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IL PROBLEMA DEL DISCEPOLO SENZA NOME

 

La censura sinottica nei confronti di Lazzaro di Betania e di tutta la sua famiglia

 

 

 

 

 

1 - Il quarto Vangelo

Il quarto Vangelo, cosiddetto "secondo Giovanni", è molto caro a tanti cristiani che lo preferiscono agli altri tre. Quasi di sicuro perché fa apparire un Gesù che largheggia in insegnamenti di grande profondità spirituale, contraddistinti spesso da quel tono misterioso che è esclusivo delle discipline iniziatiche. In esso è ricca la simbologia e l'uso di linguaggi pittoreschi.


INIZIO DEL QUARTO VANGELO NELLA VERSIONE GRECA

Fin dall'inizio l'evangelista ha scelto di toccare la corda del cuore con la lirica appassionata di una canto al logos, principio ancestrale di tutto ciò che è, eterno faro di verità e di certezza per tutti coloro che sono figli della luce.

E poi c'è un episodio, che non è descritto negli altri Vangeli, il quale basterebbe da solo a conquistare al testo giovanneo la preferenza di una larga schiera di fedeli. Mi riferisco al celebre miracolo avvenuto nel villaggio di Betania, dove Gesù richiamò in vita il caro amico defunto, Lazzaro, il fratello di Marta e Maria.

Il miracolo è descritto con tale sentimento, con le sorelle trepidanti e i popolani partecipi al dolore e alla speranza, che non poteva non suscitare un interesse particolare. E noi glie ne dedicheremo molto, in questo scritto.

Certamente questo Vangelo è molto diverso dagli altri tre, ovverosia da quelli detti "secondo Marco, Matteo e Luca", i quali sono definiti comunemente "sinottici", per il fatto che le narrazioni sono spesso parallele, quasi coincidenti nelle parole e nei periodi. Creare una quadruplice sinossi (ovverosia uno schema in cui appaiono affiancati i brani che si assomigliano) che comprenda anche il quarto Vangelo è estremamente difficile, perché spesso il parallelismo si perde, i brani sono molto diversi e così anche la dinamica degli eventi descritti. Prima di affrontare la questione che è l'oggetto specifico di questo scritto, sarà bene esaminare alcune caratteristiche del quarto Vangelo, la cui conoscenza permetterà di comprendere meglio aspetti e implicazioni del problema che andremo a trattare.

 

2 - Personaggi sinottici e giovannei.

Nei Vangeli secondo Marco, Matteo e Luca, sono presenti elenchi dei cosiddetti dodici apostoli, che riportiamo qui di seguito in uno schema di confronto:

MARCO

MATTEO

LUCA

Simone, detto Pietro

Simone, detto Pietro

Simone detto Pietro

Andrea

Andrea, fratello di Simone

Andrea, fratello di Simone

Giacomo di Zebedeo

Giacomo di Zebedeo

Giacomo

Giovanni fratello di Giacomo

Giovanni fratello di Giacomo

Giovanni

Filippo

Filippo

Filippo

Bartolomeo

Bartolomeo

Bartolomeo

Matteo

Matteo, il pubblicano

Matteo

Tommaso

Tommaso

Tommaso

Giacomo di Alfeo

Giacomo di Alfeo

Giacomo di Alfeo

Taddeo

Taddeo

Giuda di Giacomo

Simone, il cananeo

Simone, il cananeo

Simone, lo zelota

Giuda l'Iscariota

Giuda l'Iscariota

Giuda l'Iscariota

 

Il quarto Vangelo, al contrario, non riporta alcun elenco preciso, e si limita a nominare i diversi apostoli nel corso della narrazione, man mano che questi compaiono. Fin qui, naturalmente, non ci sarebbe niente di singolare, se non dovessimo però constatare che, in realtà, alcune denominazioni sono diverse e che in tutto si raggiungono solo otto identità. Vediamo chi sono:

SINOTTICI

QUARTO VANGELO

 

presenti

assenti

Simone detto Pietro

Simone, detto Pietro

 

Andrea, fratello di Simone

Andrea, fratello di Simone

 

Giacomo di Zebedeo

 

pres. solo nel Cap. aggiunto

Giovanni di Zebedeo

 

pres. solo nel Cap. aggiunto

Filippo

Filippo

 

Bartolomeo

 

assente

Matteo

 

assente

Tommaso

Tommaso, chiamato Dìdimo

 

Giacomo di Alfeo

 

assente

Taddeo o Giuda di Giacomo

Giuda, non l'Iscariota

 

Simone, lo zelota

 

assente

Giuda l'Iscariota

Giuda Iscariota

 

 

Natanaele di Cana di Galilea

 

 

Il discepolo che Gesù amava

 

Possiamo così notare che il quarto Vangelo, oltre a non contemplare alcuni apostoli della tradizione sinottica, ne contempla alcuni che gli sono propri. O, almeno, ha delle denominazioni che gli sono proprie. C'è un particolare che dobbiamo aggiungere, sia di Simone, che di Andrea, che di Filippo, si dice che provengono da Betzayda, un villaggio sulla riva nord-orientale del Lago di Tiberiade, nel Golan.

Se vogliamo concludere la nostra breve rassegna delle discordanze nei personaggi sinottici e in quelli giovannei, dobbiamo far notare che Marco, Matteo e Luca contemplano altre identità assenti nel quarto Vangelo: per esempio i genitori di Giovanni Battista, Elisabetta e Zaccaria, i due miracolati per resurrezione, cioè la figlia di Giairo e il figlio della vedova di Nain; mentre il testo giovanneo contempla Nicodemo, Lazzaro e le sue sorelle, Marta e Maria, che sono assenti nei testi sinottici.

A dir la verità Luca parla di Marta e Maria, in questo episodio:

"Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: "Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti". Ma Gesù le rispose: "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta"" (Lc X, 38-42),

però, noi possiamo notare che Luca, pur nominando le due donne, non cita la località che è Betania, specificata in altre occasioni, ed evita di precisare che esse sono le sorelle di Lazzaro, quelle che erano presenti alla cena dell'unzione. In tal modo, mancando una chiara caratterizzazione dei personaggi, che invece è effettuata con esattezza e insistenza nel testo giovanneo, i nomi perdono la loro importanza e le due figure restano avvolte in una sorta di anonimato. In pratica ci sono nei gesti che compiono, ma è come se non ci fossero nelle identità. Del resto anche il personaggio di Lazzaro manca completamente nei testi sinottici, e questo fa pensare che Marco, Matteo e Luca avessero qualche motivo particolare per omettere dal loro racconto le identità dei componenti di questa famiglia, i quali svolgono delle funzioni di grande importanza nel quarto Vangelo.

 

3 - Assenza di brani nei sinottici e nel quarto Vangelo.

Possiamo adesso nominare alcuni brani di rilievo, presenti nella tradizione sinottica, che sono totalmente assenti nel quarto Vangelo: i quaranta giorni e le tentazioni nel deserto, l'arresto e la morte di Giovanni Battista, l'ossesso di Cafarnao, la guarigione della suocera di Simone, la resurrezione della figlia di Giairo, la resurrezione del figlio della vedova di Nain, numerose guarigioni miracolose, numerose parabole, la trasfigurazione sul monte, il fico disseccato, la questione del tributo a Cesare, la piccola apocalisse ("non resterà pietra su pietra"), la pronunciazione della condanna a morte a Gesù da parte degli ebrei, l'ascensione al cielo.

Mentre altri brani sono presenti nel quarto Vangelo e assenti nei sinottici: le nozze di Cana, il paralitico in piscina, il dialogo con la samaritana, l'adultera perdonata, la discussione con Nicodemo, la resurrezione di Lazzaro, il lavaggio dei piedi agli apostoli.

 

4 - Il primato di Pietro.

Il primato di Pietro, a cui Gesù avrebbe affidato il compito di guidare la Chiesa con le parole:

"E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli" (Mt XVI, 18-19),

è completamente assente nel testo giovanneo. Al contrario, in esso è esplicitamente mostrata la subordinazione di Pietro rispetto ad un altro personaggio:

"Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: "Dì, chi è colui a cui si riferisce?". Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: "Signore, chi è?"" (Gv XIII, 23-25);

"Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: "Signore, chi è che ti tradisce?". Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: "Signore, e lui?". Gesù gli rispose: "Se voglio che egli rimanga finchè io venga, che importa a te? Tu seguimi"" (Gv, XXI, 20-22).

Stiamo già evidenziando una serie consistente di divergenze che allontanano il testo giovanneo dagli altri tre. Con questo noi possiamo sicuramente permetterci di ipotizzare che i Vangeli sinottici siano scaturiti dall'esigenza di esprimere una particolare interpretazione ideologica e dottrinaria delle opere e dell'insegnamento di Gesù. Come abbiamo visto altrove, tale interpretazione è molto diversa da quella offerta nella letteratura giudeo-cristiana, anche se in realtà noi non abbiamo la possibilità di leggere i testi giudeo-cristiani, ma le informazioni che di essi possiamo avere, dalle citazioni confutatorie presenti nelle opere dei padri della chiesa, sono già sufficienti a darci una chiara misura delle grandi distanze che separano questo filone da quello facente capo all'insegnamento di Paolo di Tarso, sfociato nella compilazione del canone neotestamentario.

Sebbene il quarto Vangelo sia incluso nel canone neotestamentario, dobbiamo riconoscere una certa quantità di divergenze che lo allontanano dagli altri tre testi e, se avanziamo la ragionevole ipotesi che lo scritto di cui disponiamo oggi non sia il testo integrale, come lo avrebbe redatto di prima mano l'evangelista, possiamo riconoscere che l'ambiente in cui esso è stato prodotto aveva presupposti ideologici e dottrinari abbastanza lontani da quelli dell'ambiente paolino che ha generato i testi sinottici. Potremmo già affermare che si nota nel testo giovanneo una sensibile componente gnostica, caratteristica dell'ambiente originario che deve averlo creato, la quale, naturalmente, sarebbe stata successivamente sottoposta ad interventi correttivi, anche molto pesanti, atti a renderlo compatibile con la tradizione affermatasi negli ambienti ecclesiastici.

 

5 - Linguaggi di stile qumraniano.

Una delle peculiarità del testo giovanneo è la terminologia che ricorre spesso ad espressioni come figli della luce e figli delle tenebre, o semplicemente luce e tenebre, per esprimere i concetti di bene e male. La stessa lirica iniziale al logos contiene più volte queste espressioni e, in seguito, troviamo passi come:

"E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perchè le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perchè non siano svelate le sue opere. ]Ma chi opera la verità viene alla luce, perchè appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio " (Gv III, 19-21);

"Di nuovo Gesù parlò loro: "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita"" (Gv VIII, 12)

"Gesù allora disse loro: "Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perchè non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce"" (Gv XII, 35-36).

Ora, noi abbiamo visto altrove che questa terminologia è assolutamente indicativa del linguaggio e della dottrina qumraniana, e ciò pone importanti interrogativi sulle relazioni fra cristianesimo ed essenato.:

"In una sorgente di luce sono le origini della verità e da una fonte di tenebra le origini dell'ingiustizia. In mano al principe delle luci è l'impero su tutti i figli della giustizia: essi cammineranno sulle vie della luce. Ed in mano all'angelo della tenebra è tutto l'impero sui figli dell'ingiustizia: essi camminano sulle vie della tenebra" (Regola della Comunità III, 19).

A conclusioni del tutto analoghe possiamo arrivare se analizziamo un altro passo del quarto Vangelo, in cui si utilizza l'immagine delle acque vive:

"Gesù le rispose: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva". Gli disse la donna: "Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?". Rispose Gesù: "Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna"" (Gv IV, 10-14).

Da confrontare con questo passo del Documento di Damasco, importante scritto esseno di cui è stata rinvenuta copia nelle grotte di Qumran:

 

"tutti gli uomini che sono entrati nel patto nuovo, nel paese di Damasco, ma se ne sono poi ritornati, hanno tradito e si sono allontanati dal pozzo delle acque vive"

(Documento di Damasco XIX, 33-34).

 

6 - Assenza della istituzione della eucarestia.

Quando abbiamo parlato dell'assenza nel quarto Vangelo di brani che sono presenti nei sinottici, abbiamo trascurato un punto importante: l'istituzione della eucarestia. Infatti si tratta di un fatto così significativo da meritare una attenzione particolare, che gli dedicheremo adesso.

Se confrontiamo nei quattro Vangeli i brani relativi all'ultima cena, noteremo che tutti e tre i sinottici contengono una descrizione della istituzione della eucarestia, ovverosia del mistero della ripetizione del sacrificio di Gesù sulla croce e, in particolare della trasformazione sovrannaturale (transustanziazione) del pane e del vino in carne e sangue di Cristo, di cui i fedeli si cibano, compiendo così un sacramento rituale, il cui significato è stabilito come dogma di fede.

Il quarto Vangelo, sebbene sia estremamente più abbondante nella descrizione dell'ultima cena, aggiungendo atti come la lavanda dei piedi e copiosi insegnamenti che i sinottici ignorano, e occupando così uno spazio quattro o cinque volte superiore a quello dedicato dai sinottici a questo brano (o più ancora), non fa cenno alcuno all'istituzione dell'eucarestia. La ignora nella maniera più completa.

 

Ora, noi non possiamo fare a meno di ribadire che l'ultima cena, per una serie di motivi che abbiamo esaminato altrove (sia la somiglianza sorprendente col rito di apertura del pasto comunitario a Qumran, sia la datazione dell'evento, che risulta coerente col calendario solare in uso presso la confraternita essena e non con quello ufficiale degli ebrei di Gerusalemme) era un banchetto ritualizzato secondo la tradizione ebraica, coerente con le concezioni e i costumi degli intransigenti circoli messianici. In questi ambienti, introdurre una concezione teofagica (teofagia = cibarsi del Dio), che è peculiare di alcune religioni pagane dell'area mediterranea, e proporre ai convitati ebrei della cena di cibarsi del sangue e della carne del figlio di Dio, inteso come vittima scarificale, non solo sarebbe stato blasfemo, ma letteralmente ed assolutamente impossibile. Qualcosa di non lontano da quel famoso "abominio della desolazione", di cui parla la Bibbia, quando descrive la profanazione del tempio con immagini o insegne sacrileghe. Si tratta di empietà che più di una volta hanno suscitato reazioni di violenza incontrollata da parte degli ebrei, come ci è testimoniato dallo stesso Giuseppe Flavio.

Ed è per questo che abbiamo tutte le ragioni per insinuare molto più di un semplice sospetto che tale irruzione di spiritualità pagana nella scenografia di quel pasto ebraico non sia affatto il frutto della volontà di Gesù, ma delle libere formulazioni teologiche che hanno avuto sviluppo negli ambienti della predicazione paolina.

 

7 - La cronologia solare.

Scrive Jean Daniélou, sacerdote cattolico che ha avuto accesso ai manoscritti di Qumran, nel suo libro "Les Manuscrits de la Mer Morte et les Origines du Christianisme" (Editions de l'Orante, Paris, 1975):

"...Sappiamo che uno dei più difficili problemi dell'esegesi del Nuovo Testamento, è la determinazione del giorno della Cena. I Sinottici la considerano un pasto pasquale e la fissano quindi al 14 nizan (marzo-aprile) di sera.

Ma per san Giovanni, la crocifissione ebbe luogo prima della Pasqua: il Cristo è stato dunque crocifisso nella giornata del 14 nizan ed ha istituito l'Eucaristia il 13 sera. In questo caso, la Cena non sarebbe più un pasto pasquale, e questo contraddirebbe i Sinottici. A meno che il Cristo non avesse anticipato il pasto pasquale. Ma come spiegarlo? Il problema sarebbe risolto se si potesse dimostrare che in quell'epoca vi erano due date differenti per la celebrazione della Pasqua...

...Ora, esiste una vecchia tradizione secondo la quale il Cristo avrebbe consumato la cena pasquale un martedì sera, sarebbe stato arrestato il mercoledì e crocifisso il venerdì. Questa tradizione era stata fin qui quasi dimenticata.

La Jaubert ha dimostrato che le genti di Qumràn utilizzavano un antico calendario sacerdotale di 364 giorni, che era costituito da quattro trimestri di 91 giorni, formati ciascuno da 13 settimane. Seguendo questo calendario, siccome l'anno comporta esattamente 52 settimane, le feste cadono obbligatoriamente lo stesso giorno del mese e della settimana. In questo calendario, la Pasqua veniva sempre di mercoledì, e la vigilia era dunque di martedì. Così il Cristo avrebbe celebrato la Cena alla vigilia della Pasqua secondo il calendario esseno. Per contro, sarebbe stato crocifisso alla vigilia della Pasqua ufficiale, che in quell'anno cadeva di sabato.

Ma, una volta scomparso e dimenticato il calendario degli Esseni, il ricordo di questa data si è cancellato, e si è piazzata la Cena sia il mercoledì, secondo san Giovanni, sia il giovedì. La scoperta del calendario di Qumràn permette di restituirle la sua vera data, e per tale motivo uno degli enigmi del Nuovo Testamento è spiegato...".

Ci troviamo pertanto, ancora una volta, davanti ad una inequivocabile indicazione che dimostra la stretta relazione esistente fra l'ambiente originario di produzione del quarto Vangelo e la confraternita essena che aveva dimora nel monastero di Qumran.

 

8 - Aggiunte e suddivisioni

Il quarto Vangelo sembra avere una duplice concusione. Infatti alla fine del ventesimo capitolo noi possiamo leggere quanto segue:

"... molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome." (Gv XX, 30-31).

Eppure, abbastanza sorprendentemente, il testo non si conclude a questo punto, bensì riprende la narrazione con una terza apparizione di Gesù sul lago di Tiberiade. Già questo fatto fa capire che il brano, molto probabilmente, è una aggiunta successiva e l'idea appare fortemente rinforzata se esaminiamo alcuni degli argomenti di questa parte. Infatti troviamo tre cose, due delle quali stridono in modo abbastanza palese coi contenuti dei capitoli precedenti, e la terza solleva importanti perplessità dal punto di vista storico.

Di che si tratta? Innanzitutto noteremo che in questa parte vengono nominati per la prima volta due apostoli altrimenti assenti, vengono definiti semplicemente come "i figli di Zebedeo" (neanche Zebedeo era mai stato nominato prima) e, per confronto coi sinottici, capiamo subito che si tratta di Giacomo e di suo fratello Giovanni. Poi noteremo che c'è un episodio in cui si cerca di recuperare il ruolo primario di Pietro rispetto a Gesù, che in precedenza non era mai stato messo in evidenza. Infatti c'è un dialogo in cui Pietro per ben tre volte risponde affermativamente alla domanda di Gesù che gli chiede se egli gli vuole bene, e infine il maestro gli ordina: "pasci le mie pecorelle", praticamente dichiarandolo capo spirituale della comunità cristiana.