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Il caso Giuseppe da Copertino
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<<Le cronache riferiscono che
il 4 ottobre 1630, verso le otto del mattino, nella chiesa del
monastero delle Clarisse in Copertino (Lecce) accadde un
prodigio destinato a rimanere unico nella storia. Un frate,
Giuseppe da Copertino, in seguito elevato dalla Chiesa all'onore
degli altari, colto da estasi mistica, si sollevava da terra e
passando sopra le teste dei fedeli andava a posarsi sul bordo
del pulpito, ad un'altezza di circa tre metri dal pavimento. In
altre parole aveva volato. Di tali aerei "ratti" (che
comportarono anche l'intervento dell'Inquisizione) nel corso
della sua vita gliene furono attribuiti quasi duecento.
Naturalmente la Chiesa lo proclamò Santo per ben altre ragioni.
Dai documenti risulta comunque che i clamorosi prodigi che
accompagnavano le sue estasi sconvolsero nell'Italia del '600
intere folle di fedeli di tutte le estrazioni sociali, con forti
ripercussioni anche in Europa. Un "caso" unico nella storia,
dunque, non soltanto della Chiesa. Nei secoli seguenti tuttavia,
e fino a pochi decenni fa, la popolarità del Santo subì un
progressivo declino. Al di fuori dei luoghi strettamente legati
al suo culto, quasi se ne perse la memoria. Quale ne fu il vero
motivo? Proprio in occasione del quarto centenario della nascita
del Santo, caratterizzato da un considerevole rifiorire del suo
culto, per la prima volta uno scrittore "laico", attraverso uno
studio approfondito dei documenti, cerca di far luce sull'intera
vicenda.>>
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Sommario:
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Indagine sulla vita e i prodigi del santo
che volava
Si
deve all'ottima penna di Goffredo Sebasti - romanziere, saggista e
specialista in letteratura francese - il bel libro pubblicato dalla
Sugarco (Euro 14.50), Il caso Giuseppe da Copertino (indagine sulla
vita e i prodigi del santo che volava). Uscito nel 2003, questo
saggio si occupa del 'frate volante' di origini pugliesi, al secolo
Giuseppe Maria Desa, che per ben 14 anni, dal 1639 al 1653, risiedette
nel Sacro Convento della Basilica di S. Francesco in Assisi, qui
compiendo (come narrano le cronache di presunti testimoni oculari, ad
es. padre Roberto Nuti, superiore in Assisi vivente il frate, che
scrisse una Vita nel 1678: cfr. Assisi, Biblioteca Comunale,
manoscritto 126; oppure i Diari dell'abate Arcangelo Rosmi,
Archivio Segreto Vaticano, Fondo Riti 2039) buona parte dei suoi
prodigiosi 'voli', acquistandosi una fama di santità ed una notorietà
che furono ben presto di risonanza europea. Oltre il dono delle
estasi, delle levitazioni, dei miracoli, delle guarigioni, della
preveggenza e del discernimento degli spiriti, padre Giuseppe ebbe il
dono della scienza, del consiglio, e quello di emanare un profumo
particolare e duraturo (Elena Bergadano, Giuseppe da Copertino,
ed. San Paolo, 1994, pag. 105). Il frate fu visto volare (Sebasti,
pag. 88) in diverse posizioni, persino "alla rovescia", ma anche
rimanere immobile, sospeso nel vuoto come nel celebre episodio
occorsogli nella Basilica Superiore d'Assisi gremita di gente (ai "
voli " del frate l'Autore dedica una speciale rassegna).
Sebasti dichiara, nella premessa, di essersi avvicinato a questa
singolare figura francescana dell'età della controriforma, attraverso
un libricino devozionale, capitatogli in mano per caso: <<Da quelle
paginette era emersa una figura di un misticismo sfolgorante, la
storia di un santo tormentato all'inverosimile, sostenuto da una fede
e da un amore per il suo Dio tali da generare, nonostante tutte le
sofferenze, innumerevoli momenti di quella suprema felicità che prende
il nome di estasi>>. Ma la figura di fra' Giuseppe era andata
sbiadendo nei secoli, e fuori da un certo ambito di fede poco più se
ne sapeva, se non che avesse volato. Il recupero storico di fra'
Giuseppe coincise con le celebrazioni del 1963, in occasione del III
centenario della morte. Nel 2003 si è celebrata la ricorrenza della
nascita. Negli anni '50 avevano dedicato attenzione alla singolare
vicenda del frate volante Alfio Giaccaglia con Il santo dei voli
(Edizioni Paoline, 1956) e nientemeno che Claire Boothe Luce (I
Santi che amiamo, Mondadori, 1956), giovane e bella ambasciatrice
americana di origini italiane. Dopo la canonizzazione, avvenuta
tardivamente a metà del '700, di fra' Giuseppe si era perduta ogni
traccia di culto, se non ad Osimo, dove gli fu dedicata una chiesa. La
riscoperta del 'santo dei voli' sembra perciò dovuta, ne viene il
sospetto, all'età moderna impastata di tecnologia. I miracoli sono
tali in quanto violano le leggi di natura, ma diventano, in
prospettiva, più comprensibili in quelle età dove il clima culturale
può meglio accostarsi al loro mistero. Si tratterebbe dunque di un
effetto di ritorno. E non c'è dubbio, che l'ultimo secolo sia stato
appunto quello del volo. Quindi la vicenda di fra' Giuseppe, avvolta
nel mistero dei suoi reali risvolti (alla cui analisi si dirige con
intelligenza il saggio di Sebasti), è tornata d'attualità, tuttavia in
una piega rivolta alla passato, così come la risonanza, che si diffuse
in vita, potrebbe, al contrario, essere interpretata come una reazione
miracolistica proprio nell'epoca della rivoluzione scientifica.
Accanto al lavoro di Sebasti si potrebbero citare il piccolo libro
devozionale, ma ben scritto, di Elena Bergadamo, dedicato ai padri
minori conventuali di Osimo, e il più recente lavoro di Ennio De
Concini (Il frate volante, San Paolo, I ed. 1998, II ed. 2001),
che data la professione dell'autore, si presenta piuttosto come un
soggetto cinematografico, interamente dialogato e di ottima lettura,
quindi un racconto, e non un saggio storiografico analitico,
documentato ed articolato come quello di Sebasti, che possiede tutti i
tratti d'una ricostruzione scientifica. |
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Il
saggio di Sebasti consiste in un testo agile, esauriente, ben
scritto e ben distribuito nelle sue 125 sapide pagine, corredato
da pregevoli riproduzioni, da una cronologia riassuntiva ed
un'ottima bibliografia a tutto servizio del lettore che voglia
accostarsi al singolarissimo "caso" di un santo francescano del
seicento, che (si badi bene) 'volava' e non 'levitava', come
appunto Sebasti tiene a sottolineare (pag. 6). Si può subito
rilevare una forte somiglianza tra Giuseppe da Copertino e padre
Pio da Pietralcina, altro francescano del sud Italia molto più
vicino a noi, prima beatificato e poi ugualmente fatto santo, la
cui figura suscitò opinioni diverse, tanto è vero che, in termini
non positivi, Mario Guarino ne pubblicò nel 1999 una "controstoria"
dal titolo Beato Impostore - Controstoria di Padre Pio (ed.
Kaos). In una noticina (pag. 15), Sebasti sottolinea che tale
analogia non si limiterebbe ai soli caratteri somatici, assai
somiglianti, per ricomprendere lo stesso carattere "ruvido", la
stessa estrazione sociale, le stesse esperienze di vita e le
medesime tribolazioni. Il che suggerisce una sorta di vita
parallela, con la singolare differenza che Giuseppe "volava" (si
sollevava da terra di qualche metro fluttuando nell'aria), e lo
avrebbe fatto molte volte, più di duecento, anche in presenza
d'una folla, e non solo di pochi privilegiati spettatori. Fatto è
che Giuseppe fu beatificato soltanto il 24 febbraio 1753, sotto il
pontificato di Benedetto XIV (Prospero Lambertini: "Maximus in
folio, minimus in solio", ma l'ironico e caustico Pasquino, al
quale si deve questa sintetica definizione, mostrò tuttavia
d'apprezzarlo), quasi un secolo dopo la morte, avvenuta il 18
settembre 1663, poco prima della mezzanotte, per essere poi
solennemente canonizzato in S. Pietro, il 16 luglio del 1767, da
Clemente XIII (Carlo Rezzonico: <<un papa devoto ma bigotto,
istruito ma non colto, in linea con la tradizione da come si era
invano battuto per la canonizzazione del Bellarmino, e che non
aveva mai preso posizione sullo scottante problema dei Gesuiti>> -
G. Rendina, Storia dei papi).
Secondo la testimonianza dei due medici presenti al trapasso, Giuseppe
da Copertino sarebbe spirato (dopo penosa malattia che lo tenne in
acuta sofferenza) in un sorriso: <<Nella semi-oscurità, il suo volto
rimase per diverso tempo vivacemente illuminato come da un fascio di
raggi solari, che si andarono spegnendo lentamente>> (pag. 77). Lo
spegnersi di questa sorta d'energia somiglierebbe assai alla stessa
spiegazione (pag. 88) che fra' Giuseppe forniva dei suoi voli, senza
potersene dare una vera ragione: <<...l'anima vede certi raggi della
grande Maestà di Gesù Cristo quali cagionano, poiché per sì gran lume
l'uomo si muove così di ratto all'indietro. Ma poi che quei raggi si
ritirano e così cagionano, quasi così facendo l'invito all'anima che
di nuovo ella con il suo corpo voli e sia rapita verso il suo amato
Signore>>. Le tante misteriose virtù del santo da Copertino, secondo
il Rosmi si compendiavano in questo: <<Così seppi con abbondanza di
spiritual confidenza, che egli vede non con gli occhi corporali ma con
gli occhi della mente, vede insomma l'anima sua come in un cristallo
bellissimo de varij colori la Divinità di Gesù Cristo...>>. Sebasti
ripercorre gli elementi fondamentali della sorprendente storia del
frate e ce li presenta in un accurato impianto critico, che consente,
in ogni caso, una prospettiva di giudizio, sia che si voglia credere
ai tanti episodi miracolosi, sia che si preferisca restare scettici,
come appare naturale di fronte a casi come questi. |
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Sull'autenticità dei "voli" di S. Giuseppe da Copertino (che si
susseguirono in condizioni estatiche nell'arco di circa un
trentennio dal 1630 al 1657), getterebbe un'aura di sospetto il
notevole ritardo con cui vennero conclusi i processi di
canonizzazione. Un ritardo che avrebbe dunque invalidato tutte le
testimonianze rese a distanza di decenni dai fatti, se non
addirittura permesso manipolazioni o alterazioni. Ma Sebasti, dopo
averlo sollevato, respinge quest'argomento, appellandosi ai
'documenti' e alle tante 'testimonianze' di quando Giuseppe era in
vita ed operava questi prodigi, che gli occorrevano senza alcuna
preordinata intenzione ed in condizioni tutto sommato oggettive.
Ed infatti le indagini per la beatificazione sarebbero iniziate
già nell'ottobre del 1663, un mese dopo la morte. Nel 1668 si
sarebbe chiuso positivamente il processo sulla 'fama di santità' e
nel 1700 vennero portati a termine ed approvati i 'processi
apostolici'. 'Avvocato del diavolo', come si suol dire, fu il
cardinale Lambertini, sotto il cui pontificato Giuseppe fu appunto
"beatificato" a metà del secolo successivo alla morte.
Il
saggio di Sebasti è assai gradevole: si lascia leggere molto bene,
scorre agile e leggero nel suo percorso a tappe, e per quanto di
ottima scrittura letteraria, conserva tutti i tratti scientifici d'un
'dossier' storiografico. Non è tuttavia uno studio mirato alla
capillare ricostruzione biografica, bensì un lavoro d'indagine
sull'effettività dei voli, ed è questo infatti l'argomento che sta più
a cuore all'Autore, che per quanto laico e razionalista, si manifesta
tuttavia convinto della verità tradizionale dei voli miracolosi, sulla
base della qualità e quantità delle testimonianze, peraltro molto ben
raccolte ed analizzate. Siamo arrivati al giugno del 1636, alla c.d.
"truffa" di Giovinazzo. Compare sulla scena un personaggio ambiguo,
che giocherà un ruolo importante in due diversi momenti della vita di
Giuseppe: padre Antonio da Santo Mauro, nominato da poco ministro
provinciale dei Minori Conventuali. Il giudizio di Sebasti su questo
frate è negativo. Padre Antonio avrebbe in realtà 'usato' fra'
Giuseppe, portandolo con sé in giro per più di un anno. Nel Duomo di
Giovinazzo (in costanza della festività del Corpus Domini ricolmo di
folla) Giuseppe viene 'esibito' come un fenomeno da baraccone: durante
la celebrazione della messa i fedeli sono tutti in attesa del promesso
miracolo, ma non avviene nulla; il padre guardiano Diego da Cindario,
gli si avvicina più volte e gli mormora l'obbedienza. All'improvviso
Giuseppe lancia un urlo e viene colto da convulsioni. Ma nulla accade.
Invece, nel monastero delle monache di clausura, dove viene subito
condotto, le cose cambiano. Lo vedono alzare il capo, illuminarsi in
volto, e poi, dopo aver lanciato il solito grido ed essersi
irrigidito, lo vedono "saltare" in un colpo solo, e sempre
ginocchioni, i tre gradini che lo separano dall'altare, e lì rimanere
immobile per lungo tempo, tra lo sgomento delle monache (pag. 38). Il
fatto arriva alle orecchie dell'Inquisizione, che apre un procedimento
(21 ottobre 1638). Gli interrogatori iniziano a novembre. Giuseppe è
inizialmente in carcere. Ma durante il lungo processo non si
verificano "moti" di sorta. Giuseppe non corre eccessivi rischi di
figurare come indemoniato. La cosa potrebbe finire lì, con una
reprimenda e con l'allontanamento precauzionale. Se non che, prima di
chiudere l'istruttoria, venne ordinato a Giuseppe (pag. 46) di
celebrare una messa a porte chiuse, probabilmente per allontanare ogni
sospetto diabolico. E' in questa occasione, che dopo aver celebrato,
fra' Giuseppe cade nuovamente in estasi: lanciato un urlo, comincia a
sollevarsi da terra! L'incartamento processuale viene rimesso al Sant'Uffizio,
e Giuseppe parte per Roma, per ritrovarsi, alla fine, relegato nel
Sacro Convento di Assisi. Sebasti ci fa sapere (pag. 48) che del caso
si occupò il direttamente il papa in persona, anche se Urbano VIII
(Maffeo Barberini, nato a Firenze nel 1568 da una ricca famiglia di
commercianti) si limitò apparentemente soltanto a presenziare alla
cerimonia d'assoluzione. Il 18 febbraio 1639 viene stabilito che fra'
Giuseppe non può essere tacciato di "ostentazione di santità", come
viceversa di "abuso della credulità popolare". Viene inviato ad
Assisi, in una sorta di segregazione precauzionale e dietro admonitio.
Qui trascorrerà ben quattordici anni fondamentali della sua vita,
prima di ritirarsi ad Osimo (in effetti in modo ancora una volta
coatto), dove morirà. Questa l'ingiunzione (pag. 51): <<La Sacra
Congregazione ordina che il padre Giuseppe venga inviato nel convento
di Assisi, e ivi trascorra la sua vita lontano e isolato dal resto del
mondo>>. Ma Assisi e il sacro Convento annesso alla Grande Basilica
non erano certo un luogo fuori dal mondo, l'eremitaggio destinato ad
un reprobo mandato assolto. Questa straordinaria singolarità colpisce
non poco e sembra piuttosto segnalare un'effettiva incertezza circa il
vero aspetto del confino. Allontanando in questo modo lo stranissimo
Giuseppe, in realtà lo si immise letteralmente nell'occhio del
ciclone, nel turbine d'una risonanza, che infatti divenne, di lì a
poco, clamorosa. In questi rapidi passaggi, che non debbono togliere
il piacere di leggere il bel saggio di Sebasti, preferisco ignorare le
successive ed abbastanza oscure relegazioni di Pietrarubbia e di
Fossombrone prima del ritiro definitivo ad Osimo, mentre segnalo che
nell'appendice bibliografica del saggio sono puntualmente citati tutti
gli incartamenti segreti del Vaticano inerenti al processo
inquisitorio.
Va notato che tale complesso 'iter procedurale' consiste ancor oggi in
un "procedimento speciale", capillarmente regolato dalle norme di
diritto canonico e sempre di competenza della Santa Sede tramite la S.
Congregazione dei Riti anche per viam non cultus, che nel caso della
beatificazione, e una volta superata la fase d'avvio, continua con
l'apertura del 'processo apostolico', e termina, quindi, con 'l'esame
dei miracoli', fermo restando che nell'eventuale dubbio an tuto
procedi possit ad beatificationem Servi Dei, è il Romano Pontefice
che riserba a sé il decreto di beatificazione. Accertati
posteriormente altri miracoli e riassunta la causa sempre presso la S.
Congregazione dei Riti, si può giungere all'altro dubbio de tuto,
circa il procedimento di canonizzazione. Se anche tale 'dubbio' è
risolto in senso affermativo, il Pontefice stabilisce in concistoro il
giorno della canonizzazione, la quale ha poi solennemente luogo nella
Basilica Vaticana. Il procedimento straordinario o eccezionale per
viam cultus, riguardava invece i servi di Dio che erano già
oggetto di pubblico culto nel 1634, anno fissato da Urbano VIII nella
Costituzione Coelestis Hierusalem del 5 luglio di quell'anno.
In questo caso il processo ha soltanto lo scopo di confermare o non
confermare tale antico culto e la sua ininterrotta durata, oltre che
di vagliare la fama di santità, le virtù o il martirio, nonché gli
eventuali scritti. La sintetica ricostruzione di Sebasti del
lunghissimo iter di canonizzazione di S. Giuseppe da Copertino lascia
un po' a desiderare per qualche dettaglio, sebbene (pag. 107) venga
riportata dal Breve Beatificationis l'interessante ed assai
elogiativo giudizio del Lambertini, ormai papa Benedetto XIV: <<Da
questa intima unione con Dio, il suo cuore fu così travolto dal fuoco
della Divina carità e così profondamente arso da incredibile amore di
interiore dolcezza, che spesso prorompeva in estasi e levitazioni; per
intenso desiderio del suo Dio, mentre ancora era trattenuto sulla
terra, fu considerato cittadino del Cielo…>>. Si può dire che ogni
epoca ha i suoi santi. Padre Pio operava strani fenomeni ed è un santo
della fede di massa, che impetra guarigioni. Papa Giovanni Paolo II ha
beatificato una folla eterogenea di Servi di Dio, tra questi anche
Francesco Faà di Bruno (1825-1888), astronomo fisico e matematico nato
ad Alessandria, progettista della chiesa di santa Zita a Torino, con
l'agilissimo campanile alto 75 metri, sormontato da un elegantissimo
angelo in bronzo dorato. Ma un nuovo Giuseppe da Copertino sarebbe
oggi impensabile, ed è questa una enigmatica sfaccettatura, che sembra
balzare evidente agli occhi. I santi moderni compiono altri eventuali
miracoli, legati al nuovo clima d'epoca e soprattutto alle aspettative
religiose di massa. |
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Giuseppe
fu canonizzato procedendo - ci fa sapere Sebasti - "coi piedi di
piombo" e in tempi molto lunghi. La prima spinta provenne dal
cardinal Brancati, che fu grande amico del santo e addirittura
destinò tutte le sue sostanze ad un fondo per finanziarne la 'causa'.
Ma la beatificazione prima, e la santificazione dopo, non
avvennero a diretta causa dei 'miracoli volanti' e delle 'estasi
mistiche', bensì per le virtù stesse del frate, cioè in sostanza
la sua eroicità cristiana e religiosa (pag. 7). Il papa accenna,
en passant, alle ragioni dei casi di "levitazione" (non quindi ai
"voli"), che sarebbero consistiti nella tensione verso Dio, quasi
nello sforzo sovrumano di innalzarsi letteralmente al cielo. Ma è
noto che fra' Giuseppe aveva una particolare venerazione per la
Madonna, e questo 'dato certo' introduce nelle estasi un elemento
particolare, che non sembra collimare del tutto con la motivazione
del Breve. Accanto al legittimo dubbio sull'impossibilità di
eliminare 'col pensiero' la forza di gravità, altri dubbi possono
riguardare la personalità del frate, che pure fu d'accorato
sentimento cristiano e francescano (egli chiamava Malatasca il
demonio, ma può darsi che fosse questa la lontana memoria di un
violento trauma infantile, come meglio si vedrà). E' possibile che
l'energia estatica di fra' Giuseppe derivasse dalla sublimazione
d'un grave stato di sofferenza e da una grande carenza affettiva,
che dunque si scatenasse dal profondo, in modo magmatico e
mistico, e da qui, da questo sentire ultimo, potrebbe essere che
gli provenissero fede e miracolosa santità. Quella di Giuseppe è
una storia tutta particolare, che proveremo a ripercorrere in
sintesi, rinviando alla godibilissima lettura del saggio i
necessari dettagli.
Durante il noviziato presso i Minori di Martina Franca (1620) Giuseppe
fu bollato dai sui superiori con giudizi estremamente negativi: di non
essere assolutamente atto alla religione, di essere persona stolida e
trascurata, e fu anche considerato un ignorante, e come se non
bastasse, un "idioto". Nel 1621 fu espulso per inettitudine. Ciò non
ostante divenne sacerdote dopo tre anni di intensa preparazione
(1625-1628), superando "miracolosamente" tutti gli esami. Ed ecco un
pensiero di Giuseppe, riportato da Sebasti nel frontespizio: <<Dio mi
fa conoscere la mia nihilità, e la grandezza della Maestà Sua, ed
ammiro questo fatto, donde si cava materia d'amore acceso verso il
Creatore e l'uomo si compiace del suo niente per compiacersi
dell'immensità di Dio>>. Una riflessione degna di S. Francesco, quanto
meno data nello spirito d'umiltà del grande Santo. Fra' Giuseppe fu
considerato un teologo dell'anima, e a lui si fece talvolta ricorso
per illuminanti consigli.
Il
brevissimo 'profilo' di Giuseppe da Copertino (quale si può scorrere
velocemente in un dizionario enciclopedico) potrebbe essere questo:
<<Mistico francescano (Copertino, Lecce, 1603 - Osimo 1663). Entrato
nel 1625 tra i francescani conventuali, per la sua virtù e la
particolare devozione alla Madonna venne ammesso senza esami al
sacerdozio (1628), anche se era poco adatto agli studi. Percorse il
Regno di Napoli predicando con grande semplicità e fervore; esercitò
una profonda influenza sociale e anche politica presso i nobili e i
prìncipi del suo tempo, ed ebbe larga fama di santità e di miracoli.
Famosi furono i suoi "voli" (durante l'estasi si sollevava da terra),
avvenuti anche di fronte al papa Urbano VIII (1623-1644: Maffeo
Barberini, nato a Firenze da una ricca famiglia di commercianti ed
esaltato dal Chiabrera in occasione dell'Anno Santo del 1625 - n.d.r.)
e ai prìncipi: ma essi gli procurarono anche numerose accuse presso i
tribunali ecclesiastici di Napoli e di Roma, che lo sottoposero ad
esami e lo condannarono a lunghe relegazioni a Pietrarubbia
(Macerata), Assisi e Fossombrone. Poté infine ritirarsi nel 1657 ad
Osimo (qui avvenne l'ultimo "volo" poco prima del Natale di quell'anno
- n.d.r.), dove morì e dove fu sepolto nella basilica a lui dedicata>>
(fonte precisata dal Dizionario UTET: AA.VV., "Biblioteca
Sanctorum", Roma, 1965). Questo il profilo essenzialissimo del santo
da Copertino. Soprattutto noto per i suoi prodigi, avrebbe
letteralmente spiccato (secondo il Rosmi) più di cinquanta voli nel
solo periodo dal 1645 al 1647, e i cui "voli" principali, riportati in
apposita evidenza da Sebasti (cap. 18, pagg. 91 ss.), sarebbero i
seguenti: il primo volo, non si sa bene, se nel monastero delle
clarisse di Copertino o nella chiesa di Grottella, che sarebbe
avvenuto (Rosmi) nel secondo anno di sacerdozio, il 4 ottobre 1630,
nella ricorrenza della festa di S. Francesco; altri voli, nel 1636,
sempre a Grottella, e poi a Copertino, nel 1637; il 27 novembre 1638 a
Napoli, davanti ai giudici dell'Inquisizione; poi il gruppo di voli
nella Basilica di Assisi, tra i quali quello del 1639, quelli del
sabato santo 1646, del 7 giugno 1646 (davanti all'Ammiraglio di
Castiglia), dell'agosto 1646 (festa del Perdono), del settembre del
1646, del novembre 1646, del 24 dicembre del 1646, del 21 aprile 1647;
ed infine il volo di Osimo, poco prima della ricorrenza di Natale,
nell'anno 1657.
Serbasi
sottolinea che non si trattava di semplice levitazione (da 'levitas'),
ma di voli veri e propri, con notevole distacco da terra, in certi
casi fin quasi all'altezza di tre metri (fluttuando nell'aria), spesse
volte davanti ad una statua lignea della Madonna, che si trovava
appunto nella Basilica di S. Francesco ad Assisi. A tal fine viene
riportata in appendice anche una tabella delle misure in uso nel
Seicento.
Secondo il dizionarietto parapsicologico annesso alla Guida
all'occultismo di Julien Tondriau (Garzanti, 1976: Tondriau è
stato direttore dei musei d'Arte e di Storia belgi per il dipartimento
dell'Estremo Oriente), la levitazione è la facoltà per cui una persona
è in grado di mantenersi sospesa nell'aria (orizzontalmente) senza
alcun appoggio. Diverso concetto è quello della telecinesi (al quale
l'accennata 'voce' rinvia), che secondo Myers consisterebbe nella
forza materiale (sic) che interviene nel fenomeno telepatico. In
generale, si tratterebbe della facoltà di sollevare o di muovere
oggetti a distanza, senza contatto diretto né indiretto. Con la 'teleplastica',
René Sudre la colloca nel campo che egli chiama della meta o
para-psicofisica, pensando a una forza dovuta al 'fluido' psichico.
Sebasti vuole dirci soltanto (quali ne siano le ragioni) che fra'
Giuseppe 'volava' nel senso che letteralmente si sollevava da terra e
si muoveva in senso orizzontale, in un caso (come narra il Nuti)
avendo sollevato con lui altra persona.
Dato
e non concesso che fra' Giuseppe si sollevasse da terra in virtù d'un
autentico prodigio estatico, almeno in un caso sappiamo con esattezza
di quanto si fosse potuto sollevare davanti all'affresco di Cimabue
posto nella Basilica inferiore di Assisi, transetto di destra, che
rappresenta la Madonna in trono con Gesù in braccio ed accanto S.
Francesco. Ha ragione Sebasti (almeno in astratto) a parlare di
autentici voli e non di levitazione, nel senso che più e più volte gli
sarebbe occorso di staccarsi da terra e spostarsi dalla verticale.
Un'insolita dimostrazione, considerata da alcuni parapsicologi come
un'autentica prova di levitazione, è quella che prende nome di
'levitazione a otto dita'. Il sensitivo chiede l'aiuto di quattro
persone: una prende posto su una sedia, le altre tre lo aiuteranno a
sollevarla. Altri autori parlano anche di cinque persone. Segue una
serie ben definita di movimenti, a un dato ritmo prestabilito secondo
un certo schema, e in definitiva, quando lo sperimentatore dice di
"sollevare", le quattro persone riescono facilmente a sollevare in
aria la persona seduta. Ovviamente c'è contatto fisico e la
spiegazione del fenomeno consisterebbe, appunto, nella migliore
coordinazione dello sforzo sostenuto. Il caso dell'autolevitazione è
ovviamente del tutto diverso. A parte il trucco della corda indiana,
già in antico erano conosciuti fenomeni simili. Il Prof. Georg Luck,
illustre studioso di storia e di letteratura greco-romana, autore del
pregevolissimo saggio Il magico nella cultura antica (Mursia,
1994), accenna (pag. 26) a Gesù di Nazareth, a Simon Mago e ad
Apollonio di Tiana. Nella Vita di Apollonio di Tiana scritta da
Filostrato si riferisce di fenomeni di levitazione ai quali avrebbe
assistito Apollonio stesso. Gesù, come ben si sa, ascese al cielo. Gli
Atti degli Apostoli, Eusebio di Cesarea e il martire Giustino
(ad es. nel Dialogo con l'ebreo Trifone, cap. 120) riportano
notizie sulla sfida volante che sarebbe avvenuta a Roma, sotto Nerone,
tra S. Pietro e Simon Mago. Un'eccellente ricostruzione di questo
leggendario evento è stata fatta dal dottissimo Carlo Pascal
(1866-1926) nel suo Nerone (ediz. Ecig, 1994, pag. 121 ss.). Ci
sarebbe poi la leggenda della Casa Santa di Loreto. Narra la
tradizione che il 10 maggio 1291, essendo stata in quell'anno invasa
la Palestina dai Maomettani, la casa della Sacra Famiglia a Nazaret
venne miracolosamente trasportata da mani angeliche sopra il colle di
Tersatto, presso Fiume. Il 10 dicembre 1294 la Casa sparì da Tersatto
e comparì al di qua dell'Adriatico nelle vicinanze di Recanati, in
mezzo ad un bosco di lauri, donde il nome di Lauretum, Loreto. Sorse
così la Basilica. Il primo santuario risale infatti a quell'anno 1294,
ma l'attuale chiesa venne iniziata nel 1468. Sembra che tra gli
illustri visitatori di Loreto debbano essere annoverati anche Galileo
Galilei e Cartesio. |
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Fra'
Giuseppe Maria nasce il 17 giugno 1603, lo stesso anno in cui Federico
Cesi fondava l'Accademia dei Lincei. Era figlio di Felice Desa, un
artigiano che godeva di stima e di buone amicizie, e di Franceschina
Panaca, sposata a 14 anni, di modesta estrazione, ma imparentata ad
esponenti di spicco della curia locale. Copertino, a pochi chilometri
da Lecce, era un paesotto del Regno di Napoli, già ricompreso nella
contea dei Brienne e poi dei d'Enghien, la cui popolazione viveva
nell'indigenza come in qualsiasi villaggio dell'Italia di quei tempi.
E' questo il secolo d'oro della Spagna, legata alla Chiesa da un forte
radicamento di comuni interessi politici. Nel Viceregno Borbone si
coglievano, afferma Indro Montanelli, gli effetti devastatori del
neo-feudalesimo spagnolesco e riformista. Il che ci sembra coerente
cornice per uno spaccato d'ambiente. In quest'epoca la peste uccise
più di mezzo milione di persone ed è in quegli stessi anni della vita
di fra' Giuseppe che Manzoni ambienta la vicenda lombarda dei Promessi
sposi. Il padre di Giuseppe, Felice Dessa, venne nominato curatore del
castello di Copertino, appartenente al duca di Acerenza, Galeazzo
Pinelli. Ma Felice fu travolto dall'avallo di cambiali per una somma
enorme per quei tempi (1000 ducati), e costretto a fuggire per
sottrarsi alla carcerazione, lasciando pressoché vedova la moglie, con
tre figli da badare. Appena compiuti 7 anni, Giuseppe si ammala
gravemente e per circa quattro anni è costretto ad una completa
inerzia da un bubbone purulento alla natica, di notevoli dimensioni
(un'ulcera cancerosa della grandezza di un melone), che lo immobilizza
a letto, causandogli probabilmente quel ritardo di cui avrebbe
sofferto. Sembra, poi, che sia guarito miracolosamente da questa
stranissima ed inspiegabile malattia, quando un vecchio cerusico,
vista l'inutilità delle cure, gli cosparse la ferita con un po' d'olio
tratto da una lampada votiva alla Vergine. I biografi lo descrivono
ben piantato e più alto della media. Volto pesante e marcato.
Somigliante a Padre Pio. Lentezza di riflessi e congenita difficoltà
d'apprendimento lo caratterizzano. "Fanciullo un poco risentito" lo
descrive un testimone (pag. 15). Fatto è che Giuseppe ebbe sempre
un'immensa venerazione per la Vergine Maria, proclamandone a viva voce
l'immacolata concezione (il dogma venne ufficialmente sancito da Pio
XII in età moderna). Entrato in convento, diciassettenne (1620), viene
spogliato e letteralmente buttato fuori dai Cappuccini di Martina
Franca per la sua inettitudine. Riesce tuttavia a farsi accogliere
(grazie soprattutto all'intercessione materna) al convento della
Madonna della Grottella, dove trascorre quasi un anno, nascosto nel
sottotetto della chiesa e protetto da un frate impietosito. Si ammala
di dissenteria. Sono poi i frati stessi (uno zio materno e uno zio
paterno che ricoprivano certi incarichi) ad agevolarlo per un
recupero. Inizia, in questo modo, un rinnovato percorso, che lo
condurrà infine all'ordinazione (per i dettagli, pag. 22 ss.). Al
termine del 1629, cominciano a manifestarsi i primi segnali estatici
che consistono in una sorta di caduta in 'trance'. Ed ecco che viene
la mattina del 4 ottobre 1630, festa di S. Francesco. Nel corso della
processione, fra' Giuseppe, dopo aver indugiato su un dipinto
raffigurante il Santo, lancia un grido e cade in estasi. Irrigidito
nelle membra come una statua, si solleva lentamente da terra e tra un
delirio di grida, di singhiozzi e d'invocazioni avrebbe "volato" al di
sopra delle teste, andandosi a posare sul bordo del pulpito
rimanendovi a lungo immobile (Sebasti, pag. 29, manca di riferire come
ne sia disceso). Da qui la serie di "voli", che tuttavia non furono
causa espressa della tardiva canonizzazione un secolo dopo. Col primo
manifestarsi di queste sorprendenti capacità fra' Giuseppe venne
quindi facilmente 'esibito' con scusa devozionale e condotto in giro
nelle predicazioni per le terre del regno di Napoli. Fino alla c.d.
truffa o "fattaccio di Giovinazzo" (cap. 7, pag. 35 ss.), che segnò
l'inevitabilità d'un procedimento inquisitorio. E siamo arrivati al
1636, quando Giuseppe aveva già 33 anni. |
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Il
Prof. Bartocci, curatore di Episteme, deve averci messo un
pizzico di malizia accanto alla consueta generosità,
nell'affidarmi la recensione del libro di Sebasti. Egli sa che
sono nato ed abito in Assisi, e che avrei preso a cuore il 'caso',
vuoi per spirito di parte e sia pure per curiosità d'indagine (in
verità alquanto difficile, sebbene agevolata assai dall'ottimo ed
assai ben documentato testo in commento). A questo punto il peso
si raddoppia sulle mie povere spalle. Mi disse, giorni addietro,
nel suo studio presso il Dipartimento di Matematica
dell'Università di Perugia: <<prendi tempo, nessuna fretta, fa con
comodo>>. Ed invece mi sono sentito bruciare dalla curiosità,
perché (a parte il bel libro, che occorre leggere per il piacere
stesso che fornisce l'attenta ricerca) il 'caso' merita davvero, e
sembra per altro non esaurito, poiché l'Autore, dopo aver
presentato la sua ottima ricostruzione della vicenda, solleva in
chiusura questioni a dir poco interessanti. L'impressione che
ricavo è che in ogni caso Sebasti, con un ottimo dosaggio di
materia, abbia voluto in qualche modo affrontare soprattutto la
questione dei "voli", presentandola con effettiva oggettività
documentale. Non ha scritto una biografia e neppure ha inteso
sviscerare ad es. tutti i risvolti della canonizzazione, in verità
piuttosto tarda e denotata da qualche ambiguità. La copertina
chiarisce che <<di tali aerei 'ratti' nel corso della sua vita
gliene furono attribuiti quasi duecento. Naturalmente la Chiesa lo
proclamò Santo per ben altre ragioni. Dai documenti risulta
comunque che i clamorosi prodigi che accompagnavano le sue estasi
sconvolsero nell'Italia del '600 intere folle di fedeli di tutte
le estrazioni sociali, con forti ripercussioni anche in Europa. Un
'caso' unico nella storia, dunque, non soltanto della Chiesa. Nei
secoli seguenti tuttavia, e fino a pochi decenni fa, la popolarità
del Santo subì un progressivo declino. Al di fuori dei luoghi
strettamente legati al suo culto, quasi se ne perse la memoria>>.
Occorre perciò domandarsi <<quale ne fu il vero motivo>>. Sebasti,
che è uno scrittore 'laico' (come si definisce egli stesso, pag.
6), con questo saggio ha cercato di fornire una chiara risposta
alla sola domanda se il santo volasse davvero, opinando in
definitiva per la quasi certezza dell'autenticità di questi 'voli'
nel senso sopra precisato. Egli tuttavia conclude il suo lavoro
con queste interessanti espressioni, gravide di prospettiva
critica potenziale: <<Al di là delle considerazioni strettamente
'tecniche' esposte in questo lavoro, alle quali non voglio dare
significati diversi dallo scopo che mi sono prefisso di una
indagine storica complessiva sull'argomento, permane quel grande
'mistero' che sottende da sempre la storia della santità nelle sue
più svariate manifestazioni. Il mistero di un disegno i cui
lineamenti si riesce talvolta ad intuire, più che a decifrare
completamente>>. E subito di seguito: <<Forse non è nemmeno da
trascurare una strana coincidenza temporale: la canonizzazione di
Giuseppe da Copertino avvenne nel luglio del 1767, in pieno secolo
dei lumi. La Chiesa consacrava così, alla vigilia di uno dei più
grandi rivolgimenti della storia, la vita di un uomo che arse
d'amore per il suo Dio fino all'inverosimile, sommerso da un
subisso di grazie e di inspiegabili prodigi strettamente legati
alla sua fede e alla sua santità>>. <<Queste arcane, 'oltraggiose'
manifestazioni mistiche, in stridente contrapposizione alla nuova
logica che scaturirà dall'epocale evento della Rivoluzione
francese, non saranno forse una pesante sfida a quella 'Ragione'
che verrà divinizzata di lì a poco?>>. L'interrogativo di Sebasti,
assai ben collocato al termine della sua ricerca, sembra collimare
con la ragione di fondo della 'recensione' affidatami da
Episteme, con ampia libertà di convincimento. Potrebbe darsi,
infatti, che la Chiesa abbia per così dire colonizzato gli
'avvenimenti' (misteriosi sì, ma forse non così eccezionali e del
tutto al di là dell'umana misura), proprio come reazione al
razionalismo, che con la rivoluzione scientifica del Secolo d'oro
e poi dell'Età dei lumi, stava ampiamente penetrando negli strati
sociali. Bisogna poi vedere che ne pensa oggi il Cicap di queste
versioni 'fideistiche' pur sempre collocate nell'ambito del
fenomeno religioso, e controllare eventuali elementi di sano
scetticismo, che pur criticamente presenti nell'Autore recensito,
vengono per così dire fatti digerire all'interno d'una pur attenta
e pertinente indagine documentaria, con la propensione tuttavia ad
ammettere una realtà 'miracolosa', come tale razionalmente
inspiegabile e fine a se stessa.
La
vita di Giuseppe da Copertino si svolse in quell'arco stesso di tempo
che vide l'affacciarsi della rivoluzione scientifica, con Galilei,
Keplero e Cartesio, per citare i più grandi. La canonizzazione del
santo seguì poi nel secolo dell'Illuminismo e dell'Enciclopedismo
scientifico. Durante la vita di fra' Giuseppe e il primo manifestarsi
delle singolarissime estasi alle quali i "voli" si accompagnavano,
Galileo aveva subìto il primo interrogatorio dell'Inquisizione il 12
aprile 1633. Il 22 giugno aveva pronunciato l'abiura. Invece Cartesio
si mantenne assolutamente cauto e nascosto. Morì in Svezia nel 1650 (e
forse fu avvelenato; vedi ad es. Eike Pies, Il delitto Cartesio,
Sellerio, 1999). Keplero (morto nel 1630) era, fortunatamente per lui,
protestante e viveva in altri climi. La Chiesa cattolica aveva
scatenato la controriforma con il Concilio di Trento (la prima
sessione è del 1545), sant'Ignazio di Loyola aveva fondato la
Compagnia di Gesù nel 1534, Paolo III l'aveva approvata nel 1540, e
nel 1542 Roma aveva ripristinato l'Inquisizione sul modello spagnolo.
Da quasi un secolo la Chiesa si era apprestata alla strenua difesa
della 'fede', in contrasto con quella che sarebbe poi stata la linea
critica dell'età dei lumi. Il caso del santo da Copertino sembra
perciò cadere perfettamente in regola, proprio al momento giusto. Si
tratta di vedere quanto in regola. Gli scettici (benvenuti tutti i
possibili dubbi) hanno qui i loro ottimi argomenti di diffidenza anche
sul piano storico (per quanto attenta e capillare appaia, a buon
ragione, la ricostruzione di Sebasti della pur non chiara vicenda del
santo che volava), in aggiunta naturalmente ai dubbi scientifici circa
l'impossibilità fisica di voli simili. Non aveva forse detto Leonardo
da Vinci che la natura non infrange mai le proprie leggi? Ma Ruggero
Bacone, il Doctor Mirabilis, aveva pure affermato che, benché
non tutto sia permesso, tutto è possibile. Si trarrebbe, allora, di
scegliere tra queste due diverse 'epistemologie' del 'miracolo'. L'una
che lo nega con atteggiamento moderno, l'altra, più possibilista, che
ne contempla un'esplicabilità ulteriore ma remota, ai confini di una
'ragione' che può maturare solamente con il tempo.
Ci
sorprende però il fatto che l'agguerrito storico assisiate Antonio
Cristofani, un razionalista della fine dell'800, non citi neppure di
passaggio, nelle sue Storie di Assisi (A. Forni Editore,
ristampa 1980), il santo di Copertino, che pure attirò ad Assisi folle
di fedeli ed illustri personaggi europei d'ogni sorta, e che fu pure
ritratto da Cesare Sermei, un buon pittore originario di Orvieto.
Questi, successivamente stabilitosi ad Assisi, ivi visse e lavorò,
lasciando opere anche nella Basilica. Nella cittadina umbra, nel XVII
secolo, e proprio al tempo di fra' Giuseppe, erano fra i più attivi
due pittori, il Sermei (un tipico rappresentante del manierismo
romano) e l'assisiate Girolamo Martelli, ambedue discepoli del Nebbia.
L'incontro coi due artisti era facilitato dalla loro presenza nella
Basilica e nel Sacro Convento. Ed infatti, nel 1645, essi ricevettero
l'incarico di dipingere nella cappella privata del santo un'effigie
dell'Immacolata Concezione. Fa sapere il Nuti (autore della Vita
sopra ricordata), che interpellato al riguardo, il santo cadde in
estasi, e rigido come una statua o corpo senz'alito di vita, rimase in
levitazione per più di mezz'ora. Quindi, il Sermei, avrebbe pure
eseguito un ritratto di fra' Giuseppe, che di fatti fu ritrovato nel
1963, a Osimo, durante l'apprestamento degli studi e delle
celebrazioni per l'anniversario della morte. Il silenzio del
Cristofani su fra' Giuseppe ha necessariamente il suo peso. Sebasti ci
fa sapere che in effetti la presenza ad Assisi del frate volante finì
per attirare folle strabocchevoli, creando addirittura un circuito
commerciale di reliquie, ad es. la vendita di cappucci o berretti
toccati dalla mano del frate (pag. 65) e quant'altro si può immaginare
in tali circostanze. Per incontrare fra' Giuseppe si mosse addirittura
Giovanni Federico di Sassonia duca di Brunswick, il principe tedesco
che amava visitare le corti europee. Trovandosi a Roma nel 1651, volle
raggiungere, nel febbraio di quell'anno, Assisi, accompagnato dal
marchese Reolcan, dignitario di corte e luterano convinto, per
assistere alla messa officiata dal frate leccese, il quale, al momento
della consacrazione, tenendo tra le dita l'Ostia santa, si sarebbe
sollevato da terra (Sebasti, pag. 66). Federico di Brunswick rimase
così scosso dal miracolo, così impressionato dall'avvenimento, che,
rinnegata la fede luterana, si convertì al cattolicesimo. Il fatto è
ripercorso anche da Giuseppe Alaimo (Alla frontiera del possibile,
Longanesi, 1976, pag. 103-104), ma quest'autore fornisce un'altra
datazione, l'anno 1645 anziché il 1651. Riteniamo attendibile la
ricostruzione di Sebasti, per quanto l'episodio del volo avvenuto
davanti all'Ammiraglio di Castiglia (da Sebasti collocato al 7 giugno
1646: cfr. pag. 97), secondo la versione fornita da padre Zaccaria
(bibliotecario del Sacro convento negli anni '70, che segue la Vita
del Nuti) sarebbe, invece, avvenuto nel 1645. Tra le visite di rango
Sebasti (pag. 56) ricorda anche quella del principe Giovanni Casimiro
Waza, fratello del re Wladislao di Polonia. Costui era venuto in
Italia con l'intenzione di entrare nella Compagnia di Gesù, ma fra'
Giuseppe (come racconta il Cardinal Brancati) lo ricevette con toni
bruschi e dichiarò che la tonaca non gli si addiceva. Ciò nonostante,
il principe divenne cardinale ma dovette abbandonare la carica
ecclesiastica quando assunse il titolo di re di Polonia. Morì in
esilio a Parigi e con lui la dinastia si estinse. Tra il Waza e fra'
Giuseppe intercorse una fitta corrispondenza. Assisi fu davvero la
grande ribalta del santo dei voli. |
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A questo punto vorremmo introdurre una
nostra ipotesi, che potrebbe sorreggersi se e soltanto siano esatte la
datazione e le oscure circostanze alle quali in via presuntiva ci
riferiamo. Secondo il Cristofani (op. cit., pag. 417) Cristina di
Svezia sarebbe stata presente ad Assisi un certo anno, collocabile
all'epoca del suo primo arrivo in Italia, quando fra' Giuseppe poteva
ancora trovarsi nel sacro Convento, dopo il confino di Fossombrone e
prima del ritiro ad Osimo. Cristina di Svezia (Stoccolma 1626 - Roma
1689) aveva abdicato nel 1654 (Cartesio era morto nel 1650), a favore
di Carlo X Gustavo. Dopo l'abdicazione, venne a Roma e qui si circondò
di cardinali antispagnoli, e tentò invano di divenire regina di
Napoli. Tornò in Svezia nel 1660. Rientrata a Roma una seconda volta,
abbandonò la politica e vi morì nel 1689, dopo aver avviato un circolo
d'artisti e letterati dal quale nascerà poi l'Accademia dell'Arcadia.
Durante il suo primo soggiorno romano Cristina di Svezia si sarebbe
recata in visita ad Assisi, il dato è certo, diretta alla Basilica di
San Francesco (ed infatti soggiornò, per la rapida visita, in un
grande palazzo, Palazzo Vallemani, poco lontano dalla Basilica). Nel
1653 fra' Giuseppe viene mandato al convento dei cappuccini di
Pietrarubbia per ordine del Sant'Uffizio. Ciò a cagione del fatto (Sebasti,
pag. 68-69) che a Roma lo si accusò di macchinazioni (si mormorava che
nella sua piccola cella avvenissero 'piccoli conclavi' con la
partecipazione di alte cariche ecclesiastiche) contro il pontefice
Innocenzo X, per favorire la successione al soglio di Pietro di un
alto prelato esiliato dal papa a Todi. Ad Assisi volevano recarsi in
visita nobildonne "straniere", poco gradite dal papa regnante: la
duchessa di Parma Margherita dei Medici, dell'odiata casa Farnese,
Maria dei duchi di Mantova, Eleonora di Boemia ecc. L'infanta di
Savoia, Francesca Maria Apollonia, devota del frate, fu tra le prime
persone a fiutare odor di congiura. Fatto è che nel 1653 fra' Giuseppe
fu condotto d'autorità prima a Pietrarubbia e poi a Fossombrone. Il 7
gennaio 1655 muore Innocenzo X. Il 6 luglio 1657, per disposizione di
Alessandro VII, fra' Giuseppe è restituito al suo Ordine. Il 10 luglio
giunge ad Osimo, sua ultima dimora. Non ci sarebbe stato modo di
ritrovare il frate di nuovo ad Assisi, in questi anni che vanno dal
1653 al 1657. Ma l'intricata vicenda 'politica' (chiaramente politica)
potrebbe essere stata leggermente diversa. Nell'intervallo tra la
morte di Innocenzo X (1655) e l'ordine di restituzione di Alessandro
VII (1657), potrebbe essere accaduto che il frate avesse fatto breve
ritorno in Assisi, e questo potrebbe spiegare lo strano viaggio di
Cristina di Svezia, incuriosita pure lei dalla fama miracolosa di fra'
Giuseppe. La nostra traccia è del tutto ipotetica, basandosi sulla
fama del frate, che aveva attraversato i confini d'Italia e correva
per tutta l'Europa. Poi si sa, le donne sono curiose, e Cristina di
Svezia quanto a questo non aveva da invidiare nessuna. Si potrebbe
quindi ritenere che la fama di fra' Giuseppe fosse ormai divenuta così
grande e che su di essa si muovessero percorsi devozionali e trame
politiche, tali da giustificare i più vari intrecci. Dietro al
portento dei miracoli si può sempre ritrovare il serpentino gioco di
meschini interessi umani. |
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Giuseppe
aveva iniziato a 'volare' ad Assisi già il 30 aprile 1639. In
quell'occasione si sollevò da terra davanti alla Madonna di
Cimabue (posta nel transetto di destra della Basilica Inferiore,
ad una altezza, il viso, a circa tre metri dal pavimento). I voli
si ripeterono, con particolare insistenza, per tutto l'anno 1646.
Lo sappiamo con 'certezza' dal diario del Rosmi, un testimone
oculare, spesse volte citato da Sebasti.
In
un affresco del ciclo iconografico giottesco della Basilica Superiore
di Assisi (il dodicesimo dei 28 riquadri complessivi, situato sulla
grande parete di sinistra rispetto all'ingresso) S. Francesco viene
rappresentato rapito in estasi mentre si solleva in una sorta di nube
infuocata. San Bonaventura è il solo a ricordare questa scena, e lo fa
molto brevemente: <<Là, mentre pregava di notte, fu visto con le
braccia tese in forma di croce, sollevato da terra con tutto il corpo
e circondato da una nuvola luminosa; e quella meravigliosa luce
intorno al suo corpo testimoniava meravigliosamente la luce
risplendente nel suo spirito>>. Qui Giotto non si è uniformato alla
descrizione di San Bonaventura, che aveva collocato la scena nella
solitudine di una foresta. Trasporta invece l'azione davanti alla
porta di una città: a sinistra, quattro fati attoniti guardano il
santo, che, a destra, fluttua al di sopra del suolo in una nuvola.
Francesco ha le braccia tese e gli occhi levati verso il Cristo, che
dall'alto della sfera celeste si piega verso di lui per benedirlo (H.
Thode). Per i voli di Giuseppe non poteva dunque esserci miglior luogo
della sacra Basilica del Santo!
Padre Giuseppe Zaccaria è stato per tanti anni bibliotecario
francescano ad Assisi. Nel 1972 egli raccolse in un volumetto (Ricerche
di Archivio. Assisi. Pagine sparse, Casa Editrice Francescana,
Assisi, 1972) le "pagine sparse" delle sue "ricerche d'archivio" ed i
"ritagli" dei suoi articoli pubblicati in giornali nazionali negli
anni cinquanta-sessanta. Egli si occupò più volte anche del caso del
santo da Copertino (op. cit., pag. 47): <<Anche all'estero la fama
della santità e dei prodigi di questo illustre figlio di S. Francesco
si era diffusa ovunque sino ad attirare in Assisi insigni personaggi,
prelati e gente di umile condizione. Nel 1645 (questa la data indicata
da padre Zaccaria sulla testimonianza della Vita manoscritta di padre
Nuti) fra tanti di proposito passò da Assisi il Grande Ammiraglio di
Castiglia con la moglie, alcuni familiari ed il seguito. Costui si
recava a Roma in qualità di ambasciatore presso il Pontefice Innocenzo
X. Al P. Custode fece presente lo scopo del suo viaggio e chiese ed
ottenne di poter parlare con fra' Giuseppe. Il colloquio si svolse in
segreto nella sua cella, tuttora esistente accanto alla cappella.
L'Ammiraglio, congedatosi dal Santo, si recò in chiesa ove l'attendeva
ansiosamente la consorte con tutto il seguito, ai quali subito disse:
ho veduto e parlato con un altro San Francesco. La moglie desiderosa
anch'essa di vederlo e parlargli chiese al P. Custode di concederle un
tanto favore. La cosa non era tanto semplice perché fra' Giuseppe
aveva ripugnanza di parlare con donne. Si poté rimediare col precetto
dell'obbedienza impostogli dal P. Custode facendolo venire in
chiesa>>. Prosegue lo Zaccaria, riportando che, secondo il racconto di
P. Nuti: <<il Servo di Dio sorridendo disse al P. Custode: Io farò
l'obbedienza, ma non so se gli potrò parlare: Infatti, uscito dalla
sua cella ed entrando in chiesa dalla porta prossima all'aula
capitolare, si trovò di fronte all'altare della Madonna ove posava la
statua della Concezione. Aveva posto appena lo sguardo sulla statua
che con un grido si lanciò in volo, sollevandosi sopra le teste
dell'Ammiraglio e del seguito, andando ad abbracciarsi ai piedi della
statua. Restò diversi minuti in quella posizione e poi con un altro
grido, ripassando nuovamente in volo sulle teste degli astanti e fatta
una riverenza alla madonna col capo chino e il cappuccio calato sugli
occhi si allontanò per la porta da dove era entrato>>… Il racconto
dell'avvenimento ha quasi la cadenza di un fioretto, e ne ripercorre
il ritmo. Seguono poi gli svenimenti delle donne presenti e il
soccorso loro portato in questo frangente. In un altro passo (op. cit.,
pag. 164), padre Zaccaria ripercorre il 'volo' del 1642, festa
dell'Immacolata Concezione: <<Era da poco terminato il canto dei
Vespri, quando entrò nella cappella il Padre Custode (Raffaele Palma,
poi fatto vescovo di Oria). Nel vedere in un angolo il Padre Giuseppe,
confidenzialmente gli chiese: Che fai qua paesano? Il santo, fuori di
sé, di scatto si avvicinò con la faccia a quella del Padre Custode e
con l'indice della mano, indicando la statua dell'Immacolata gli
gridò: Padre Custode, dì bella Maria, bella Maria! Il Santo, dopo
essere stato alcuni istanti con gli occhi spalancati e fissi sulla
statua, scosso da interno impeto e con un fremito nella voce, esclamò
più forte: Padre Custode, dì bella Maria, bella Maria! Il Padre
Custode intimorito e tremante ripeté con voce foca la triplice
esclamazione. Ma il Santo non riscontrando nella voce del Padre
Custode l'eco del suo intimo gaudio, con voce più vibrante lo si udì
replicare: Dì più forte, Padre Custode, bella Maria, bella Maria! Poi
ad un tratto avvicinatosi di più al Padre Custode, il santo lo
abbracciò, avvinghiatolo nei fianchi e ripetendo con più enfasi: Bella
Maria, bella Maria, fu visto sollevarsi da terra, trasportandosi in
alto il Padre Custode, sino a raggiungere l'altezza ove trovatasi la
statua dell'Immacolata. Quando ambedue misero il piede a terra, il
padre Custode preso da sgomento raggiunse in fretta l'uscita>>…
Ho
riportato questi passi (a parte la leggera discordanza di date tra
Sebasti e padre Zaccaria) per sottolineare la freschezza stessa del
racconto e le implicazioni, anche di tipo psicologico, che vi si
accompagnerebbero. Fra' Giuseppe era devotissimo a Maria, e questa
annotazione, ben presente a Sebasti, appare piuttosto significativa.
Se ne potrebbero ricavare, nell'unità fondamentale della vita di fra'
Giuseppe costellata da varie vicissitudini, le ragioni di un dramma
personale che condusse ad una grandissima sensibilità ed eccitabilità
mistica, che poteva appunto sboccare, in modo impreventivabile e in
particolari condizioni di tensione emotiva, in situazioni
completamente fuori dall'ordinario, come la condizione estatica con
tutto ciò che ad essa può accompagnarsi. |
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Il Prof. Bartocci troverebbe interessante, così mi fa sapere,
anche la versione di un cattolico che non creda ai 'voli' di S.
Giuseppe da Copertino. A questo riguardo devo confessare di non
essere documentato. Ma è certo che la santificazione non avvenne
testualmente in virtù di questi episodi, del resto così poco
credibili sotto l'aspetto ordinario e non soltanto sul piano
scientifico. Resta dunque il sospetto, più che legittimo, d'una
sorta di risposta della Chiesa al 'razionalismo' che stava
corrodendo la fede e la credibilità popolare nei miracoli. Lo
proverebbe anche il caso del prodigioso ricrescere d'un arto
avvenuto in Spagna, a Calanda, un villaggio di Aragona, il 29
marzo 1640, per intercessione di Nostra Signora di Pilar. Ad un
giovane contadino fu restituita di colpo la gamba destra, amputata
più di due anni prima e addirittura sepolta nel cimitero
dell'ospedale. L'evento, di schiacciante evidenza, mise a rumore
l'Europa. Poi calò un sospetto silenzio, rotto da un saggio di
Vittorio Messori (Il Miracolo, Rizzoli, 1998), che appunto
rovistò negli archivi recandosi più volte nei luoghi stessi per
ricostruire tutta la vicenda. La ricerca effettuata da Messori
proverebbe l'assoluta certezza e credibilità dell'episodio, che
diversamente da questo, ben s'inserirebbe in possibile 'disegno'
ecclesiastico di reazione all'incipiente razionalismo scientifico
anche in terra di Spagna. L'assoluta singolarità dei suddetti
miracoli e la loro pressoché perfetta ed appropriata contestualità,
possono infatti legittimamente indurre a 'sospettare' una
possibile manovra di politica religiosa, abilmente condotta dalla
Chiesa a tutela del proprio potere.
In
rete si possono trovare interessanti osservazioni sulla "grandiosa
epopea dei frati volanti", ad es. (http://www.cicap.org/lombardia/cicaplombardianews/02_01_1999/02.htm)
un articolo di Clelia Maria Manna a proposito dei fenomeni legati alla
vita dei mistici, ripartiti in due gruppi: fatti realmente possibili
(digiuni prolungati, stigmatizzazioni), e fenomeni ai quali nessuno in
realtà ha mai assistito o che comunque non si sono mai verificati in
condizioni di controllo (levitazioni, bilocazioni). Sebasti, oltre che
fare riferimento agli atti segreti del Vaticano indicati in
bibliografia come 'documenti fondamentali' (pag. 122), fa capo al
monumentale lavoro di G. Prisciani, San Giuseppe da Copertino -
Alla luce dei nuovi documenti, pp. 1066, Pax et Bonum, Osimo,
1963. In particolare viene citato il lavoro di Anna Maria Turi, La
levitazione, fenomeno mistico e parapsicologico, Edizioni
Mediterranee, Roma, 1977. Giornalista e scrittrice, laureata in
filosofia e in psicologia, la Turi è autrice di numerosi articoli
(sull'argomento teneva una rubrica su Il Tempo). La Turi ha
esaminato il fenomeno del punto di vista filosofico, psicologico,
antropologico e parapsicologico ed ha affermato che la levitazione,
pur comprovata, non ha a tutt'oggi alcuna spiegazione. Tra i
protagonisti dei cosiddetti "voli", la Turi distingue ed esamina varie
categorie: a) i santi, come san Francesco, santa Caterina, santa
Teresa d'Avila, san Francesco di Paola (dei cui voli fu testimone il
re di Spagna Ferdinando II), san Giuseppe da Copertino (alle cui
frequenti levitazioni assistettero centinaia di persone); b) gli
indemoniati, come due fratellini che vissero in Germania nel secolo
scorso e si alzavano in volo sotto gli occhi di tutto il paese o gli
sciamani, come quello stregone africano | |