti, attaccarono di
sorpresa la città ed instaurarono un Comitato provvisorio,
presieduto dal principe di Linguaglossa e da Francesco Bonafede,
si parlò di complotto della Chiesa in accordo con i Borboni, ma la
verità è che fin dalla prima metà del1865 la Sicilia, per lo stato
di abbandono e di maltrattamento inflittogli dall'Italia, era in
stato di agitazione e di congiure.
"E' dunque da
escludere -come afferma uno storico di parte non sospetta- che la
massa di manovra e i capipopolo del1866 intendessero puntare su
una restaurazione borbonica, così com'è da escludere che si
trattasse di un moto puramente brigantesco, due tesi che
specialmente il Generale Raffaele Cadorna, inviato poi come
commissario straordinario (e a reprimere il moto con il 2° stato
d'assedio nell'Isola) volle far passare nella convinzione comune e
che furono accettate dalla storiografia moderata. Coloro che
furono invece testimoni della settimana infuocata resero ragione
della sostanziale disciplina che caratterizzò il comportamento dei
rivoltosi e smentirono le voci di spaventose crudeltà che da essi
sarebbero state commesse" (9).
Tutti i
volantini del tempo, di propaganda autonomista (conservati presso
l'Archivio di Stato di Palermo) si soffermano sul sempre più
accentuato distacco tra masse popolari e classi nobiliare e
borghese, le quali rappresentavano il più fermo sostegno interno
della dominazione italiana (10).
Poichè
l'insuccesso delle prime truppe da sbarco italiane comandate da
Emerico Acton fu completo, divenne necessario che giungesse un
intero corpo di spedizione sotto gli ordini del Cadorna, per
combinare un assalto simultaneo di tutte le forze di terra e di
mare, combattere per 36 ore contro circa 40.000 popolani armati,
guadagnare una ad una le barricate.
I morti non
poterono contarsi: i fucilati in massa furono diverse migliaia, i
massacrati senza motivo diverse centinaia; la rivoluzione venne
chiamata del "Sette e mezzo" per la durata dei suoi giorni. Moriva
ancora una volta la speranza della Sicilia e dei Siciliani.
Moriva, annegata ancora una volta nel loro stesso sangue.
Tenuta nello
stato di abbandono... in conto di "regione tropicale"... in mano
di sfruttatori e ladri... e di una polizia che giunse all'aperta
collusione con la mafia e la delinquenza locale sì da far
insorgere perfino il Procuratore Generale di Palermo, Tajani (11),
il quale promosse ma non poté ottenere l'incriminazione del
famigerato Questore Albanese (12)... senza alcuna iniziativa in
fatto di lavori pubblici... nel più completo analfabetismo...
nella miseria contadina più vergognosa... la Sicilia cominciò a
riorganizzare la sua Resistenza nel corso del1867. Quando il
generale Giacomo Medici venne ad assumere la prefettura di
Palermo.
Sull'onda di
quel movimento socialista che era stato fondato sotto il nome di
Fratellanza internazionale nel 1864 da Saverio Friscia, Bakunin e
Fanelli, ma, soprattutto, alimentata da una fitta rete di "società
di mutuo soccorso" e "circoli operai", e, in fin dei conti, nel
retrobottega del farmacista, nel salone del barbiere, nello studio
dell'avvocato, nei capannelli domenicali col vestito buono, un pò
in tutte le kiazze di città e paesi, l'Isola dei Siciliani covava
i suoi Fasci e maturava il suo programma: "Terra e Libertà!".
I Fasci
Siciliani dei Lavoratori, che sorgeranno nella crisi di fine
secolo e, incompresi dalla "sinistra italiana", verranno
schiacciati nel sangue dal Governo di Roma.
Ancora una
volta le forze progressive dell'Isola dei Siciliani non trovarono,
oltre le nuvole, che la notte scura. E tante navi per l'America:
tonnellate umane, come quelle dei popoli africani alla cui
deportazione contribuì anche l'ancòra "Capitano" Garibaldi, che,
sulle rotte sanguinanti della "tratta degli schiavi", commerciava
"negri e cavalli". L' Italia era ripassata per le nostre contrade:
con le sue truppe, i suoi tribunali speciali, la sua macchina
fiscale...La Resistenza Siciliana, massacrata e sconfitta,
emigrava a "Brucculinu". E qui, sul tracciato effimero della
"nuova frontiera", i Siciliani scrissero alcune tra le pagine più
belle del nascente movimento operaio americano, ma si inventarono
anche, e a colpi di mitra, l'organizzazione etno-imprenditoriale
più efficente del secolo: la Cosa Nostra.©1991. (Terra e
Liberazione)
note
Cfr. D. MACK
SMITH, Storia della Sicilia medievale e moderna, Bari, Ed. Laterza
1970, pagg. 599-609. Cavour e Garibaldi nel 1860, Torino Ed.
Einaudi, 1958, pagg. 463-501.
(2) Cfr. G.
GARIBALDI, I Mille, Torino, Ed. Camilla e Bertolero, 1874
-Memorie, Bologna Cappelli, Ediz. Naz. degli Scritti.
(3) Cfr. G.
NICOTRI, Rivoluzioni e rivolte in Sicilia, Torino, UTET, 1910.
(4) Cfr. F.
GUARDIONE, La Sicilia nella rigenerazione politica d'Italia,
Palermo, Reber, 1912, pag. 620
(5) Cfr. G.
FORTUNATO, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, Firenze, Ed.
Vallecchi, 1911, Vol. II, pag. 125 e segg.
(6) Cfr. G.
CANDELORO, Storia dell'Italia moderna, Milano, Ed. Feltrinelli,
1971, Vol. IV pag.463.
(7)
Ibidem, pag. 465.
(8)
Ibidem, Vol.
V, pag. 204.
(9) P. ALATRI,
Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra, Torino,
Ed. Einaudi, 1954, pag. 142. Ma vedi pagg. 105-150 per imotivi
della rivolta.
(10) Questi
materiali di propaganda manifestano spesso le tendenze socialiste
che si erano venute largamente affermando e diffondendo in Sicilia
dopo il '60. Il Brancato ha anzi sottolineato quanto, in quella
rivolta di popolo, richiama i precedenti del 1860, del 1848 e del
1820 e anticipa i moti dei Fasci Siciliani del 1893 - Cfr. F.
BRANCATO, Origini e carattere della rivolta palermitana del
settembre 1866, Palermo, "A.S.S.", serie III, Vol. V.
(11) Cfr. P.
ALATRI, Op. Cit., Cap. VI, pagg.347-417.
(12) Cfr.F. S;
MERLINO, Questa è l'Italia, Milano, nuova ediz. 1953.
Chi volesse approfondire l'argomento legga:
"L'Unità d'Italia: nascita di una colonia" di Nicola Zitara (L.25.000)
e "L'essenza della Questione Siciliana" di Natale Turco (L.40.000),
richiedendoli con vaglia postale a "Terra e LiberAzione" C.P.367
Catania Centro.
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I NOVANTA
GIORNI DI GARIBALDI IN SICILIA
Il 6 maggio
Garibaldi partì con 1.089 avventurieri da Quarto sui vapori
Piemonte e Lombardo, concessi dal procuratore della compagnia di
Raffaele Rubattino, un tale G.B. Fauché, affiliato alla loggia
"Trionfo Ligure" di Genova.
Le due navi
erano state acquistate con un regolare atto segreto stipulato a
Torino la sera del 4 maggio alla presenza del notaio Gioacchino
Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Medici, in
rappresentanza di Garibaldi, acquirente. Garanti del debito furono
il re Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour, come
da accordi avvenuti il giorno prima a Modena con Rubattino,
presenti anche l’avvocato Ferdinando Riccardi e il generale Negri
di Saint Front, appartenenti ai servizi segreti piemontesi e che
avevano ricevuto l’incarico dall’Ufficio dell’Alta Sorveglianza
Politica e del Servizio Informazioni del presidente del Consiglio.
La spedizione era, dunque, organizzata consapevolmente e
responsabilmente dal governo piemontese. I "mille" provenivano per
oltre la metà dalla Lombardia e dal Veneto, poi, in ordine
decrescente, vi erano toscani, parmensi, modenesi. Tra costoro vi
erano 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60
possidenti. Quasi tutti stavano scappando da qualcuno o da
qualcosa, spinti soltanto dal desiderio di avventura e di
saccheggi.
Il giorno 7
Garibaldi arrivò nel porto di Talamone, vicino ad Orbetello, dove
venne rifornito dalle truppe piemontesi, comandate dal maggiore
Giorgini, di 4 cannoni, alcune centinaia di fucili e centomila
proiettili. Sbarcarono anche 230 uomini, comandati da Zambianchi,
con il compito di promuovere una sommossa negli Abruzzi, ma subito
dopo Orvieto, a Grotte di Castro, furono messi in fuga dai decisi
gendarmi papalini.
L’8 maggio
Garibaldi fu costretto a ordinare che tutti rimanessero a bordo,
dopo gli episodi di saccheggi e violenze che i garibaldini avevano
fatto in Talamone. Successivamente, dopo aver imbarcato circa
2.000 "disertori" piemontesi, carbone e altre armi a Orbetello,
scortato dalle navi piemontesi, ripartì il 9 maggio e sbarcò a
Marsala il giorno 11.
Le due navi
piemontesi furono avvistate con "ritardo" dalle navi borboniche.
Erano in servizio in quelle acque la pirocorvetta Stromboli, il
brigantino Valoroso, la fregata a vela Partenope (comandata dal
traditore capitano Guglielmo Acton) ed il vapore armato Capri.
Avvistarono i garibaldini la Stromboli e il Capri. Quest’ultimo
era comandato dal capitano Marino Caracciolo che, volutamente,
senza impedire lo sbarco, aspettò le evoluzioni delle cannoniere
inglesi Argus (capitano Winnington-Inghram) e Intrepid (capitano
Marryat), che erano in quel porto per proteggere i garibaldini.
Solo dopo due ore il Lombardo, ormai vuoto, fu affondato a
cannonate, mentre il Piemonte, arenato per permettere più
velocemente lo sbarco, venne catturato e rimorchiato inutilmente a
Napoli. A Marsala parte della popolazione si chiuse in casa, altri
fuggirono nelle campagne. I garibaldini, accolti festosamente solo
dagli inglesi, per prima cosa abbatterono il telegrafo, poi alcuni
si accamparono nei pressi della città praticamente vuota, mentre
Garibaldi, temendo la reazione popolare si rifugiò con altri nella
vicina isola di Mozia. Il governo borbonico, tramite il ministro
Carafa, protestò il giorno 12 a Torino contro quell’inqualificabile
atto di pirateria sostenuto dal Piemonte. Cavour dichiarò sulla
Gazzetta Ufficiale che il governo piemontese era del tutto
estraneo alle azioni dei "filibustieri garibaldini".
Intanto in
tutto il Piemonte, con l’appoggio proprio del governo sardo, erano
state attivate le società operaie di mutuo soccorso, le dame della
Torino bene e altre logge per raccogliere fondi per "l’eroica
impresa garibaldina".
Il giorno 13
Garibaldi, entrato in Salemi, dove il barone Sant’Anna aveva
affiancato i suoi "picciotti" all’orda garibaldina, si proclamò
dittatore della Sicilia. Nel frattempo il governatore Castelcicala
spingeva all’azione le forze duosiciliane, comandate dal generale
Landi. Costui, con circa tremila uomini ai suoi ordini, inviò da
Alcamo il giorno 14 un solo battaglione verso Calatafimi, con
l’ordine di non attaccare il nemico e, se attaccato, di ...
ritirarsi.
Il maggiore
Sforza, comandante dell’8° Cacciatori, con sole quattro compagnie,
incontrò il giorno 15 i garibaldini e non poté fare a meno di
assalirli. I garibaldini, che ebbero trenta morti, vennero
sgominati e tentarono di rifugiarsi sulle colline, ove furono
inseguiti dallo Sforza. In quel mentre il generale Landi, invece
di inviare altre forze per il completamento del successo, ordinò
la ritirata senza neanche avvisare lo Sforza, il quale avendo
terminate le munizioni fu costretto a riportare i suoi verso il
grosso che si stava incredibilmente allontanando. Ne seguì un caos
indescrivibile, un po’ perché la truppa non riusciva a capire il
motivo della ritirata, un po’ perché qualche sfrontato
garibaldino, tornato indietro, si era messo a sparare sulla
retroguardia duosiciliana.
Il giorno 17
il Landi, dopo aver fatto fare inutili giri alle sue truppe, si
ritirò incomprensibilmente in Palermo. Ad Alcara Li Fusi i
sovversivi scatenarono una violenta rivolta, durante la quale
furono depredati ed assassinati molti civili. Garibaldi, per scopi
demagogici e per calmare la situazione, decretò l’abolizione della
tassa sul macinato e sui dazi.
Il
comportamento del Landi fu comprensibilissimo, quando si scoprì
che aveva ricevuto dagli emissari carbonari una fede di credito di
quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. La cosa più
incredibile fu che al Landi non fu mosso alcun rilievo e fu solo
sostituito nel comando dal generale Lanza.
Il porto di
Palermo, intanto, si affollava di navi straniere, tra cui il
vascello inglese Annibal che arrivò il giorno 20 con a bordo
l’ammiraglio Rodney Mundy. Questi ebbe molti colloqui con il Lanza
nei giorni successivi. Lo stesso giorno Garibaldi istituì il
"Comitato per il sequestro dei fondi per le esattorie" a cui
avrebbero dovuto far capo tutti i sequestri di danaro necessario
per alimentare le sue bande.Nel frattempo i continui solleciti di
Francesco II per assaltare gli invasori costrinsero il Lanza
all’azione. Inviò il giorno 21 due colonne militari, una formata
dal 3° battaglione estero, comandata dal maggiore Von Meckel, e
l’altra formata dal 9° Cacciatori, comandata dal maggiore
Ferdinando Beneventano del Bosco, per un totale di tremila uomini
e quattro obici da montagna.
Un primo
scontro avvenne verso Partinico, ove circa mille "filibustieri"
furono rapidamente messi in fuga dal Meckel. In questo scontro vi
morì Rosolino Pilo. Il resto delle bande garibaldine, con lo
stesso Garibaldi, si rifugiò sul monte Calvario, due miglia sopra
il Parco, ove si trincerò. Il Meckel invece di attaccare subito,
aspettò inopinatamente per due giorni l’arrivo d’altre truppe,
chieste al Lanza, per circondare completamente i ribelli.
Arrivarono, invece, e solo il giorno 23, appena due battaglioni al
comando del colonnello Filippo Colonna.
Il giorno
successivo, al primo attacco dei borbonici, le orde del Türr si
sbandarono e Garibaldi, quasi circondato, fuggì fortunosamente
nella notte con il resto verso Corleone.
I garibaldini
poi si divisero in due gruppi al quadrivio di Ficuzza, uno con il
Garibaldi si diresse per Palermo, ove sarebbero stati sicuramente
protetti dal Lanza e dalle predisposte sommosse carbonare, l’altro
al comando di Orsini prese la strada per Corleone. Ad inseguire
Garibaldi furono i reparti di Von Meckel, mentre le truppe di
Bosco inseguirono l’Orsini.
L’Orsini si
era attestato con i suoi a Corleone, ove fu immediatamente
investito dal Bosco che, con un rapido e violento assalto,
disintegrò le bande, eliminandole definitivamente dalle operazioni
belliche. Il Meckel, intanto, aveva inviato velocemente parte
delle sue truppe con il Colonna a posizionarsi al ponte delle
Teste, poco fuori Palermo, per tagliare la strada ai filibustieri.
A Palermo, il
Lanza, che aveva lasciate a bella posta praticamente sguarnite le
porte S. Antonino e Termini, ordinò al Colonna, che non aveva
ancora fatto in tempo a posizionarsi, di entrare in città e di
acquartierarsi, cosicché quegli ingressi rimasero difesi solo da
260 reclute.
Garibaldi,
rinforzate le sue bande con altri tremila e cinquecento uomini
raccolti nella delinquenza siciliana, nella notte tra il 26 ed il
27 maggio assalì Palermo proprio attraverso la porta S. Antonino,
prevalendo facilmente sulle poche truppe borboniche. Il quel
momento il Lanza disponeva di circa sedicimila uomini, i quali su
suo ordine erano stati rinchiusi nei forti di Quattroventi,
Palazzo, Castellammare e Finanze. All’ingresso dei garibaldini
nella città, le truppe duosiciliane, invece di essere impiegate a
massa, furono impiegate a piccoli gruppi che furono facilmente
sopraffatti, anche perché disturbati dal cecchinaggio dei
sovversivi palermitani.
Nel porto di
Palermo in quei giorni l’Armata di Mare Duosiciliana era formata
da quattro fregate a vapore ed una a vela in prima fila; in
seconda fila una corvetta a vapore, tre avvisi ed una pirofregata
con tre vapori armati; in terza fila dodici bastimenti mercantili.
All’alba del
28 da Napoli giunsero in rada il 1° ed il 2° battaglione esteri
inviati da Re Francesco II, a seguito di richiesta dello stesso
Lanza. Le truppe erano già pronte per entrare in azione, ma il
Lanza le lasciò incredibilmente sui bastimenti fino al giorno 29,
quando diede ordine di farle sbarcare e di rinserrarle nel palazzo
reale. Nel frattempo a tarda sera del 28 era arrivato il grosso
delle truppe del Von Meckel a Villabate, tre miglia distante da
Palermo.
Per tutta la
giornata del 28, la pirofregata Ercole, comandata dal capitano di
fregata Carlo Flores, aveva bombardato la città con i suoi obici
paixhans calibro 68, provocando inutili danni. Il giorno 29 vi fu
anche una ribellione da parte dei cittadini di Biancavilla contro
i soprusi dei garibaldini che si erano acquartierati nella
cittadina.
L’Armata di
Mare aveva collaborato in modo del tutto inefficace alle forze di
terra, limitandosi a scortare i convogli ed al trasferimento di
truppe da un porto all’altro. Gli ufficiali erano ormai quasi
tutti votati al tradimento, mentre i marinai nella stragrande
maggioranza erano rimasti fedeli alla Patria. Nel porto vi erano
anche navi piemontesi che impunemente rifornivano i garibaldini di
armi e munizioni. Garibaldi, praticamente indisturbato,
s’impossessò del palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier
generale. Poi liberò circa mille delinquenti comuni dal carcere
della Vicaria e dal Bagno dei condannati, aggregandoli alle sue
bande che assommavano così a circa cinquemila persone.
Le truppe del
Von Meckel, dopo essersi organizzate, all’alba del 30 attaccarono
i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed
eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza
del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza
della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il
quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che
praticamente non aveva più vie di scampo, arrivarono i capitani di
Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine
del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto
un armistizio. La rabbia dei soldati fu tale che vi furono episodi
di disobbedienza con il proposito di combattere comunque nella
notte, ma vennero fermati dal colonnello Buonopane per il fatto
che "non era finita la tregua" .
Il Garibaldi
ed il Türr, insieme agli emissari borbonici Letizia e Chretien, si
recarono il 31 maggio sul vascello inglese Annibal, ove, presenti
anche ufficiali americani, conclusero i patti dell’armistizio. Il
Garibaldi, il giorno dopo, annunciò boriosamente che aveva
concesso la tregua per umanità. Tra gli accordi, però, pose come
condizione che venisse consegnato al Crispi il denaro del Banco
delle Due Sicilie di Palermo e scambiati i prigionieri. I
garibaldini si impossessarono così di oltre cinque milioni di
ducati in oro e argento. Tale somma, che successivamente venne
impiegata in parte per la "conversione" di altri ufficiali
duosiciliani, fu distribuita ai garibaldini, compresi i capi.
Il 31 maggio a
Catania, i garibaldini, dopo aver fatte molte barricate,
assalirono anche alcuni soldati. Comandante di tutte le truppe
duosiciliane concentrate a Messina era il maresciallo Clary, il
quale, tuttavia, si sentiva le mani legate perché aveva avuto
l’ordine dal ministro Pianell di stipulare una convenzione con
Garibaldi per l’abbandono della Sicilia da parte di tutte le
truppe.
Alla forzata
inazione del Clary, reagì di sua iniziativa il tenente colonnello
Ruiz de Ballestreros che in sole sette ore sgominò i banditi,
liberando Catania. Il giorno successivo, tuttavia, il Clary,
costretto dagli ordini del traditore Pianell, fece sgombrare la
città, portando tutte le truppe verso Messina, unitamente ai
rinforzi comandati da Afan de Rivera. In Sicilia le truppe
borboniche presidiavano in pratica soltanto Siracusa, Augusta,
Milazzo e Messina. A Catania i garibaldini, entrati nelle casse
comunali, s’impossessarono di 16.300 once d’oro, una vera fortuna.
Il 1° giugno
la nave piemontese Governolo sbarcò a Messina altri agitatori con
il compito di organizzare una rivolta antiborbonica sulle due
sponde dello stretto. Lo stesso giorno arrivò a Marsala il vapore
Utile, che era partito da Genova con un carico di circa 5.000
fucili e relative munizioni. Questo stesso vapore, rientrato a
Genova, ripartì il giorno 9 avendo a rimorchio il clipper
nordamericano Charles & Jane con a bordo 930 "volontari" del
Medici. Alla sera del 10 le navi furono intercettate dalla
pirofregata borbonica Fulminante che li rimorchiò a Gaeta, dove
arrivò il giorno 11. Il rapido e deciso intervento del console
U.S.A. a Napoli, Joseph Chandler, fece liberare le navi, che
successivamente furono condotte a Genova. Questi "volontari"
ripartirono poi per la Sicilia il 14 luglio con la nave Amazon.
Tutti quelli
che venivano chiamati "volontari", erano in realtà soldati
piemontesi ufficialmente fatti congedare o disertare, come si
rileva dalla circolare nr. 40 del Giornale Militare del Piemonte
del 12.8.1861 (per i "volontari") e dalla Nota nr. 159 del G. M.
del 5.9.1861 (per i "disertori"), le quali prescrivevano per essi
l’iscrizione a matricola della "campagna dell’Italia meridionale
1860 in Sicilia e nel Napoletano". I "disertori", inoltre, vennero
in seguito amnistiati "opportunamente" con decreto reale del
29.11.1860.
Ai primi di
giugno Garibaldi inviò a Marsiglia Paolo Orlando e Giuseppe Finzi
per l’acquisto di tre vapori ribattezzandoli Washington, Oregon e
Franklin, sotto bandiera americana. Il contratto d’acquisto venne
perfezionato l’8 giugno a Genova presso il console americano W.L.
Patterson e vi figurò acquirente un cittadino U.S.A., William de
Rohan, che pagò il prezzo in buoni del tesoro piemontesi, coperti
da una parte dell’oro rapinato in Sicilia e inviato a Torino.
Il 2 giugno
Garibaldi emanò un decreto con il quale autorizzava la divisione
delle terre demaniali, assegnandone la maggior parte ai
combattenti garibaldini, cioè ai Siciliani che avessero voluto
arruolarsi con lui. Il 4 giugno vennero assassinati i capi della
rivolta antigaribaldina scoppiata a Biancavilla con la farsa di un
processo popolare.
L’8 giugno le
truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono
Palermo per recarsi ai Quattroventi per imbarcarsi, tra lo stupore
della popolazione che non riusciva a capire come un esercito così
numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere
combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un soldato dell’8°
di linea che, al passaggio a cavallo di Lanza, uscì dalle file e
gli disse "Eccellé, o’ vvì quante simme. E ce n’avimma î accussì?"
Ed il Lanza gli rispose : "Va via, ubriaco!".
Mentre
l’Armata Napoletana procedeva alle operazioni d’imbarco, la
Washington e l’Oregon partirono il 10 giugno da Cornigliano,
imbarcando circa 2.000 uomini comandati dal Medici, ed arrivarono
il 17 a Castellammare del Golfo. L’altra nave, la Franklin,
imbarcò a Livorno 838 "volontari" comandati da Malencini,
sbarcandoli a Favarotta qualche giorno dopo.
Il 13 giugno
il Garibaldi sciolse alcune squadre di volontari siciliani, i
quali, resisi conto che è per l’annessione al Piemonte, e non per
l’indipendenza della Sicilia, il motivo per cui combattevano,
avevano incominciato a ribellarsi. In quegli stessi giorni il
Nizzardo fu accettato nella Loggia massonica di Palermo ed in
seguito elevato al grado di Maestro e poi di Gran Maestro.
Il 16 giugno
fu il giorno più atroce per Palermo, dove Garibaldi diede carta
bianca alle sue orde che commisero violenze, stupri e saccheggi
d’ogni genere. Moltissimi poliziotti e le loro famiglie furono
assassinati in modo veramente barbaro e sotto gli occhi
dell’indifferente e del tutto consenziente Garibaldi Il 19 giugno
terminarono le operazioni d’imbarco delle truppe borboniche che
arrivarono nel golfo di Napoli il 20. Il Lanza con il suo Stato
Maggiore, per ordine del Re, fu posto agli arresti e confinato ad
Ischia per essere sottoposto a giudizio da una commissione
militare. Garibaldi, nel frattempo, formato un governo siciliano,
ordinò l’emissione di altri buoni del tesoro per quattrocentomila
ducati, portando il debito pubblico siciliano a circa sedici
milioni di ducati. Furono confiscati tutti i beni ed il danaro del
clero, in particolare dei Gesuiti che vennero espulsi.
Nel frattempo,
l’accozzaglia di gente al seguito del Garibaldi continuava a
scatenarsi con delitti, saccheggi e stupri. Veramente atroci
quelli commessi da un certo Mele e dal La Porta, che Garibaldi
aveva addirittura nominato ministro della sicurezza pubblica.
Furono
arruolati numerosi avventurieri francesi, inglesi, tedeschi,
ungheresi, polacchi, americani e perfino africani, insomma la
feccia giunta da tutte le nazioni. Numerose, infatti, furono le
presenze straniere al servizio della spedizione dei Mille, anche
queste spesso volutamente dimenticate dalla storia ufficiale e dai
testi scolastici. Inglese era il colonnello Giovanni Dunn, così
come inglesi furono Peard, Forbes, Speeche (il cui nome Giuseppe
Cesare Abba, non potendo sottacere, trasformò nell’italiano
Specchi). Numerosi gli ufficiali ungheresi: Turr, Eber, Erbhardt,
Tukory, Teloky, Magyarody, Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy e Winklen.
La legione ungherese divenne preziosa per l’occupazione della
Sicilia e per tante battaglie. La "forza" dei "volontari" polacchi
aveva due ufficiali superiori di spicco: Milbitz e Lauge. Fra i
turchi vi era anche il famoso avventuriero Kadir Bey. Fra i
bavaresi ed i tedeschi di varia provenienza si deve ricordare
Wolff, al quale fu affidato il comando dei disertori tedeschi e
svizzeri, già al servizio dei Borbone. Vi fu pure l’apporto di
battaglioni di algerini (Zwavi) e di Indiani, messi a disposizione
di Garibaldi dal Governo di Sua Maestà britannica.
A Napoli, il
Re Francesco II, fraudolentemente consigliato, decretò a Portici
il 25 giugno il ripristino della Costituzione del 1848, con ampia
amnistia. Tra i consiglieri favorevoli alla concessione vi furono
il Conte d’Aquila e il Conte di Siracusa, zii del Re, che avevano
avuto tali suggerimenti da Napoleone III a seguito della missione
diplomatica di Giacomo De Martino a Parigi. I contrari furono i
ministri Troya, Scorza e Carrascosa. Quest’ultimo anzi affermò
che: "la Costituzione sarà la tomba della Monarchia". In occasione
del ripristino della Costituzione queste furono le parole di
Francesco II: "Desiderando dare a’ Nostri amatissimi sudditi un
attestato della nostra Sovrana benevolenza, ci siamo determinati
di concedere gli ordini costituzionali e rappresentativi nel
Regno, in armonia co‘ principii italiani e nazionali in modo da
garentire la sicurezza e la prosperità in avvenire, e da stringere
sempre più i legami che Ci uniscono a‘ popoli che la Provvidenza
Ci ha chiamati a governare". Ma la concessione della costituzione
fu veramente inopportuna in quel frangente, perché contribuì a
creare ancora più disordine, in quanto permise a molti
pericolosissimi fuoriusciti di rientrare nel Regno e di occupare
molti incarichi importanti nell’amministrazione del governo.
In quei
frangenti l’avvocato Liborio Romano s’incontrò a Napoli nel
Palazzo Salza, alla Riviera, con il conte Brenier console francese
a Napoli.
Il 26 giugno,
ancora su consiglio del suo governo, il giovane re Francesco II
stabilì, inoltre, che la nuova bandiera nazionale fosse quella
tricolore, rossa, bianca e verde, conservando nel mezzo le armi
della dinastia borbonica.
Nel frattempo,
ad iniziare proprio dal 26 giugno, partirono da Genova, La Spezia
e Livorno per la Sicilia numerose navi, con una media di una ogni
tre giorni, che fino al 21 agosto trasportarono in Sicilia altri
21.000 "volontari" piemontesi.
Francesco II
il 27 giugno nominò Capo del Governo Antonio Spinelli, che diede
l’incarico di prefetto di polizia al leccese Liborio Romano, già
in combutta con la camorra per preparare l’ingresso di Garibaldi
in Napoli, così come era avvenuto a Palermo con l’aiuto della
delinquenza locale.
Fu, dunque,
proprio con l’invasione piemontese che la delinquenza fece un
salto di qualità, trovando terreno fertile nell’alleanza con la
nuova classe politica che si andava affermando soprattutto
attraverso le speculazioni. Il conte d’Aquila venne nominato
comandante supremo dell’Armata di Mare. Il Ministero della guerra,
a cui era preposto l’onesto e anziano Ritucci, venne affidato al
generale Giuseppe Salvatore Pianell, che lasciò il Comando
Territoriale degli Abruzzi al generale De Benedictis.
Per effetto
del ripristino della costituzione, il 1° luglio vennero nominati
in ogni provincia nuovi intendenti, quasi tutti massoni .
Il Cavour,
intanto, allo scopo di intavolare defatiganti trattative con il
governo borbonico, aveva inviato a Napoli il diplomatico Visconti
Venosta. Subito dopo, il 3 luglio, si ebbero le prime
manifestazioni contro i "galantuomini" e la guardia nazionale a
Salerno e ad Avellino, dove significativamente il popolo
manifestava al grido di "Viva ‘o Rre Francesco" contro la
costituzione.
Per lo stesso
motivo anche a Vasto si ebbero violente sommosse da parte di
alcune centinaia di contadini armati di sole falci.
Il giorno 5
luglio il capitano di fregata Amilcare Anguissola, al ritorno da
una missione per il trasporto di 800 uomini del 1° reggimento da
Messina a Milazzo, invece di rientrare a Messina, proseguì per
Palermo, dove consegnò la pirofregata Veloce al contrammiraglio
piemontese Carlo Pellion di Persano. Questi la cedette a
Garibaldi, che la fece ribattezzare Tuckery, ma su 144 uomini di
equipaggio i traditori che aderirono ai garibaldini furono solo
41.
Il Re
Francesco, allora, ordinò al capitano di vascello Rodriguez al
comando della pirofregata Tancredi di catturare la nave, dandogli
di rinforzo altre tre pirofregate, ma il conte d’Aquila fece
fallire tale decisione con defatiganti disposizioni.
Nacque da
questi episodi di tradimento l’esclamazione tipica dei napoletani:
"mannaggia ‘a Marina" che ancora oggi è diffusissima.
In Messina,
intanto, si concentravano oltre 24.000 soldati inviati dagli
Abruzzi e da Gaeta. Nella parte continentale del Regno, invece,
per effetto del ripristino della Costituzione, fu organizzata la
Guardia Nazionale in tutti i comuni, formandola con gli elementi
liberali più facinorosi. A causa dell’atmosfera politicamente
malsana e dei disordini verificatisi in Napoli, la Regina madre
decise di rifugiarsi a Gaeta.
Fino a questo
periodo, nel Regno delle Due Sicilie non vi erano stati che
trascurabili episodi di delinquenza comune. La marea della
delinquenza più pesante incominciò a montare con l’avvento dei
garibaldini. La stessa Sila, che divenne in seguito il perenne
ricettacolo del banditismo, fino al 1860 si poteva liberamente
percorrere senza tema d’incontrarne.
Nonostante i
ripetuti ordini del Re di inviare truppe verso Barcellona
(Messina), dove si erano concentrati 4.000 piemontesi e circa 600
ribelli, il Clary adduceva inutili pretesti per tenere fermi i
reggimenti. A Barcellona e a Milazzo la maggior parte degli
abitanti abbandonò le proprie case. Alla colpevole inerzia del
Clary si oppose Beneventano del Bosco, nel frattempo promosso
colonnello, che riuscì ad ottenere un minimo di tre battaglioni
del 1°, 8° e 9° Cacciatori per un totale di circa 2.600 uomini per
proteggere Milazzo, ma con l’ordine di non attaccare per primo. Il
Bosco uscì da Messina il 14 luglio con le sue truppe, dirigendosi
verso Milazzo.
A Napoli nel
frattempo giunsero il 16 luglio molti agenti provocatori inviati
da Cavour allo scopo di fomentare sommosse. Fu così che la camorra
iniziò a scatenarsi, protetta e addirittura inquadrata nella
polizia da Liborio Romano.
Il giorno 17,
in Sicilia, vi fu un primo scontro sulla strada costiera per
Barcellona, dove furono catturati circa cento piemontesi, trovati
con il foglio di congedo in tasca. Ad Archi vi fu un altro scontro
vittorioso contro i garibaldini del Medici, che furono dispersi.
Radunati tutti i suoi uomini, il Bosco si accinse alla difesa di
Milazzo. La decisa azione del Bosco, che aveva respinto una
richiesta d’abboccamento, spaventò il Medici che il giorno 18
chiese soccorso a Garibaldi. Costui arrivò il giorno 19 con oltre
4.000 piemontesi, sbarcando a Patti, mentre il Clary, che teneva
inutilizzate oltre 22.000 uomini in Messina, rispose negativamente
alle pressanti richieste di truppe da parte del Bosco, che era
sicuro di poter sgominare facilmente le bande garibaldine.
Il 20 luglio
vi fu una cruenta battaglia, dopo la quale i valorosi soldati
duosiciliani, che ebbero solo 120 caduti, mentre i piemontesi ne
ebbero 780, furono costretti per il mancato invio dei rinforzi,
dato il numero preponderante degli assalitori, a ritirarsi nel
forte di Milazzo. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi
comportamenti del Tenente di artiglieria Gabriele, del Tenente dei
cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morì
durante un assalto. Il forte, intanto, era mitragliato dalle navi
garibaldine, che tuttavia furono tenute distanti per le efficaci
cannonate dell’artiglieria organizzata rapidamente dal Bosco.
Un’altra
incredibile occasione persa, per la incredibile incapacità
militare (o tradimento) del Clary, di sgominare definitivamente le
orde garibaldine che si erano tutte concentrate a Milazzo e che,
quindi, sarebbero potute essere circondate e certamente battute
dalle numerosissime truppe lasciate inoperose a Messina. Questo
episodio è la dimostrazione concreta che Garibaldi aveva assaltato
Milazzo sicuro che nessuno lo avrebbe assalito alle spalle.
Il giorno 22
fu intimato al Bosco di cedere il forte, ma alla sua sprezzante
risposta, Garibaldi si rivolse direttamente al comando dell’Armata
di Mare a Napoli. Così furono inviate da Napoli tre fregate col
colonnello di Stato Maggiore Anzani, che, dopo aver concordato
rapidamente una capitolazione del Forte, fece imbarcare le eroiche
truppe del colonnello Bosco per trasferirle a Napoli.
Il 22 luglio,
su richiesta dello stesso Garibaldi, sbarcò in Sicilia il deputato
piemontese Agostino Depretis, spedito da Cavour in sostituzione
del La Farina, con il quale Garibaldi era entrato in forte
contrasto. Il giorno dopo, incontratosi con Garibaldi, questi lo
nomina Prodittatore con un decreto.
Il 24 luglio,
senza nemmeno aver accennato a combattere, il Clary dichiarava
impossibile la "difesa" della città e concordava con il Garibaldi
la resa delle truppe, che avrebbero evacuata la Sicilia, tranne
per la cittadella militare di Messina. Appresa la strabiliante
notizia, vi furono episodi di sommossa di alcuni soldati contro il
Clary, che dovette nascostamente fuggire a Napoli.
Il giorno 27,
la flotta del siciliano Vincenzo Florio si pose al servizio di
Garibaldi per il trasporto delle sue bande lungo la costa
siciliana e d’altri "volontari" da Genova. Intanto nel Napoletano
avvenivano numerose manifestazioni contro le nuove istituzioni
nate dalla concessa costituzione: guardie nazionali e i nuovi
esponenti dell’amministrazione.
Furono
sgombrate il 28 luglio anche le fortezze di Augusta e Siracusa,
dove si recò per l’esecuzione il generale Briganti. La Cittadella
di Messina fu affidata al valorosissimo e fedele generale Gennaro
Fergola. La guarnigione della Cittadella era formata da oltre
4.000 soldati e 200 ufficiali, che occupavano anche i forti S.
Salvatore, La Lanterna ed il Lazzaretto.
Nel frattempo,
il 29 luglio, Cavour, dopo aver organizzato con Ricasoli una
spedizione di armi e denaro nel Napoletano, ricevette a Torino
l’avvocato napoletano Nicola Nisco. Costui gli annunciò che poteva
fare pieno affidamento su Liborio Romano, che mediante il
controllo sulla polizia avrebbe facilmente fatto sollevare la
popolazione al momento opportuno e instaurato un governo
provvisorio. Al Cavour consegnò anche una lettera del generale
Alessandro Nunziante, che, avendo grande influenza sull’esercito,
si dichiarava disponibile a mettere la sua spada ai piedi del
sovrano sabaudo. Cavour, ormai sicuro di poter agire all’interno
stesso del governo borbonico, diede opportune disposizioni
all’ammiraglio Persano. Costui doveva partire da Palermo con la
nave Maria Adelaide e recarsi a Napoli, con la scusa di proteggere
la principessa sabauda moglie del conte di Siracusa, ma in realtà
per mettersi in contatto con il marchese Villamarina, ambasciatore
piemontese in Napoli, che aveva costituito una buona rete di
agenti incaricati di sollevare disordini al momento opportuno.
Nell’interno
della Sicilia, ormai abbandonata a se stessa, col pretesto di
perseguitare i funzionari del governo, molti sovversivi, a cui si
erano aggiunti numerosi delinquenti liberati dalle carceri,
commisero le più truci nefandezze. In Trecastagni, S. Filippo d’Argirò
e Castiglione, nella provincia di Catania, vi furono efferati
omicidi e saccheggi. Così pure nella provincia di Messina, a
Mirto, Alcara e Caronia, dove i garibaldini e i piemontesi si
scatenarono in violenze, omicidi e saccheggi. Furono saccheggiati
anche tutti i monasteri, vennero imposte taglie e rapinato ogni
genere di vettovaglie.
In Bronte, il
1° agosto vi fu il primo esempio di come agivano i "liberatori"
piemontesi. A Bronte esisteva la Ducea di Nelson, una specie di
feudo di 25.000 ettari concesso da Ferdinando I all’ammiraglio
Nelson, come ricompensa per gli aiuti forniti al Reame nel 1799.
Alle notizie delle avanzate garibaldine, i contadini insorsero
contro i padroni delle terre, aizzati dai settari che, dovendo
sollevare comunque dei tumulti, promettevano loro le terre secondo
i proclami garibaldini.
Essi insorsero
il 2 agosto, commettendo violenze nei confronti dei notabili,
saccheggiando e bruciandone le case. Furono uccisi una decina di
"galantuomini". Cosicché il 4 agosto furono inviati a Bronte
ottanta uomini della guardia nazionale, comandati dal questore
Gaetano de Angelis, i quali però fraternizzarono con gli insorti,
addirittura consentendo che venissero uccisi nella località detta
Scialandro altri quattro "galantuomini".
Garibaldi fu
immediatamente sollecitato, con numerosi dispacci, dal console
inglese che gli intimava di far rispettare la proprietà britannica
della Ducea, e anche perché erano iniziate delle rivolte simili a
Linguaglossa, Randazzo, Centuripe e Castiglione, confinanti con le
proprietà inglesi. Fu così che per non danneggiare gli inglesi,
Garibaldi preoccupatissimo inviò il 6 agosto sei compagnie di
soldati piemontesi e due battaglioni cacciatori, l’Etna e l’Alpi,
al comando di Nino Bixio.
Queste orde
circondarono il paese, ma poiché i rivoltosi erano già scappati,
Bixio fece arrestare l’avvocato Nicolò Lombardo, ritenendolo
arbitrariamente il capo dei rivoltosi e poi facendolo passare
anche per reazionario borbonico, mentre invece era stato l’unico
che aveva cercato di pacificare gli animi di tutti. Lo stesso
giorno 6 agosto Bixio emise un decreto con il quale intimava la
consegna di tutte le armi, l’esautorazione delle autorità
comunali, la condanna a morte dei responsabili delle rivolte e una
tassa di guerra per ogni ora trascorsa fino alla "pacificazione"
della cittadina.
Bixio si
rivelò in questa vicenda un feroce assassino. Per terrorizzare
ulteriormente i cittadini, uccise personalmente a sangue freddo un
notabile che stava protestando per i suoi metodi. Nei giorni
successivi raccolse più di 350 tipi di armi e incriminò altre
quattro persone, tra le quali un insano di mente. Il giorno 9 vi
fu un processo farsa che condannò a morte i cinque imprigionati,
che erano del tutto innocenti e che fece fucilare spietatamente il
giorno successivo.
Per
ammonizione, all’uso piemontese, i cadaveri furono lasciati
esposti al pubblico insepolti. Bixio ripartì il giorno dopo
portando con sé un centinaio di prigionieri presi
indiscriminatamente tra gli abitanti.
La Sicilia,
nel frattempo, venne posta praticamente in stato d’assedio dalla
flotta piemontese, con l’aiuto delle navi francesi ed inglesi, che
effettuarono un blocco dei porti e delle coste, causando il crollo
dei commerci marittimi e di ogni altra attività produttiva
dell’isola.
Nel frattempo,
il 3 agosto, una squadra navale piemontese con a bordo circa
tremila soldati, agli ordini dell’ammiraglio Carlo Pellion di
Persano, era entrata nella rada di Napoli - ove si trovavano già
navi francesi, inglesi e spagnole - con la scusa di proteggere la
contessa di Siracusa, nata Savoia-Carignano, come ordinato da
Cavour. A Napoli era arrivato anche il Nisco che fece appena in
tempo a parlare con Nunziante, il quale, essendo stato scoperto
del suo tradimento, la sera stessa abbandonò Napoli, facendo
perdere le sue tracce. Il Nisco, tuttavia, con l’appoggio del
Liborio Romano, riuscì a far sbarcare dal piroscafo Tanaro alcune
casse contenenti tremila fucili e relative munizioni, necessarie
per la rivolta.
Lo stesso 3
agosto in Sicilia il Depretis, fatto prodittatore da Garibaldi,
emanò un decreto con il quale impose lo Statuto piemontese quale
legge fondamentale per tutta l‘isola. Venne imposto a tutti i
pubblici funzionari di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele, pena
il licenziamento. Nell’isola intanto la forza occupante era
arrivata ad ammontare a circa 36.000 uomini. La maggior parte di
essi erano stranieri (vi erano addirittura indiani), circa 18.000
erano "volontari o disertori" piemontesi, qualche migliaio di
traditori siciliani. Insomma la feccia dei popoli.
Il 5 agosto il
conte di Siracusa, zio di Francesco II, si recò a bordo della
Maria Adelaide, dove apertamente (con disgusto degli stessi
ufficiali savoiardi) si pronunziò a favore dei Savoia.
Nei giorni
precedenti lo sbarco di Garibaldi sul continente , nelle Calabrie
erano stanziati circa ventimila soldati borbonici divisi in
quattro brigate: il generale Ghio in Monteleone (Vibo Valentia),
il generale Cardarelli in Cosenza, il generale Marra in Reggio ed
il generale Melendez con vari reparti scaglionati nella provincia
di Reggio. Comandante di tutte le forze era il generale
Giambattista Vial, barone di Santa Rosalia, che senza alcuna
ragione militare aveva disseminate le truppe in ampie zone.
Successivamente, a seguito di contrasti tra il generale Marra,
comandante della 3ª Brigata, che accusava il Vial di incapacità,
il Ministro della guerra, il massone Pianell, fece sostituire il
Marra con il generale Fileno Briganti, anch’egli massone. Nel
frattempo tutte le autorità civili delle Calabrie erano state
destituite dal Liborio Romano, che al loro posto aveva nominati
esponenti carbonari.
Il 6 agosto
Garibaldi lanciò un proclama e incominciò a prepararsi per lo
sbarco nelle Calabrie, facendo approntare circa 200 barcacce
dietro il Capo di Milazzo per il trasbordo delle sue orde. Il
generale Melendez avvisò di questi preparativi il ministro Pianell,
che non prese alcun provvedimento.
L’8 agosto
circa 150 garibaldini sbarcarono a Cannitello, dove, scambiata
qualche fucilata con alcuni soldati borbonici, riuscirono a
rifugiarsi nei boschi, protetti da elementi della Guardia
nazionale, rivelatisi così già ostili.
Il giorno 9 in
Sicilia furono imposte le leggi sarde sulla marina mercantile.
Il 12 agosto
Garibaldi s’imbarcò sul Washington per recarsi in Sardegna allo
scopo di farsi assegnare circa 9.000 uomini, che erano agli ordini
del Pianciani, il quale li aveva destinati ad invadere i territori
pontifici. Intanto, avvenivano altri modesti sbarchi a Bianco e a
Bovalino, mentre le fregate Fulminante e Ettore Fieramosca, che
incrociavano quel tratto di mare, ‘non videro’ alcun movimento di
battelli. Il comportamento del comandante del Fieramosca, capitano
Guillamat, indignò profondamente l’equipaggio, che lo chiuse nella
stiva insieme ad altri ufficiali, dirigendo poi la nave verso
Napoli. Ma qui gli ufficiali traditori furono liberati, mentre i
fedeli marinai furono rinchiusi nel Castel S. Elmo come
insubordinati.
Nelle Puglie
si ebbero dei moti popolari. Particolarmente gravi furono quelli a
Ginosa e a Laterza contro esponenti liberali, verso cui i
contadini reclamavano la restituzione delle terre demaniali e
l’abolizione della Costituzione.
La notte del
13 agosto, su ordine di Persano, la nave Tüköry, piena di 150
garibaldini al comando di Piola Caselli, partita da Palermo il
giorno prima, entrò furtivamente nel golfo di Napoli. Il Caselli,
in accordo col capitano massone Vacca, comandante del vascello
Monarca, tentò di abbordare quest’ultimo con alcune barche per
impossessarsene. Scoperto il movimento dalle sentinelle, che
reagirono con un fuoco infernale, una sola barca riuscì a stento a
rientrare sul Tüköry che si allontanò approfittando del buio della
notte, ma lasciando numerosi assalitori morti.
Il traditore
Vacca trovò rifugio sulla nave piemontese Maria Adelaide ferma
nella rada. A Napoli, in quei giorni, furono stampati e diffusi
apertamente numerosi fogli antiborbonici con evidenti inviti alla
rivolta, senza che dalla polizia fosse preso alcun provvedimento .
Il 15 agosto
un battaglione di bersaglieri piemontesi fu fatto arrivare
segretamente nel porto di Napoli e tenuto sotto coperta per essere
impiegato al momento opportuno.
Il 16 agosto
in Basilicata, a Corleto Perticara, alcuni settari manifestarono a
favore dell’unità d’Italia, contemporaneamente anche a Catanzaro
furono organizzate manifestazioni a favore dei garibaldini.
In Potenza, il
comandante dei gendarmi, capitano Salvatore Castagna, ebbe da un
prete, don Rocco Brienza, l’offerta di duemila piastre e il grado
di maggiore se avesse riconosciuto un governo provvisorio
rivoluzionario. Per il suo diniego fu poi perseguitato e dovette
rifugiarsi tra i monti, unitamente ai suoi gendarmi.
Il 17 agosto
in Sicilia furono emanati dei decreti, come quello del corso
legale della moneta piemontese, che in pratica significavano
l’annessione dell’isola al Piemonte.
In quel giorno
fu ucciso a Pantelleria il collaborazionista Antonio Ribera,
comandante della guardia nazionale, della cui morte i garibaldini
accusarono i giovanissimi nipoti perché filoborbonici. Questi
riuscirono tuttavia a sfuggire ai traditori e formarono da quel
momento, unitamente ad altri legittimisti, la banda insorgente dei
fratelli Ribera. A causa dei continui rastrellamenti, tuttavia, la
banda Ribera dopo qualche tempo dovette lasciare l’isola per
rifugiarsi a Malta.
Rientrato a
Palermo, la sera del 18 Garibaldi fece rotta per Giardini, vicino
Messina, sul piccolo piroscafo Franklin, mentre Bixio era sul
piroscafo più grande, il Torino.
Le due navi
trasportavano circa duemila uomini provenienti da Genova e che
furono fatti sbarcare la mattina dopo sulla spiaggia di Rombolo,
presso Melito di Porto Salvo. La località era stata scelta perché
alcuni traditori del luogo, i massoni Tommaso Nardella, giudice,
ed il sedicente colonnello Antonino Plutino, avevano provveduto a
far occupare l’ufficio telegrafico e gli uffici comunali, dove nei
giorni precedenti erano state depredate le casse comunali, con
alcuni garibaldini sbarcati il giorno 8 agosto. Il comando di quei
predoni era stato sistemato nel Casino Ramirez, già approntato dai
traditori il giorno prima.
Dopo lo sbarco
arrivarono le navi duosiciliane Fulminante e l’Aquila, comandate
dal Capitano Salazar. Questi, incontrato il Franklin (battente
bandiera americana) che si recava al Faro per chiedere aiuto per
il Torino, arenatosi accidentalmente sulla spiaggia, lo lasciò
passare, vedendolo vuota (ma a bordo c’era il Garibaldi).
In seguito,
visto sulla spiaggia il vuoto Torino, si limitò a incendiarlo ed a
cannoneggiare i garibaldini che si erano accampati nella pianura
di Rombolo. Garibaldi, avendo udito i colpi da lontano, si diresse
nuovamente verso Melito, dove sbarcò per ricongiungersi ai suoi.
Antonio Pagano
Direttore della
rivista Due Sicilie
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KRONSTADT 1921 - RIVOLTA E REPRESSIONE DEI
MARINAI INSORTI
CONTRO LA
DITTATURA BOLSCEVICA DI LENIN E TROTSKIJ
NOTA
INTRODUTTIVA:
«Fu il lampo», ebbe a dire Lenin
della rivolta di Kronstadt «che illuminò meglio di ogni altro
fatto la nostra realtà». Nel marzo del 1921 i marinai della base
navale del Golfo di Finlandia, "onore e gloria" della rivoluzione
russa, si ribellarono contro il governo bolscevico, che pure
avevano aiutato a conquistare il potere. Con la parola d'ordine
"liberi soviet", fondarono una comune rivoluzionaria che
sopravvisse sedici giorni, prima di soccombere di fronte alle
truppe inviate contro di loro attraverso il ghiaccio. Dopo una
lunga e selvaggia battaglia che fece riscontrare gravi perdite da
ambo le parti i ribelli dovettero cedere. Sotto molti punti di
vista i fatti di Kronstadt costituirono un primo esempio dei molti
eventi successivi che avrebbero indotto tanti radicali delusi a
rompere con il movimento e a richiamarsi alla purezza originaria
dei propri ideali. La rivolta, che per Lenin rappresentò il fatto
più grave da fronteggiare dopo la presa del potere con il colpo di
Stato bolscevico ed i massacri degli oppositori interni (c.d.
"menscevichi"), ancor oggi rappresenta, per gli irriducibili
nostalgici del «sogno umanitario» marxista, ciechi sino alla fine
di fronte ai suoi agghiaccianti genocidi, vuoi il simbolo
dell'ultimo tentativo di riscattare una rivoluzione tradita, vuoi
la copertura di una cospirazione degli zaristi tramata nei circoli
dei russi emigrati all'estero.
Più che una città, Kronstadt è un'isola fortificata del Mar
Baltico, in posizione strategica nel Golfo di Finlandia in quanto
proprio di fronte a San Pietroburgo (che all'epoca dei fatti si
chiamava Pietrogrado ed era la capitale della Russia) ed alla
costa di Oranienbaum, base dell'aviazione russa del nord. La sua
importanza militare si nota ancora in tempi recenti, tant'è che
solo a metà degli anni Novanta, ben dopo il crollo dell'URSS, le
autorità russe hanno finalmente consentito ai turisti stranieri di
sbarcarvi per visitarne i monumenti. Fino a quel momento l'area
era interdetta ai civili, e controllata a vista.
GLI ANTEFATTI: LA GUARNIGIONE DI
KRONSTADT COME «ONORE E GLORIA» DELLA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA
Kronstadt aveva
una storia di acceso radicalismo che risaliva al primo grande
sollevamento della Russia nel XX secolo, la rivoluzione del 1905.
Gli opuscoli illegali erano apparsi nella base navale già nel
1901, e subito dopo i marinai cominciarono a costituire circoli
ove discutere i problemi politici e sociali ed esporre le loro
rivendicazioni: soprattutto i bassi salari, il cattivo cibo e la
rigorosa disciplina alla quale erano sempre stati sottoposti.
L'ondata di scioperi, rivolte contadine, atti terroristici, che
scosse il paese tra il 1902 ed il 1905 fu vista da loro con
simpatia, e contribuì a elevare la loro coscienza politica e
sociale. L'insubordinazione nei confronti degli Ufficiali ed altre
manifestazioni di indisciplina erano divenute un fatto quotidiano.
Nel 1905, dopo lo scoppio della guerra russo-giapponese e della
rivoluzione, quanto ancora poteva restare del loro morale subì un
tracollo decisivo dopo la battaglia di Tsushima, dove gran parte
della flotta venne affondata dai Giapponesi. Ulteriore stimolo
all'azione rivoluzionaria, se pur ve n'era bisogno, venne dato dal
drammatico ammutinamento della Potiomkin del giugno 1917
nella flotta del Mar Nero. I primi gravi disordini scoppiarono a
Kronstadt nell'ottobre del 1905, quando la rivoluzione era al
culmine, e indicarono una strada che doveva divenire sempre più
consueta negli anni successivi. Nei giorni successivi la tensione
si accrebbe con impressionante rapidità: il 25 ottobre si ebbe una
manifestazione di protesta nella mensa dei marinai, dopo che
alcuni si erano lamentati per il cibo. Grida di "Ammazza il
Comandante!" si levarono tra il frastuono dei piedi e del
martellare delle posate. Il giorno dopo Kronstadt si ribellò
apertamente. La rivolta, del tutto spontanea per la sua origine,
degenerò presto in un'orgia di saccheggi e distruzioni assai
simile agli ammutinamenti degli streltsi durante il regno
di Pietro il Grande. Una folla di marinai e di soldati imperversò
per le strade cittadine, frantumando le vetrine dei negozi e dando
fuoco alle case. Vennero erette barricate e occupate parecchie
abitazioni come roccaforti contro l'atteso arrivo di forze di
repressione da Pietroburgo. La sommossa durò due giorni, fece 17
morti e 82 feriti prima che le truppe governative restaurassero
l'ordine. Circa 3.000 ammutinati vennero arrestati; molti di loro
vennero condannati ad anni di prigione o di esilio, benché nessuna
condanna a morte fosse comminata. Il 19 luglio 1906 si verificò
una seconda e più grave ribellione, suscitata questa volta da un
ammutinamento nel porto di Sveaborg: imperversò per due giorni e
la sua forza motrice era ancora l'odio per l'autorità e la
disciplina. Da entrambe le parti si combatté con ferocia, giacché
i ribelli erano spinti dalla frustrazione e dalle offese, mentre
le autorità erano spronate dalla fiducia in una rapida vittoria,
ora che l'ondata rivoluzionaria in Russia aveva cominciato a
scemare. Questa volta 36 esponenti della rivolta vennero
giustiziati, mentre centinaia furono imprigionati o esiliati in
Siberia.
Nel 1917, agli albori della rivoluzione d'ottobre, Kronstadt fu
ancora una volta al centro di una sfrenata attività
rivoluzionaria. Sotto l'influenza dell'estrema sinistra, che in
quell'anno predominava ideologicamente tra gli abitanti dell'isola
di Kotlin, Kronstadt si proclamò "comune rivoluzionaria"
sull'esempio della comune di Parigi del 1871: nel maggio 1917 il
soviet di Kronstadt, che si era auto-organizzato sotto la
direzione di bolscevichi, anarchici, socialrivoluzionari di
sinistra e radicali apartitici di tutte le correnti, rifiutò di
sottomettersi all'autorità del governo provvisorio e si autonominò
"unico potere della città". Venne organizzata una milizia popolare
per difendere l'isola da ogni intervento esterno contro la sua
sovranità, e gli abitanti di Kronstadt manifestarono un vero
talento per l'organizzazione spontanea: a parte vari comitati,
uomini e donne che lavoravano nella stessa azienda o vivevano
nella stessa zona formarono delle piccole comuni agricole di circa
50 membri e cominciarono a coltivare tutto il terreno arabile a
disposizione sul nudo territorio dell'isola. Poiché teneva
moltissimo alla sua autonomia, la popolazione di Kronstadt
sostenne fin da subito la parola d'ordine "tutto il potere ai
Soviet" avanzata nel 1917 da Lenin, ma interpretandola in modo
letterale: ogni località, cioè, doveva amministrare da sola i
propri affari, senza nessuna interferenza di altre autorità
centrali. Questa ingenuità sarà la miccia della rivolta del 1921
contro la dittatura di Lenin, prontamente repressa nel sangue. Ma
procediamo con ordine.
Nel corso del 1917 la flotta del Baltico rimase in uno stato di
turbolenza segnato da violente rivolte contro ogni forma di
autorità politica e militare. I marinai di Kronstadt, in
particolare, ardevano dal desiderio di liberarsi dalla severa
disciplina e dall'atmosfera carceraria che permeava l'isola di
Kotlin: così, quando scoppiò la rivoluzione di febbraio, colsero
l'occasione per regolare i conti con gli odiati superiori. Il 28
febbraio un manipolo di marinai infuriati strappò dal suo alloggio
il comandante della base, l'ammiraglio R. N. Viren, e lo trascinò
sulla Piazza dell'Ancora dove venne giustiziato sommariamente. Fu
il segnale di un'orgia di sangue in cui oltre quaranta Ufficiali
di terra e di mare vennero trucidati. Altri duecento circa vennero
messi in prigione. Durante la rivoluzione di febbraio un'ondata di
violenze si verificò in tutto il complesso delle basi della flotta
del Baltico: 76 Ufficiali di Marina, senza contare quelli delle
guarnigioni, vennero uccisi dai loro uomini. Questa sete di
vendetta personale non fu che un aspetto dell'estremismo
rivoluzionario della guarnigione di Kronstadt, dove la piazzaforte
fu presa da un generale spirito di licenza libertario,
incoraggiato quanto più possibile dai bolscevichi e dalle altre
frange dell'estrema sinistra politica. L'obiettivo principale di
questi ultimi, infatti, non erano gli Ufficiali ma lo stesso
governo provvisorio russo, e nei mesi successivi si servirono
abbondantemente dei marinai nelle manifestazioni di piazza a
Pietrogrado dell'aprile e giugno 1917. La guarnigione di Kronstadt
raggiunse nuovamente Pietrogrado (allora capitale russa) nel mese
di luglio, giocando un ruolo di primo piano nella fallita
insurrezione. Fu in quell'occasione, allorché si distinsero per
brutalità e ferocia, che Trotskij (fondatore e capo dell'Armata
rossa) li battezzò «onore e gloria della rivoluzione»: in un noto
incidente un gruppo di marinai catturò Viktor Cernov, ministro
socialrivoluzionario dell'agricoltura, che poté sfuggire al
linciaggio solo grazie all'intervento dello stesso Trotskij. Alla
fine di agosto, durante la marcia sulla capitale del generale
Kornilov, i marinai vi accorsero nuovamente in difesa di quella
che consideravano la loro rivoluzione: l'equipaggio della
corazzata Petropavlovsk, che era stato all'avanguardia
durante la rivolta di luglio, chiese nuovamente l'immediato
trasferimento di tutto il potere ai soviet, unitamente all'arresto
ed esecuzione di Kornilov. Quattro Ufficiali che si erano opposti
furono arrestati ed uccisi. Nelle settimane seguenti i marinai,
fedeli alla loro reputazione di intransigenza rivoluzionaria,
continuarono a premere per il rovesciamento del governo
provvisorio di Kerenskij. Il 25 ottobre, quando Lenin riuscì a
compiere il colpo di Stato della violenta minoranza bolscevica, si
lanciarono contro Pietrogrado con i propri battelli, unendosi alle
guardie rosse nell'assalto al Palazzo d'Inverno, mentre
l'incrociatore Aurora - alla fonda nella capitale - sparava
granate a salve per demoralizzare gli oppositori del golpe.
Ma non bastò la caduta del governo e l'avvento al potere di Lenin
a calmare i marinai di Kronstadt: la loro tendenza alle soluzioni
violente si manifestò nuovamente nel gennaio 1918, quando nella
notte tra il 6 ed il 7 una banda di essi penetrò in un ospedale di
Pietrogrado dov'erano custoditi due ex ministri
costituzional-democratici dell'abbattuto governo provvisorio,
Scingarev e Kokoscin, trucidandoli nei loro letti. Lenin impedì
un'inchiesta sull'accaduto, poiché attribuiva un valore non
indifferente ai marinai, considerandoli una specie di guardia
pretoriana pronta a prendere le armi all'istante per la difesa dei
soviet, e non voleva inimicarseli. Su queste premesse nel corso
della guerra civile 1918-1920 i marinai di Kronstadt e dell'intera
flotta del Baltico rimasero gli alfieri della milizia
rivoluzionaria, tant'è che più di 40.000 di essi parteciparono
alla lotta contro le armate dei c.d. "russi bianchi",
distinguendosi per la crudeltà ed entrando a far parte dei ranghi
dell'Armata rossa su tutti i fronti. Nella battaglia decisiva di
Sviiazhsk fornirono a Trotskij le truppe scelte più focose, e si
distinsero in numerose azioni belliche.
Ma quando la guerra civile ebbe fine, la situazione - invece di
migliorare - volse al peggio, ed il miraggio marxista si rivelò
nella ben più reale e pragmatica dittatura bolscevica ...
IL PROSIEGUO: LA DITTATURA DI LENIN E
LO SCOPPIO DELLE OSTILITÀ
Con la fine delle ostilità interne venne anche meno la
giustificazione popolare della dura politica di Lenin, che a
questo punto rivelò la vera natura criminale del tanto osannato
"sogno umanitario": come i contadini non vedevano più alcuna
necessità nelle confische dei loro prodotti e nell'abolizione del
mercato libero, e gli operi reagivano al soggiogamento dei loro
sindacati ed alla restaurazione della disciplina di fabbrica, alla
direzione personale ed ai tecnici e specialisti "borghesi", così i
soldati ed i marinai chiedevano il ritorno dei principî
democratici nella vita militare. Nella turbolenta flotta del
Baltico l'opposizione al rafforzamento della disciplina,
all'abolizione dei "comitati di nave" e la nomina di commissari e
di "specialisti militari" in posizione di comando assunse
immediatamente dimensioni minacciose. Anzi, gli sforzi dei
bolscevichi per liquidare i "comitati di nave" e per imporre
l'autorità dei commissari nominati dal centro suscitarono un
uragano di proteste. Ma a ciò si aggiunsero delle nuove
circostanze idonee a fomentare lo spirito ribelle tra le ciurme
delle navi e tra i soldati delle guarnigioni del Baltico: dato che
il pericolo della resistenza filo-zarista era stato eliminato, gli
uomini ricevettero, per la prima volta dopo molti mesi, delle
licenze. Ed appunto tornando ai villaggi natali, toccarono con
mano le meraviglie del "paradiso del proletariato" che si andava
costituendo. Vennero a contatto con la politica della requisizione
dei cereali e con i metodi violenti che il partito comunista usava
per attuarla; alcuni di essi vennero fermati dai distaccamenti che
controllavano i blocchi stradali e sottoposti a perquisizione per
il timore che trasportassero illegalmente dei viveri; nelle città,
invece, videro in tutta la sua estensione la miseria prodotta
dalla guerra civile che loro stessi - complici dei bolscevichi -
avevano scatenato per impadronirsi del potere assoluto,
distruggendo qualunque cosa avesse potuto contrastarli. Dovunque
si trovarono di fronte ad una popolazione inquieta e scontenta,
soggiogata dai nuovi padroni. Ascoltarono le lamentele dei loro
fratelli e parenti, che somigliavano stranamente - in tanti casi -
alle proprie ragioni di risentimento nei confronti delle autorità.
«Per anni», osservò Stepan Petricenko, figura di spicco
nell'insurrezione di Kronstadt del 1921, «ciò che accadeva a casa
nostra mentre noi eravamo al fronte o sul mare ci è stato nascosto
dalla censura bolscevica. Quando tornammo a casa i nostri genitori
ci chiesero perché combattessimo per gli oppressori. E questo ci
fece riflettere». L'effetto di questo ritorno alla realtà fu così
brusco che il governo cercò di ridurre drasticamente le licenze
nella flotta, ma da ciò derivarono solo fenomeni di crescente
diserzione. All'inizio del 1921 la flotta, in quanto forza
militare organizzata, stava per cadere in preda ad una grave
crisi. A ciò si aggiunsero problemi di approvvigionamento sempre
più grandi, che già sul finire del 1920 avevano fatto scoppiare
un'epidemia di scorbuto tra gli equipaggi. A dicembre i marinai di
Kronstadt inviarono a Mosca - ora ritornata ad essere capitale
della Russia e dell'URSS - una delegazione per chiedere un
miglioramento delle razioni, ma al loro arrivo gli uomini vennero
immediatamente arrestati. Nel gennaio 1921 circa 5.000 marinai del
Baltico abbandonarono il partito comunista, mentre tra l'agosto
1920 ed il marzo 1921 l'organizzazione di partito di Kronstadt
perse più della metà dei suoi membri: i vertici moscoviti
attribuirono ciò all'infiltrazione di elementi poco fidati
nell'ultimo periodo della guerra civile, quando molti "reazionari"
cercavano scampo dissimulandosi nelle organizzazioni ancora
recenti del partito. Verso la metà di febbraio del 1921 la
tensione era giunta alle stelle: prima della fine del mese a
Pietrogrado scoppiò una serie di scioperi, ed il 26 gli equipaggi
della Petropavlovsk e della Sevastopol tennero
un'assemblea straordinaria decidendo di inviare nell'ex capitale
una delegazione per capire ciò che stava realmente accadendo. Le
navi da guerra, infatti, non potevano abbandonare Kronstadt perché
imprigionate, una a fianco dell'altra, dai ghiacci. Quando la
delegazione giunse a Pietrogrado, vi trovò uno "stato di guerra"
imposto dai comunisti per mantenere una parvenza di ordine: le
fabbriche in sciopero erano circondate dalle truppe e dagli
allievi ufficiali, mentre negli stabilimenti ancora attivi delle
squadre armate di comunisti sorvegliavano da vicino gli operai,
che rimanevano in silenzio all'arrivo dei marinai. «Si sarebbe
potuto pensare», disse ancora Petricenko, «che non si trattava di
fabbriche, ma di campi di lavoro forzato dell'epoca zarista». Il
28 febbraio i delegati, indignati, rientrarono a Kronstadt e
tennero la loro relazione in una "storica" riunione a bordo della
Petropavlovsk. L'assemblea, alla fine, votò una lunga
risoluzione, che prese il nome di "Piattaforma politica della
rivolta di Kronstadt". La rivoluzione della Petropavlovsk,
che si ribellava apertamente contro il potere bolscevico negandone
la legittimità rivoluzionaria ed equiparandolo a tutti gli effetti
alla precedente tirannide zarista, esprimeva più in generale il
malcontento delle città e dei villaggi nei confronti del nuovo
dispotismo leninista: la dichiarazione iniziale della risoluzione,
per cui «i soviet attuali non rappresentano la volontà degli
operai e dei contadini» era una chiara sfida al monopolio
bolscevico del potere politico. La domanda di nuove elezioni ai
soviet, collegata alla richiesta della libertà d'espressione (pur
limitata ai soli gruppi politici della sinistra!) era qualcosa che
Lenin ed i suoi accoliti non erano disposti a tollerare. Ma se si
conoscono bene i documenti programmatici del partito comunista
russo, si scopre che in realtà la risoluzione della
Petropavlovsk altro non era che un invito al governo sovietico
di comportarsi secondo la sua stessa costituzione, una banale
riaffermazione, cioè, di quegli stessi diritti e di quelle stesse
libertà che a parole Lenin aveva sostenuto nel 1917. Per poi,
ovviamente, sconfessare nei fatti una volta giunto al potere. Con
l'adozione della risoluzione gli eventi precipitarono: il giorno
successivo, il 1° marzo, si tenne un comizio sulla Piazza
dell'Ancora cui parteciparono circa 15.000 persone, più di un
quarto della popolazione civile e militare di Kronstadt. Sul palco
erano presenti anche due funzionari bolscevichi di prestigio,
inviati da Pietrogrado per salvare la situazione: Kalinin e Kusmin:
al loro arrivo furono accolti da festeggiamenti di piazza e da una
guardia d'onore militare, ma una volta che presero la parola,
condannando la risoluzione e diffidando i marinai dal
sottomettersi all'autorità centrale, la piazza si rivoltò loro
contro: per parecchi minuti le urla ed i fischi costrinsero
Kalinin al silenzio, poi tentò un'ultima volta di prendere la
parola per denunziare la rivoluzione come "controrivoluzionaria",
gridando all'indisciplina ed al tradimento, che sarebbero stati
stroncati dalla mano di ferro (ovverosia l'Armata rossa di
Trotskij) del proletariato. A questo punto venne allontanato dalla
tribuna. Dopo l'approvazione della risoluzione, l'assemblea decise
di inviare a Pietrogrado una delegazione di 30 uomini per
informarne la popolazione e per ottenere che fosse inviata a
Kronstadt una rappresentanza di "senzapartito" per rendersi conto
della situazione in modo diretto. I delegati vennero però
arrestati non appena sbarcati a Pietrogrado, e di loro non si
seppe più nulla. Il 2 marzo venne eletto un nuovo soviet di
Kronstadt, impedendo ai comunisti di dominare le votazioni.
Qualcuno propose l'invio di una nuova delegazione a Pietrogrado,
ma la proposta venne scartata per il timore d nuovi arresti;
quindi, nella tensione generata dalle prospettive di un attacco
dei bolscevichi, la conferenza prese una risoluzione fatidica:
decise di costituire un comitato rivoluzionario provvisorio con il
compito di amministrare la città e la guarnigione sino alla
formazione del nuovo soviet. Mancando il tempo per procedere ad
elezioni più regolari, l'ufficio di presidenza di cinque membri
venne designato come Comitato rivoluzionario provvisorio, sotto la
presidenza di Petricenko. Con quest'azione il movimento di
Kronstadt si pose al di fuori dei limiti di una mera protesta.
Tutti i forti, le batterie e le navi da guerra riconobbero
l'autorità del Comitato rivoluzionario; e già di primo mattino
copie della risoluzione della Petropavlovsk erano state
inviate sulla terraferma e distribuite ad Oranienbaum, Pietrogrado
ed altre città vicine. Nel pomeriggio la squadra aerea navale di
Oranienbaum riconobbe il Comitato rivoluzionario e inviò,
attraverso il ghiaccio, dei rappresentanti a Kronstadt. La rivolta
aveva cominciato ad espandersi. Il giorno dopo, 3 marzo, il
Comitato rivoluzionario provvisorio cominciò a pubblicare un
quotidiano, le «Isvestia Vremennogo Revolutsionnogo Komiteta
Matrosov, Krasnoarmeitsev i Rabocikh gor. Kronsctadta»
("Notizie del Comitato rivoluzionario provvisorio dei marinai,
soldati e lavoratori della città di Kronstadt"), che sarebbe
apparso senza interruzione sino al 16, il giorno antecedente
all'attacco decisivo contro i ribelli. Ad Oranienbaum, invece, le
truppe del primo squadrone aereo della flotta tennero a loro volta
una riunione nel loro circolo, approvarono all'unanimità la
risoluzione e - seguendo l'esempio di Kronstadt - procedettero
all'elezione di un proprio Comitato rivoluzionario.
Sempre il 3 marzo, però, alle 5 del mattino giunse a Pietrogrado
un treno blindato con un distaccamento di kursanti e tre
batterie di artiglieria leggera. Le caserme dello squadrone aereo
di Oranienbaum vennero rapidamente circondate ed i loro occupanti
arrestati. Poche ore dopo, a seguito di stringenti interrogatori,
45 uomini vennero portati via e fucilati: tra essi vi erano il
comandante dell'aviazione navale rossa ed il presidente del
Comitato rivoluzionario appena costituito. Così come accadrà a
Kronstadt, i ribelli di Oranienbaum si dimostrarono estremamente
ingenui nei riguardi dell'apparato repressivo sovietico, poiché
non avevano compiuto il minimo tentativo per armarsi e garantirsi
l'effettivo controllo della base. Né fu mai presa in
considerazione l'ipotesi di marciare direttamente su Pietrogrado -
nei primi giorni della rivolta - per incitare la popolazione a
ribellarsi alle angherie dei bolscevichi, tanto più avendo a
disposizione l'appoggio della stragrande parte delle forze armate
locali: i marinai preferirono arroccarsi sulla loro isola
illudendosi sulla bontà intrinseca del comunismo, non ricordandosi
neppure le nefandezze che quest'ultimo aveva potuto compiere
proprio grazie al loro apporto durante la guerra civile.
Con un proclama ufficiale, sempre il 5 marzo i
bolscevichi lanciarono l'ultimatum alla guarnigione di
Kronstadt, minacciando di "massacrarla come pernici" (espressione
attribuita a Trotskij), dopodiché le autorità di Pietrogrado
ordinarono l'arresto - come ostaggi - dei familiari dei ribelli.
Il sistema degli ostaggi era stato inaugurato da Trotskij durante
la guerra civile, come un ammonimento agli "specialisti militari"
(ex Ufficiali zaristi) perché non pensassero mai di "tradire" le
truppe dell'Armata rossa al loro comando. Il 7 marzo scadde l'ultimatum,
senza la resa di Kronstadt: adesso, però, Lenin era in grado di
usare la forza, perché nel frattempo aveva fatto affluire a
Pietrogrado un gran numero di uomini e mezzi militari d'assalto.
Le operazioni militari ebbero inizio il 7 marzo, alle sei e
quarantacinque del mattino: le batterie comuniste di Sestroretsk e
di Lisy Nos, sulla costa settentrionale, aprirono il fuoco su
Kronstadt. Questi bombardamenti, diretti soprattutto contro i
fortini esterni dell'isola, miravano ad indebolirne le difese per
favorire il successivo assalto della fanteria. Quando vi fu il
fuoco di risposta dall'isola, iniziò il bombardamento da Krasnaja
Gorka, cui seguì la reazione del Sevastopol. Il 7 marzo era
anche la giornata internazionale delle donne lavoratrici: tra il
frastuono delle armi da fuoco la radio di Kronstadt inviava auguri
alle lavoratrici di tutto il mondo, denunziando nello stesso tempo
i comunisti quali "nemici del popolo che lavora" ed invitando
all'abbattimento delle tirannie e dei dispotismi d'ogni genere. Il
giorno dopo, all'alba, fu sferrato il primo attacco della fanteria
sovietica, che venne però impedito dall'improvviso cedere della
lastra ghiacciata del Golfo di Finlandia colpita dai proiettili
esplosi; va notato che in quell'occasione una parte delle truppe
d'assalto abbandonò il campo comunista per appoggiare gli insorti.
Quella sera, poi, un gruppo di bolscevichi si avvicinò a Kronstadt
da sud, recando ingannevolmente una bandiera di tregua. Due membri
del Comitato rivoluzionario provvisorio, Verscinin e Kupolov,
andarono loro incontro a cavallo: Verscinin venne catturato
all'istante, mentre Kupolov riuscì a salvarsi al galoppo.
Il nuovo cannoneggiamento, decisivo, ebbe inizio alle due
pomeridiane del 16 marzo e continuò per tutto il giorno:
proiettili caddero a Kronstadt nei pressi del cimitero dove erano
in corso i riti funebri in memoria dei difensori caduti. Gli
insorti risposero con un intenso fuoco di sbarramento ed elevando
una cortina fumogena dalla Petropavlovsk, che però fu
colpita assieme alla Sevastopol, seppur non in modo grave.
Entrambe le navi, però, erano imprigionate dai ghiacci e quindi
impedite ad affrontare il mare aperto e le forze dell'Armata
rossa. Il 17 marzo fu una giornata limpida, senza nebbia, per cui
gli assalitori si trovavano in condizioni di protezione ridotta:
per questo intensificarono il fuoco, ed a metà pomeriggio avevano
ormai conquistato la maggior parte dei forti avvicinandosi al
bastione nord-est della città di Kronstadt. Nel frattempo il
settore sud delle armate bolsceviche aveva lanciato il suo attacco
contro i confini meridionali ed occidentali della città: muovendo
da Oranienbaum, alle quattro del mattino del 17 marzo, un'ampia
colonna dotata di mitragliatrici ed artiglieria leggera avanzò su
tre colonne contro il porto militare di Kronstadt, mentre una
quarta colonna puntava sulla Porta di Pietrogrado, il punto di
accesso più vulnerabile della città. Era ancora buio quando le
punte avanzate della 79ª brigata di fanteria giunsero nei pressi
delle postazioni di cannoni pesanti che difendevano il porto: i
proiettori lanciavano fasci di luce, ma le tenebre e la nebbia
nascondevano alla vista dei difensori le truppe mimetizzate.
Raggiunti i confini meridionali della città, distaccamenti scelti
dei comunisti sopraffecero i serventi di alcune batterie esterne.
Ma, allorché si spinsero in avanti, furono assaliti da un intenso
fuoco di sbarramento di cannoni e mitragliatrici da parte delle
circostanti fortificazioni ribelli. Durante tutta la giornata la
battaglia continuò ininterrotta. Secondo alcune testimonianze, le
donne di Kronstadt presero parte al combattimento, trasportando
munizioni ai ribelli e salvando i feriti sotto il fitto fuoco per
portarli ai posti di soccorso degli ospedali cittadini. Alle
sedici gli insorti lanciarono un improvviso attacco che vide
vacillare i bolscevichi e minacciò di respingerli di nuovo sul
ghiaccio, ma proprio a questo punto sopraggiunsero il 27°
reggimento di cavalleria e un distaccamento di volontari del
partito comunista di Pietrogrado che ristabilirono le sorti della
giornata. Prima del tramonto fu portata sino in città
l'artiglieria da Oranienbaum, che aprì il fuoco sui ribelli con
effetti devastanti. In serata i kursanti del settore nord
penetrarono in città da nord est e catturarono il quartier
generale della fortezza, sterminandolo. Si unirono quindi con i
loro "compagni" del settore sud, che nel frattempo si erano aperti
la strada dalla Porta di Pietrogrado al centro della città. Verso
mezzanotte il fuoco cominciò a ridursi: gli ultimi forti erano
stati via via conquistati, e la vittoria dei bolscevichi era ormai
cosa fatta.
Alla sera del 17 marzo, quando tutto appariva perduto, undici
membri del Comitato rivoluzionario (tra cui lo stesso Petricenko)
si rifugiarono, attraverso il ghiaccio, a Terijoki; poco prima di
mezzanotte circa 800 fuggiaschi, tra i quali il nerbo dei
dirigenti della rivolta, raggiunsero la costa finlandese: poiché
erano certi che, una volta catturati, sarebbero stati
immediatamente uccisi dai sovietici, furono i primi a lasciare
l'isola, con l'eccezione di un certo numero di ribelli che si
trovavano nei forti più vicini alle spiagge della Karelia (allora
territorio finlandese, poi invaso dall'URSS). La loro fuga
rappresentò il segnale dell'esodo in massa dei difensori di
Kronstadt dall'isola di Kotlin e dai forti circostanti. Durante le
ventiquattr'ore successive un fitto flusso di fuggiaschi,
soprattutto marinai, attraversò le frontiere finlandesi: in totale
fuggirono più di 8.000 uomini, più della metà delle forze ribelli.
Circa 400 cavalli vennero portati attraverso il ghiaccio, e 2.500
fucili abbandonati vennero raccolti lungo la costa dalle guardie
di frontiera finlandesi. Alle 23:50 di sera il quartier generale
comunista di Kronstadt, ristabilito, fu in grado di inviare al
comitato di difesa di Pietrogrado un messaggio di vittoria: «I
nuclei controrivoluzionari sulla Ptropavlovsk e sulla
Sevastopol sono stati liquidati.
Il potere è in mano ai simpatizzanti del governo sovietico. A
bordo della Petropavlovsk e della Sevastopol è
cessata ogni azione militare. Si stanno prendendo misure urgenti
per catturare gli Ufficiali che sono fuggiti verso le frontiere
finlandesi». Nelle prime ore del 18 marzo distaccamenti di
kursanti occuparono le due corazzate; nel frattempo, ad
eccezione di poche sacche di disperati, il resto degli insorti si
era arreso, e verso mezzogiorno i forti, le navi e quasi tutta la
città erano nelle mani dei sovietici. Tra i morti, una buona parte
venne massacrata nei momenti finali della battaglia: una volta
penetrate nella fortezza, le truppe attaccanti si vendicarono in
un'orgia di sangue delle perdite subite. Una misura dell'odio dei
comunisti di Pietrogrado è dato dal rammarico, da questi espresso
ufficialmente, che non fossero stati usati gli aeroplani per
mitragliare i fuggiaschi verso la Finlandia, mentre percorrevano i
ghiacci. Del resto sia Trotskij che il suo comandante in capo, S.
S. Kamenev, avevano autorizzato l'uso di gas asfissianti contro
gli insorti, e se Kronstadt avesse resistito più a lungo sarebbe
stato attuato un piano per lanciare un attacco di gas mediante
proiettili e palloni, elaborato dai cadetti della scuola chimica
superiore.
L'EPILOGO
Nessuno dei ribelli catturati ebbe un pubblico
processo.
Tra gli oltre 2.000 prigionieri catturati nel corso della
battaglia ne furono scelti 13, quali capi della rivolta, che
furono "processati" a porte chiuse. Per montare un processo per
cospirazione controrivoluzionaria, la stampa sovietica si
preoccupò di sottolineare le loro origini sociali: cinque erano ex
Ufficiali di famiglie nobili, uno un ex prete e cinque di origine
contadina. I loro nomi non hanno particolare rilievo: nessuno di
loro apparteneva al Comitato rivoluzionario, quattro membri del
quale - Valk, Pavlov, Perepelkin e Verscinin - erano stati
arrestati dai bolscevichi, o era membro del gruppo di "specialisti
militari" che aveva avuto funzione consultiva nel corso della
rivolta. In ogni caso, i tredici "capi" vennero "processati" il 20
marzo e puntualmente condannati a morte. Dei restanti prigionieri,
parecchie centinaia vennero immediatamente trucidati a Kronstadt;
gli altri furono trasportati dalla Ceka [la polizia politica da
cui poi nascerà l'NKVD e quindi il KGB] nelle sue carceri sulla
terraferma. A Pietrogrado le prigioni erano piene oltre misura, e
per parecchi mesi centinaia di ribelli furono portati via e
fucilati a piccoli gruppi. Tra questi vi fu Perepelkin, che prima
di essere ucciso scrisse un resoconto della rivolta, poi scomparso
negli archivi sovietici. Altri vennero inviati nei campi di
concentramento, quali la tristemente nota prigione di Solovki sul
Mar Bianco, da cui nacque il sistema concentrazionario del gulag.
Qui i lavori forzati, uniti alla fame, all'esaurimento ed alle
malattie completarono l'opera di eliminazione pianificata da
Lenin. In qualche caso le famiglie degli insorti subirono la
stessa sorte. Ad esempio, la moglie ed i due figli di Koslovski,
che erano stati presi come ostaggi ai primi di marzo, furono
inviati in un campo di concentramento: solo la figlia di undici
anni venne risparmiata. Per quanto invece riguarda i fuggiaschi in
Finlandia, circa 8.000 si salvarono attraverso i ghiacci e vennero
internati nei campi per rifugiati di Viipuri, Terijoki e Ino.
Quasi tutti erano marinai e soldati, con una percentuale minima di
civili: la Croce Rossa inglese ed americana li rifornì di cibo e
vestiario, alcuni trovarono lavoro nella costruzione di strade o
in altre opere pubbliche, ma non si adattarono mai alla vita nei
campi. I bolscevichi, intanto, richiesero il loro rimpatrio con le
armi che avevano portato con sé, e molti fuggitivi - ingannati da
una promessa di amnistia e nonostante tutto convinti della bontà
di quella causa comunista in nome della quale avevano combattuto e
massacrato - rientrarono in Russia, dove vennero prontamente
arrestati e spediti nei campi di concentramento siberiani. Nei
mesi di giugno e luglio del 1921 gruppi di questi passarono per le
prigioni sovietiche, sulla via di un futuro di lavori forzati e di
morte prematura.
Anche il loro leader Petricenko non si liberò mai dalla
bestialità del sogno maxista: rimase in Finlandia per 25 anni e -
nonostante tutto quel che gli era capitato - dopo un po' di tempo
iniziò ad organizzare dei gruppi filosovietici proprio all'interno
del paese che gli aveva dato asilo, e che sarebbe poi stato invaso
dall'URSS. A causa di queste attività eversive fu rimpatriato in
Russia alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dove venne
immediatamente arrestato. Circa due anni dopo morì in un campo di
prigionia sovietico.
[Kronstadt
1921: una tragica necessità - Il "giustificazionismo" a tutti
i costi dei crimini del comunismo internazionale - in italiano]
[Kronstadt
1921: The Third Revolution
- in inglese - area anarchica] |
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Galileo Galilei: un po’ di verità
di Vittorio Viccardi |
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E' il paladino della
libertà scientifica e il testimone dell'oscurantismo religioso
cattolico. Questo nell'immaginario popolare e sui libri di testo
scolastici. Ma la verità storica è un'altra. "Eppur si muove!". Chi
non ricorda questa celebre frase attribuita a Galileo Galilei che
volle così rispondere, ci viene detto, con fiero cipiglio, alla
lettura della sentenza di quei feroci inquisitori che lo condannavano
per le sue scoperte scientifiche? Gran parte degli studenti ne sono
persuasi. Processato, condannato, torturato, incarcerato e, cosi`
credono in buona percentuale, anche bruciato sul rogo: questo
l'insieme delle cognizioni che la scuola e i mass media ci propinano a
proposito dello scienziato pisano. Solo una minoranza esigua, più
preparata, risponderà che Galileo è giustamente famoso per aver
applicato per primo il metodo sperimentale, tipico della scienza
moderna, per aver perfezionato e utilizzato a fini scientifici il
cannocchiale, per aver scoperto il termometro, la legge che regola le
oscillazioni del pendolo, la montuosità della luna, la natura stellare
della Via Lattea, i 4 satelliti di Giove, le anomalie di Saturno, le
macchie solari e le fasi di Venere. Diciamo la verità: più che per la
sua opera scientifica.
Galileo è noto per i
due processi subiti dall'Inquisizione nel 1616 e nel 1633, che lo
hanno fatto diventare un paladino della scienza moderna e del
progresso ed una vittima dell'oscurantismo religioso e conservatore
della Chiesa cattolica. Eccoci dunque di fronte ad una vittima
innocente immolata sull'altare di quel cattolicesimo che pretendeva di
possedere verità assolute anche in materie scientifiche, ad un martire
della scienza, ad un testimone dell'irriducibile contrapposizione tra
la Fede religiosa e la scienza. Senza pretesa di esaurire l'argomento,
qualche considerazione ci aiuterà ad avere le idee più chiare. In
primo luogo: Galileo non si considero` mai avversario della Chiesa,
come tenta di convincerci una delle più grandi menzogne che ci siano
mai state propinate. Conservo` la fede cattolica fino alla morte, fu
amico per lungo tempo di papi e di cardinali, (il cardinale Maffeo
Barberini, poi eletto Papa con il nome di Urbano VIII, fu suo grande
ammiratore) e da molti religiosi fu protetto e incoraggiato nelle sue
ricerche. Quando nel 1611 si reco` a Roma fu molto ben accolto dal
padre Cristoforo Klaus (Clavio) e dai gesuiti del Collegio Romano. Fu
ricevuto persino da Papa Paolo V, con il quale ebbe un lungo e
caloroso colloquio. Qualche mese prima, si era convinto delle fasi di
Venere analoghe a quelle della Luna, segno che il pianeta girava
intorno al Sole dal quale riceveva la luce. Il sistema tolemaico era
cosi` confutato, quello eliocentrico non era certamente dimostrato, e
tutto questo non sembrava pregiudicare i suoi rapporti con il mondo
ecclesiale. Anzi, mentre i colleghi scienziati, con in testa il famoso
Cremonini, accusavano Galileo di vedere "macchie sulle lenti del
telescopio", non mancava al pisano l'appoggio dei potentissimi
astronomi e filosofi della Compagnia di Gesù (gesuiti), capitanati da
san Roberto Bellarmino, generale dell'Ordine dei Gesuiti e consultore
del Sant'Uffizio. E ancora. Quando padre Cavini attaccherà Galileo a
Firenze, nella chiesa di santa Novella, lo scienziato verrà difeso dal
padre Benedetto Castelli, suo discepolo e professore di matematica a
Pisa, e dal maestro Generale dei Domenicani, padre Luigi Maraffi.
Sara` poi il cardinale Giustiniano ad ordinare al Cavini di ritrattare
pubblicamente le sue accuse. Senza dimenticare che a Napoli, un altro
religioso, il padre Foscarini, pubblicava un elogio di Galileo e del
sistema copernicano (che molti gesuiti dotti approvavano) ottenendo
l'approvazione ecclesiastica. E ancora. Anche dopo la sentenza del
1633, che, oltre all'abiura, lo "condannava" a recitare una volta la
settimana i sette salmi penitenziali per un periodo di tre anni, fu
ospitato nella villa del cardinale di Siena, Ascanio Piccolomini, "uno
dei tanti ecclesiastici che gli volevano bene" (Messori).
Quindi, si trasferì
nella sua villa di Arcetri, detta "il gioiello", alla periferia di
Firenze. Morì con la benedizione del Papa e ricevendo l'indulgenza
plenaria, segno che la Chiesa non lo considerava certamente un
avversario né lui considerava tale la Chiesa. Proprio una favola
quella dell'inimicizia, della contrapposizione invincibile,
dell'insanabile rottura tra lo scienziato pisano e la Chiesa
cattolica. Una favola che per primo contesterebbe proprio lo
scienziato pisano. Non va dimenticato, infatti, che al termine della
sua vita movimentata, lasciò scritto che "in tutte le opere mie,
non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla
pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa". In secondo luogo: la
teoria eliocentrica (la Terra e i pianeti ruotano attorno al sole) non
fu inventata da Galileo. Già Aristarco di Samo e la scuola pitagorica,
cinque-sei secoli prima di Cristo avevano sostenuto fosse la Terra a
ruotare annualmente intorno al sole. Questa teoria venne ripresa da
Copernico, sacerdote polacco, morto 21 anni prima della nascita di
Galileo. Se Copernico decise di pubblicare i suoi studi solo l'anno
della sua morte fu per timore di essere dileggiato dai colleghi di
studi, non certo da uomini di Chiesa (i papi Clemente VII e Paolo III,
cui l'opera di Copernico era dedicata), dai quali ebbe favori e
incoraggiamenti. Proprio come accadde a Galileo, che ebbe tra i suoi
più fieri avversari i colleghi, peraltro irritati dal carattere tutt'altro
che facile dello scienziato pisano, non i religiosi. In terzo luogo:
Galileo non portò alcuna prova scientifica che potesse sostenere senza
ombra di dubbio la teoria eliocentrica. Per "provare" che la Terra
ruotava intorno al sole sosteneva che le maree erano dovute allo
"scuotimento" delle acque causato dal movimento terrestre. Ma questo
argomento era scientificamente insostenibile. Avevano ragione i suoi
"giudici inquisitoriali", i quali sapevano bene che le maree sono
dovute all'attrazione lunare. Sentiamo Messori: "In quel 1633 del
processo a Galileo, sistema tolemaico (Sole e pianeti ruotano attorno
alla Terra) e sistema copernicano (Terra e pianeti ruotano attorno al
Sole) non erano che due ipotesi quasi in parità, su cui scommettere
senza prove decisive. E molti religiosi cattolici stessi stavano
pacificamente per il "novatore" Copernico, condannato invece da Lutero".
Il Cardinale Bellarmino sosteneva che la teoria eliocentrica,
considerata come "ipotesi" scientifica (e ipotesi doveva correttamente
considerarsi, fino a quando non fosse stata dimostrata vera) non era
da scartare a priori, ma bisognava portare le prove. La posizione del
Bellarmino è assai più corretta di quella di Galileo, che senza prove
la spacciava per tesi inconfutabile. Anzi, in questo specifico caso,
proprio il Bellarmino aveva assunto allora una posizione che la fisica
moderna, quella dei nostri tempi, dà per scontata. In quarto luogo:
nel processo del 1616 di Galileo non si parla nemmeno. Ma,
successivamente convocato al Sant'uffizio, gli fu reso nota la
condanna della tesi copernicana e imposto di non insegnarla prima che
venisse corretta (quattro anni dopo la teoria fu corretta e
qualificata come ipotesi e non come tesi). L'ingiunzione gli venne
comunicata privatamente per non esporlo al dileggio dei colleghi.
Galileo promise di obbedire (e non lo fece) e venne ricevuto dal Papa
in persona. Una "condanna" straordinariamente mite.
Come mite fu la
"condanna" subita nel processo del 1633. Galileo non passò nemmeno un
minuto in carcere, non venne mai torturato, non gli fu impedito di
incontrare colleghi e religiosi (vanno a trovarlo uomini del calibro
di Hobbes, Torricelli e Milton), di scrivere, di studiare e di
pubblicare, tant'è che il suo capolavoro scientifico - Discorsi e
dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze - risale al
1638, cinque anni dopo la condanna. Ci manca ancora un punto. La
famosa frase "Eppur si muove" con la quale abbiamo aperto queste
considerazioni. Un altro falso storico. Fu inventata a Londra, nel
1757, dal brillante e spesso inattendibile giornalista Giuseppe
Baretti. Come si vede, nel caso Galilei abbiamo bisogno di un po' di
verità.
BIBLIOGRAFIA
Rino Cammilleri,
La verità su Galileo, in Fogli, n. 90, Anno XI, settembre 1984.
Jean Pierre Lonchamp,
Il caso Galileo, edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1990.
© Il Timone - n. 1
Maggio/Giugno 1999
tratto dal sito:
http://www.kattoliko.it/leggendanera/galileo.htm
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Le origini occultiste del Partito
Nazional-Socialista |
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Siamo in una
fumosa birreria nella Monaco degli anni Venti: a un tavolo alcuni
loschi figuri appartenenti a società che praticano l’occultismo si
riuniscono per discutere di un nuovo progetto. Tra loro vi sono uomini
dell’alta finanza, ufficiali dell’esercito e uomini di cultura
dell’estrema destra antisemita tedesca. Insieme vogliono creare un
partito di massa che possa diffondere l’idea di una comunità mondiale
completamente arianizzata nella quale le altre razze devono avere solo
un ruolo subalterno: così nasce, nel 1919 il partito nazista.
Tra gli ammiratori
delle società esoteriche vi è Adolf Hitler, un reduce dalla prima
guerra mondiale. Negli anni intorno al 1918-19 Hitler vive in una
Monaco ricca di fermenti politici. Ed è proprio nell’atmosfera di
reazione che si respira in quella città dopo la caduta della
Repubblica Socialista di Baviera che si forma culturalmente il futuro
dittatore. Hitler comincia in questo periodo a entrare in contatto con
società esoteriche e a convincersi che vi fosse una qualche relazione
di carattere magico tra forze cosmiche e individui particolarmente
dotati. Una di queste società esoteriche si chiama Thule.
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Thule
nasce nel 1912 e trova l’origine del suo nome da un’ isola che si
riteneva fosse esistita nell’estremo nord europeo e nella quale gli
adepti di tale società ritenevano fosse esistita una civiltà superiore
oramai estinta. Il fine di Thule è quello di creare una razza
di superuomini, ovviamente ariani, i quali avrebbero dovuto portare a
termine la lotta contro quelle razze che loro ritenevano essere
inferiori: principalmente ebrei e slavi ma anche minoranze come
zingari e omosessuali. Uno degli adepti di Thule, Dexler, fonda
nel 1919 il Partito dei Lavoratori Tedeschi che diventerà poi, sotto
la guida di Hitler, il Partito Nazional-Socialista o Nazista. Thule
diventa così la società iniziatica più influente nella Germania del
dopo guerra. Finanziatore del Partito dei Lavoratori Tedeschi (DAP) è
l’ingegnere Gottfried Feder un altro membro della società iniziatica
Thule.
Ma non è solamente
Thule ad influenzare Hitler. Il professor Haushofer è direttore
dell’istituto di Geopolitica di Monaco. Da lui Hitler apprende
l’importanza del dominio di un’area strategica definita allora come
“il cuore della terra”: l’Europa orientale. Secondo Haushofer chi
domina su quest’area abitata dagli odiati slavi, avrebbe dominato su
tutto il mondo. Hitler lo definirà lo “spazio vitale” verso il quale
la Germania dovrà espandersi per garantirsi la millenaria prosperità
al Terzo Reich. Inutile aggiungere che anche Haushofer ha una forte
inclinazione verso gli studi di esoterismo, e a Berlino è lui stesso a
fondare un’altra società iniziatica: la Loggia luminosa della società
Vril, il cui obiettivo è quello di esplorare le origini della
razza Ariana e di studiare i rituali che potessero migliorare le forze
del Vril.
Himmler, Rosenberg e la svastica
Himmler, lo
spietato capo delle SS e uno dei massimi gerarchi del nazismo, fa
invece parte di Artamans, una oscura setta evocatrice di una
teutonica vita rurale. Durante la seconda guerra mondiale cerca di
attuare il progetto di un mondo ariano e di convertire l’Europa in un
Impero del Nord. Le SS dovevano essere l’avanguardia dell’arianizzazione
del mondo, selezionati non per capacità, ma bensì per il loro aspetto
fisico: alle SS è tollerata addirittura la bigamia in quanto
considerato un modo rapido per lo “sviluppo” dell’uomo ariano.
Alfred Rosenberg
principale teorico del nazismo e governatore della Polonia durante gli
anni della guerra è anch’egli un sostenitore dell’occultismo. Scrive
numerosi libri per sostenere la teoria razzista e assassina del
nazismo, e aiuta addirittura Hitler a scrivere il Mein Kampf.
Egli scrive in un suo libro:
“morte e vita non
sono entità opposte, bensì legate l’una all’altra. Grazie alla
benevolenza del destino di Dio, i due contrari si dissolvono
nell’ambito dell’eternità. Ma questa eternità può esistere sulla
terra. La morte crea nuova vita e, potremmo aggiungere, ripristina
così continuamente la marcia degli Ariani verso la meta finale”.
Anche il simbolo
che verrà scelto per rappresentare il nazismo denota una forte
propensione verso la ricerca di forze occulte. La parola svastica,
deriva dal parola sanscrita su, che significa bene, e asti,
che significa essere. La croce uncinata, svastica, è un simbolo molto
antico ed era già stato utilizzato da molte civiltà anche se circa la
sua origine si sa poco. Gli indiani associano la svastica con la
fortuna e protezione dall’ira; può rappresentare il sole, la dea Visnu.
Alla fine del XIX secolo la svastica si afferma come simbolo del
movimento nazionalista tedesco. Infine Hitler sceglierà la svastica
come simbolo del partito nazista ma ne invertirà il senso degli
uncini: in senso orario anziché antiorario, come nella tradizione
induista.
Forse sarà proprio
la ricerca della trascendenza a dare ai gerarchi nazisti la volontà di
spingersi fin dove nessun altro regime si era mai spinto. La
convinzione di essere portatori di un messaggio superiore al quale
tutto deve essere sacrificato: l’affermazione della razza ariana. Ed è
forse per queste ragioni che Hitler si convince di potere sconfiggere
qualsiasi tipo di coalizione militare e ad impegnarsi quindi in una
guerra su due fronti: quello britannico e quello russo, coalizione che
aveva già sconfitto più di un secolo prima l’esercito di Napoleone.
Alcuni generali della Wermacht, alieni da questa folle cultura
esoterista, avevano capito che quella guerra non avrebbe mai potuto
essere vinta e cercarono di eliminare il Führer, senza peraltro
riuscirvi; Hitler ritiene fino all’ultimo di riuscire a rovesciare le
sorti di una guerra oramai da tempo persa.
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LE MISSIONI
SCIENTIFICHE TEDESCHE IN TIBET
di Alberto Rosselli |
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Di
tutti i progetti scientifici
promossi e portati a compimento negli anni Trenta e Quaranta dalla
Germania nazista, la spedizione scientifica in Tibet alla ricerca
delle origini della razza ariana, appare come una delle più
interessanti e curiose, anche per i suoi (meno noti) risvolti
politici, diplomatici e militari. Nell’aprile 1938, cinque qualificati
ed addestrati membri delle Waffen-SS (l’Hauptsturmfuhrer SS
Ernst Schaefer, biologo e zoologo; l’alpinista e capogruppo tecnico
Edmund Geer; l’antropologo ed etnologo Bruno Berger, il geografo e
geomagnetologo Karl Wienert e il fotografo e operatore cinematografico
Ernst Krause) partirono, dietro ordine di Heinrich Himmler, alla volta
del Tibet e della città sacra di Lhasa per effettuare ricerche
antropologiche, etnologiche e mistico-religiose, ma anche per gettare
le basi per una successiva penetrazione tedesca in Asia.
Ufficialmente, il gruppo aveva come scopo non tanto la scoperta (come
scrisse Orville Schell nel suo libro Virtual Tibet) della
mitica Shangri-La, la sperduta terra in cui si presumeva esistesse una
civiltà pacifica e perfetta, ma la scoperta di prove scientifiche su
cui basare e giustificare l’idea di supremazia della razza ariana
tanto cara ad Adolf Hitler. Alti esponenti del partito
nazionalsocialista, primo fra tutti Himmler, credevano infatti che in
Tibet vivessero gli ultimi discendenti di una “superiore” tribù ariana
- leggendaria antenata della razza germanica - custode di poteri
soprannaturali e di formule esoteriche in grado di dominare “tutte le
altre stirpi inferiori”. E come si sa, secondo i nazisti,
l’acquisizione diretta di tali conoscenze avrebbe permesso alla
Germania di conquistare il mondo e di affermarsi come nazione guida
dell’umanità: un progetto oltremodo ambizioso che abbisognava non
soltanto della pura forza militare, ma di una motivazione e
giustificazione trascendentali elevate ed inoppugnabili.
Come
si è detto, la missione, oltre a scopi diciamo scientifici, nascondeva
una serie di non irrilevanti (e molto più realistici) obiettivi
politici e militari. Prendendo per buone le ragioni ideologiche che
stavano alla base del progetto di Himmler, alcune alte sfere della
Wehrmacht contavano infatti di sfruttare l’occasione per allacciare
più stretti rapporti con il movimento anti-inglese e indipendentista
indiano e per instaurare una sorta di “protettorato” tedesco sul
Tibet, trasformando questo stato montagnoso in una potenziale base
strategica dalla quale insidiare i vasti possedimenti coloniali
britannici in Asia: obiettivo, quest’ultimo, che - a margine
dell’ottenimento dei suoi interessanti risultati scientifici - la
spedizione si trovò vicina a realizzare. Come è noto, la missione
venne infatti bene accolta dal Reggente di Lhasa che dal 1933, cioè
dalla morte del Tredicesimo Dalai Lama, governava il Tibet. Il monaco
di Reting, diventato Reggente nel 1934, non soltanto si dimostrò molto
amichevole nei confronti dei tedeschi, ma accettò addirittura di
allacciare relazioni diplomatiche con la Germania di Hitler, lasciando
presagire interessanti sviluppi sulla base di una più solida e
continuativa cooperazione.
Ma a questo punto occorre fare un
passo indietro per mettere in luce le motivazioni profonde che ben
prima della missione del 1939 avevano spinto diversi studiosi tedeschi
a ricercare gli antichi e presunti legami culturali e le affinità
elettive che a loro parere univano i destini di due popoli
apparentemente tanto distanti come quello tibetano e germanico.
Già a partire dai primi anni Trenta, i
nazisti avevano iniziato a mutuare dalla antica civiltà indiana - per
i loro cerimoniali - simboli e linguaggi di particolare significato,
appropriandosene e adoperandoli per giustificare e motivare la loro
oscura e in qualche modo bizzarra filosofia politica ed esoterica
pangermanica a sfondo razziale. Non a caso, Hitler, fino dai suoi
primi scritti, aveva innalzato il termine “ariano” (parola derivante
dal sanscrito arya, che significa “nobile”) ad attributo unico
ed intangibile di una stirpe e di una cultura germanica pagana
antecedente per contenuti gloria e meriti a tutte le altre. Nei
Veda, le antiche scritture indu, il termine “ariano” si riferisce
infatti ad una razza dalla pelle chiara proveniente dall’Asia Centrale
che in epoche molto remote riuscì a soggiogare le popolazioni dalla
pelle più scura (i Dravidiani) abitanti il vasto subcontinente
indiano. Ma ben prima dell’avvento del nazismo, alcuni studiosi
tedeschi ed europei avevano sostenuto diverse ipotesi al riguardo. Tra
il 2000 e il 1500 a.C. una migrazione multi direzionale di un popolo
indo-europeo dell’Asia centrale si sarebbe mossa verso l’India e
l’Europa portando con sé i germi di una cultura superiore:
supposizione destinata, successivamente, ad infiammare le menti degli
studiosi nazisti che, tuttavia, non riuscirono mai a dimostrare che
queste tribù indo-europee fossero in realtà gli “ariani” già citati
dai famosi Veda.
Tra l’Ottocento e i primi del
Novecento noti personaggi, fra cui Joseph de Maistre e Joseph Arthur
de Gobineau, cercarono (seppure attraverso teorie e tesi diverse), di
manipolare il mito di una pura razza ariana dalla pelle chiara,
vantandone la superiorità e trasferendone i requisiti in quella
nordica e tedesca. Non a caso fu proprio l’identificazione tra gli
ariani del secondo millennio a.C. e il popolo tedesco a conferire agli
alfieri del nazionalismo tedesco la convinzione che la Germania fosse
l’unica nazione al mondo ad avere diritto ad affermarsi con la forza
sugli altri popoli. Le teorie circa la supremazia della razza ariana
contribuirono di conseguenza a fomentare tra i tedeschi non soltanto
l’antisemitismo (inteso come avversione al “diverso” non soltanto
sotto l’aspetto religioso, ma anche nel contesto di una
contrapposizione discriminante etnico-biologica), ma anche ogni altra
sorta di reazione xenofoba, intesa come la repulsione contro altre
“razze etnicamente e moralmente inferiori” - vale a dire quella slava
- per non parlare delle cosiddette minoranze nomadi (gli zingari),
fino ad arrivare a temere uno sconveniente “contagio di sangue” anche
da parte dei popoli latino-mediterranei.
Nel 1890, E. B. Lytton, un
appartenente al movimento Rosacroce, scrisse un libro, che ebbe
notevole diffusione, circa l’ipotesi dell’esistenza di un’energia
cosmica (particolarmente spiccata negli individui di sesso
femminile) chiamata Vril. Lytton parlò anche di una
misteriosa società Vril: un’aggregazione razziale fantastica
formata da super-esseri umani che un giorno sarebbero emersi dai loro
nascondigli sotterranei per governare il mondo. L’immaginazione dello
scrittore coincideva con il diffuso interesse per l’occulto che i
quell’epoca caratterizzava la vita culturale di certa aristocrazia
europea. Non a caso, sia in Germania che in altre nazioni europee
erano fiorite molte società segrete il cui scopo era appunto quello di
aprire la strada, attraverso l’ideologia dell’occulto e alla
propaganda pagana, alla riscoperta di una fantomatica razza superiore
prossima ad esercitare, legittimamente, il suo sacro ed assoluto
potere su tutta la terra. Si andava dalle sette devote al Santo Graal
a quelle che predicavano curiosi rituali infarciti di sessualità
pagana, di misticismo e di dedizione alle droghe, sull’onda di un
diffuso revival delle credenze di derivazione buddista e indù.
Insomma, il misticismo esoterico nazista non era nato dal nulla, ma
affondava le sue radici più profonde in una tradizione culturale
europea piuttosto consolidata che trovò nei circoli politici e
militari tedeschi molti adepti e promotori. Basti pensare al generale
Karl Haushofer (che sarebbe diventato uno dei sostenitori di Hitler) e
alla sua setta esoterica Vril. Lo scopo principale della
società fondata da Haushofer (chiamata Vril in onore di Lytton)
era quello di approfondire gli studi sulle origini della razza ariana
attraverso complicati lavori di interpretazione dottrinale e curiosi
cerimoniali ed iniziazioni a sfondo magico. I membri della setta, che
praticavano la meditazione per risvegliare negli adepti l’energia
cosmica femminile di Vril, pretendevano di avere diretti
collegamenti con i lontani maestri tibetani, e di potere attingere a
distanza il loro sapere occulto attraverso dei medium, come la celebre
Madame Blavatsky (la russa Helena Petrovna Han), una teosofista che
assicurava di essere in perenne contatto telepatico con non
specificati sacerdoti himalayani. Nel 1919, dalla società Vril
ne scaturì una seconda, la Thule, che venne fondata a Monaco
dal barone Rudolf von Sebottendorf, un seguace della Blavatsky. La
società di Thule conservava il credo e le tradizioni di vari e
differenti ordini e credo religiosi, tra cui i gesuiti, i templari,
l’Ordine dell’Alba d’oro, e il sufismo. La setta promosse il
mito di Thule, un’isola leggendaria (di essa ne avevano già parlato
esploratori greci, come Pitea di Massilia, l’antica Marsiglia) ubicata
nel profondo Nord e un tempo popolata dalla razza padrona degli
“ariani”. Come nella leggenda di Atlantide (con la quale taluni
studiosi hanno talvolta ricercato comuni identità), in epoche
remotissime gli abitanti di Thule erano stati costretti a fuggire in
seguito ad una spaventosa catastrofe sismica. Tuttavia, alcuni
sopravvissuti, rifugiatisi nelle viscere dei monti himalayani, erano
riusciti a conservare e a tramandare ai posteri i loro magici poteri.
Da qui l’idea, coltivata da von Sebottendorf e dai suoi seguaci, di
cercare un contatto, diretto o medianico, con questa straordinaria
razza. Con il passare del tempo, la Società di Thule aggiunse
una forte carica ideologica e politica ai suoi intendimenti esoterici,
sfociando in un vero e proprio movimento di opinione che negli anni
Trenta si sarebbe poi fuso nell’ideologia nazista. Insieme con il
pugnale e le foglie di quercia, gli associati alla Thule
vollero adottare come insegna guida la svastica, simbolo di origine
indiana che era stato adoperato anche dai primi gruppi neo-pagani
tedeschi. Gli associati credevano che la svastica fosse un “segno”
riconducibile all’arianesimo, sebbene nel corso dei secoli esso fosse
stato usato da svariate culture e religioni. Nel corso delle sue
ricerche, il generale Haushofer (che fece anch’egli parte della
Società di Thule) visitò più volte l’Estremo Oriente. E il suo
ardore nello studio indusse i vertici di Berlino a nominarlo addetto
militare a Tokyo per consentirgli un più lungo e stabile soggiorno in
Asia. E’ verosimile che in Oriente il generale abbia potuto acquisire
nozioni del buddismo zen, molto diffuso nella casta militare
giapponese, e altre conoscenze di tipo religioso, etnico e
antropologico. Va ricordato che i primi studi tedeschi sul buddismo
ipotizzavano l’idea di un puro, originale credo buddista perduto,
mettendo in guardia gli ariani dal cosiddetto “buddismo degenerato” e
contaminato da credenze spurie che continuava a sopravvivere
all’originale. Tuttavia, sembra che il fattore “buddismo” rivestisse
nel programma studi della società Thule un ruolo di semplice
elemento esotico ornamentale, almeno se rapportato al credo della
mitologia tibetana, la cui conoscenza rappresentava l’obiettivo ultimo
di una setta impaziente di dimostrare al mondo la reale esistenza di
un “mondo sotterraneo” himalaiano e quella dei sopravvissuti della
mitica razza di Thule.
Alla confraternita Thule
aderirono noti personaggi politici nazisti, tra cui Rudolf Hess,
Heinrich Himmler e quasi certamente lo stesso Hitler. Himmler
abbracciò fin da subito il credo neopagano della Thule,
promuovendo nuove cerimonie mistiche ed arrivando a credere (secondo
tradizione indiana) di essere addirittura la reincarnazione di un re
germanico del decimo secolo: nota era infatti la sua venerazione nei
confronti di Enrico I l’Uccellatore nel quale si identificava. Sembra
che il Reichsfuhrer SS fosse praticamente certo che nel sottosuolo del
Tibet potessero essere ritrovate tracce degli antichi ariani dotati di
poteri sovrumani e paranormali. D’altra parte, al tempo in cui Hitler
scrisse il Mein Kampf, in Germania il mito della razza ariana
era già fortemente radicato. In un capitolo della sua opera (il XI,
“Razza e Popolo”) il futuro dittatore espresse molta preoccupazione
per la continua contaminazione etnica alla quale era sottoposto il
popolo tedesco. Secondo Hitler, la pura razza ariana tedesca era stata
corrotta dal prolungato contatto con il popolo ebraico. Per Hitler,
l’unica difesa contro questa commistione forzata era quella di trovare
una “fonte perenne di sangue ariano”. Alla luce di questa sua
ossessiva apprensione, l’idea o meglio il progetto di avviare un
contatto con le popolazioni tibetane appariva anche a Hitler come una
vera e propria necessità. E’ da notare che, proprio per sostenere una
politica di sviluppo delle ipotesi “ariane”, il 1° luglio 1935 lo
stesso Himmler (illuminato dalla lettura dell’opera del filologo e
studioso olandese di simbolismi protostorici Herman Wirth) decise di
fondare - in collaborazione con lo stesso Wirth e con Richard Walter
Darré - la Deutsches Ahnenerbe - Studiengesellschaft fur
Geistesurgeschichte (Eredità tedesca degli antenati - Società di
Studi per la Preistoria dello Spirito) a capo della quale mise l’Obersturmbannfuhrer
SS Wolfram Sievers, che dopo la seconda guerra mondiale verrà
processato a Norimberga. Una curiosità. E’ da notare che una delle 52
sezioni “scientifiche” della Società si occupava degli studi esoterici
e aveva tra i suoi consulenti eminenti personaggi come Ernst Junger ed
altri, completamente estranei, anzi avversi, alla cultura nazista, tra
cui il filosofo ebreo Martin Buber esperto in metafisica pura. Ciò non
deve stupire più di tanto poiché oltre alle ricerche sulla perduta
Thule, sulla proto-cultura ariana e indiana, la Ahnenerbe
si occupava anche di analisi e rielaborazioni di miti, ordini e
ordinamenti religiosi e culturali di varia natura e origine, tra cui
il simbolismo nordico dell’Arpa Irlandese e le credenze dei Veri
Rosacroce (ovvero dei gruppi iniziatici ancora in possesso della
tradizione integrale dei Templari). Perfino gli insegnamenti della
Bibbia e della Kabala ebraica vennero setacciati per coglierne il
senso nascosto…e nella speranza (vana) di trovare giustificazioni ai
concetti di razza eletta e di eredità di razza. A tutti i membri
dell’Associazione era richiesta una profonda erudizione in campo
linguistico, antropologico, geografico archeologico e cosmologico ed
anche una buona conoscenza delle metodologie Yoga e Zen considerate
essenziali per penetrare determinati misteri meta-politici e
metafisici. “Ma oltre agli studi teorici - riporta André Brissaud nel
suo Hitler et l’Odre Noir - l’Associazione di Himmler fu molto
attiva nel campo delle tradizionali spedizioni scientifiche: tra il
1935 e il 1939 ne organizzò più di 100, soprattutto in Asia, ma anche
in Europa Orientale e America del Sud, per effettuare ricerche
archeologiche e studiare usi e costumi di sperdute tribù o di gruppi
etnici presumibilmente eredi di antichissime culture ormai estinte.
Nel 1938, la Ahnenerbe
organizzò la prima, grande missione in Tibet, affidandone il comando
al Hauptsturmfuhrer SS Ernst Schaefer che, tra il 1930 e il 1932 e tra
il 1934 e il 1936, aveva partecipato a diverse spedizioni esplorative
sia in territorio tibetano che cinese. Scopo ufficiale e in parte
autentico della spedizione era lo studio della regione e della
popolazione tibetana, anche se in realtà i nazisti avevano in mente di
venire a contatto diretto con il monaco di Reting diventato Reggente
un anno dopo la morte del 13° Dalai Lama (il 14° Dalai Lama, quello
attuale, nel 1938 aveva appena tre anni e sarebbe stato insediato sul
trono soltanto nel 1940).
La spedizione nazista partì per nave
nel maggio 1938 dal porto di Genova e circa un mese più tardi giunse a
Colombo (ex Ceylon), per poi proseguire per Calcutta, dove trovò ad
accoglierla una diffamante campagna stampa orchestrata dal governatore
britannico, preventivamente istruito da Londra (da tempo al corrente
dei piani di Himmler) per creare ostacoli alla missione scientifica
tedesca. E’ da notare che nel 1935, a Calcutta, era comparsa dal nulla
una rivista “culturale”, The New Mercury, pubblicata da Sri
Asit Krishna Mukherji e Sri Vinaya Datta, che sposava in qualche modo
le teorie naziste propagandate dalla Ahnenerbe. Come annota
Savitri Devi nel suo L’India e il Nazismo, la suddetta testata
pubblicava ricerche su tutto ciò che poteva servire a mettere in luce
una connessione profonda, non necessariamente politica, tra la civiltà
indù e quella germanica “esistita ben prima del Cristianesimo”. Gli
imbarazzanti e pericolosi contenuti del periodico (sostenuto
sottobanco dai tedeschi tramite il console generale a Calcutta Herr
von Selzam) avevano destato non poche apprensioni tra le alte sfere
britanniche che, nel 1937, avevano provveduto a sequestrare e a
chiudere il The New Mercury, considerandolo uno strumento
propagandistico filo-nazista. Senza considerare che proprio in quegli
anni, il Governatorato britannico iniziava ad affrontare la politica
secessionista e filo-tedesca e filo-giapponese del carismatico leader
nazionalista indiano Shubas Chandra Bose intenzionato - al contrario
di Gandhi, indipendentista anch’egli, ma avverso all’Asse - a
fomentare una grande rivolta per cacciare gli inglesi dal suo paese.
Ma ritorniamo alla spedizione. Dopo
avere ottenuto, fra mille difficoltà, il visto dalle autorità
anglo-indiane per potere soggiornare sei mesi nel Sikkim (il piccolo
stato himalayano porta di accesso naturale al Tibet), ai primi di
luglio Schaefer e i suoi compagni radunarono una colonna composta da
50 muli e da una decina di portatori, e con circa due tonnellate e
mezzo di materiali e attrezzature da campo partirono alla volta della
grande e quasi inesplorata catena montuosa. Da Gangtok, capitale del
Sikkim (il cui maharaja accolse molto amichevolmente la
spedizione. Atteggiamento verosimile in un’epoca in cui molte tribù
indù vedevano nell’ateo e “ariano” Hitler un avatara - cioè un
“protetto o iniziato” - di Vishnu) la colonna proseguì faticosamente
per due settimane in direzione nord, lungo stretti e ripidi sentieri
frequentemente interrotti da frane e dalle piene dei fiumi e dei
torrenti ingrossati dai monsoni, fino a raggiungere la località di
Thanggu a quota 4.500 metri. Nei pressi di Gayokang, i tedeschi
installarono il loro primo campo in altura, proprio alle pendici del
massiccio del Kangchenjunga, la cui cima raggiunge i 8.585 metri. Dopo
alcune settimane trascorse a studiare il territorio e le popolazioni
della zona, ai primi di agosto Schaefer e i suoi uomini vennero
contattati dal principe tibetano di Doptra che li ospitò nella sua
residenza estiva assicurando ai tedeschi una scorta per raggiungere la
città santa di Lhasa. Prima di partire la spedizione effettuò però
alcune ricerche zoologiche e antropologiche nella regione montuosa del
Sikkim, raccogliendo molto materiale, scattando centinaia di
fotografie e filmando centinaia di pellicola. Il 1° dicembre, infine,
Schafer e i suoi compagni vennero a sapere che il Reggente del Tibet
aveva loro concesso di trascorrere due settimane a Lhasa, località che
la colonna tedesca (di cui faceva parte anche un alto ufficiale Sikkim)
guadagnò dopo una lunga e faticosa marcia il 19 gennaio 1939. Qui
Schafer venne ricevuto dalle massime autorità tibetane e dal maestro
spirituale del Dalai Lama. Quest’ultimo, infatti, non era presente
alla cerimonia in quanto, data la sua giovanissima età (appena quattro
anni) si trovava ancora nel suo villaggio situato nella zona di Amdo.
Lo storico incontro tra i membri della spedizione della Ahnenerbe
e i dignitari locali venne accuratamente documentato da una serie di
fotografie e da alcune decine di metri di pellicola. Era il momento
che Schafer, Wienert, Berger, Krause e Geer attendevano da tempo. Per
loro si schiudeva infatti l’opportunità di stabilire con i tibetani un
rapporto di amicizia e di interscambio culturale onde verificare la
validità delle ipotesi antropologiche elaborate in Germania dai
sostenitori delle teorie “ariane”. Senza considerare che prima di loro
soltanto pochissimi esploratori stranieri avevano avuto accesso alla
“città proibita” himalayana. Come era accaduto a Gangtok, dove avevano
assistito alla “Danza di guerra degli Dei”, ai tedeschi venne offerta
l’occasione, assai rara, di partecipare alle celebrazioni del
Capodanno lamaista, di effettuare visite a tutti i templi della zona
(tra cui quello di Potala) e di svolgere approfonditi studi sulle
caratteristiche etniche ed antropologiche della popolazione locale. I
tibetani consentirono anche di effettuare indagini sui minerali, sulla
flora e sulla fauna della regione, a condizione però che per
l’abbattimento di alcune specie di uccelli non venissero usate armi da
fuoco: divieto che Schafer aggirò costruendo una grossa fionda con la
quale abbatté alcuni esemplari. Sembra che tra gli scopi scientifici
della spedizione vi fosse anche la ricerca dell’Abominevole uomo delle
Nevi (ovvero lo Yeti): misterioso quadrumane di montagna che tuttavia
non venne mai avvistato o catturato. Durante le due settimane di
permanenza i rapporti tra tedeschi e tibetani si strinsero al punto da
indurre i dignitari a prorogare il rientro della spedizione di Schafer
fino al 19 marzo: opportunità che consentì agli uomini della
Ahnenerbe di approfondire ulteriormente le proprie conoscenze
sulla città di Lhasa e sul territorio circostante. La pattuglia,
guidata da un dignitario, lasciò la “città proibita”, ridiscese a
valle e raggiunse l’avamposto inglese di Gyangtse, dopodiché Schafer
esplorò le rovine dell’antica capitale Jalung Phodrang (ormai
disabitata da mille anni) e il 25 aprile, dopo una marcia di 600
chilometri, arrivò a Shingatse, laddove risiede il nono Panchen Lama.
Anche in questa località, nei cui pressi si trova il monastero di
Tashi Lhunpo, i tedeschi vennero accolti molto bene, al punto che il
Panchen Lama Ch kyi Nyima accettò di firmare un trattato di amicizia
con la Germania. Ma ormai per il gruppo di Schafer era giunta l’ora
del rientro in patria. E il 19 maggio 1939, la pattuglia fece ritorno
a Gyangtse, carica di diari e quaderni zeppi di informazioni ed
appunti e casse contenenti un numero incredibile di fotografie (circa
20.000), più 16.000 metri di pellicola cinematografica in bianco e
nero, duemila a colori, un gran quantitativo di materiali agricoli,
attrezzature e vestiario del luogo e ben 108 volumi di scritture
buddhiste donate dal Reggente di Lasha alla Germania di Hitler. Oltre
a ciò, la missione portò con sé circa 4.000 uccelli impagliati,
cinquecento teschi di animali (taluni dei quali molto rari), alcuni
esemplari di quadrupedi di montagna vivi, piante e semi di ogni
genere. Dopo avere superato i meticolosi controlli inglesi, la
colonna, composta da decine e decine di muli e portatori, ridiscese la
catena himalayana e raggiunse Calcutta da dove si imbarcò alla volta
di Atene. Il 4 agosto 1939, la spedizione - giunta a Monaco di Baviera
dalla Grecia in aereo - venne accolta all’aeroporto da Himmler e da
una folta delegazione di partito. Nonostante le notevoli scoperte
scientifiche compiute dal gruppo, il risultato della missione lasciò
però abbastanza insoddisfatto l’entourage del capo delle SS che
si aspettava risultati più interessanti, soprattutto sotto il profilo
dell’indagine “misterica”. Nessuno dei reperti e delle prove raccolte
e catalogate con rigore e precisione dalla spedizione poterono infatti
confermare l’esattezza delle ipotesi “razziali” che negli anni
precedenti avevano galvanizzato la mente di così tanti (e qualificati)
studiosi tedeschi, accecati dal credo “ariano” e da quello nazista.
Contestualmente all’impresa di Schafer,
va ricordato che, nel maggio del 1939, una seconda più piccola
spedizione tedesca condotta in Himalaya, in direzione del Nanga Parhat
(metri 8.114), non ebbe la medesima fortuna di quella di Schafer . Il
3 settembre di quell’anno, una colonna, guidata da Peter Aufschneiter
e dal campione dei giochi invernali olimpici del 1926, Heinrich Harrer,
venne sorpresa dallo scoppio della guerra spalancando ai due
esploratori tedeschi i cancelli di un campo di concentramento inglese
in India settentrionale. Evasi nel 1944, dopo una rocambolesca fuga in
direzione dell’Himalaya, Aufschneiter e Harrer riuscirono però a
raggiungere il Tibet e la città di Lasha dove ottennero asilo. Nel
1951, dopo l’invasione del Tibet da parte delle armate cinesi
comuniste di Mao Tse Tung, Harrer fece ritorno a Vienna, sua città
natale, mentre il suo compagno, che nel frattempo si era sposato con
un’indigena, preferì fermarsi nella remota regione asiatica. Come è
noto, qualche anno fa la vicenda di Aufschneiter e di Harrer è tornata
agli onori della cronaca attraverso la trasposizione romanzata del
film “Sette anni in Tibet” del regista francese Jean-Jacques Annaud.
BIBLIOGRAFIA:
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Claudio Mutti, Le SS in Tibet, da Storia del
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tratto da:
http://www.storico.org/nazismo_esoterico.htm
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