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Storie di briganti salentini:
QUINTINO
VENNERI
detto Macchiorru
da Antonio Pizzurro
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premessa:
Briganti in Terra
d'Otranto
di Anita Chemin Palma
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Reclutati
prevalentemente nella "classe infima", i briganti godevano
della solidarietà dei contadini per i rifornimenti, i
rifugi, le informazioni e, soprattutto per il silenzio.
Assalivano
cittadine e villaggi, depredavano case e negozi di esponenti
liberali (o ritenuti tali); autorità locali, guardie
nazionali e qualche prete erano sospettati di connivenza con
loro.
Per tutto il
primo periodo seguente il compimento dell'unità, fino
all'inizio del '62, per Terra d'Otranto non si può parlare
di vero e proprio brigantaggio. Nulla di simile alle grandi
bande ben organizzate che operavano stabilmente nel resto
del Mezzogiorno continentale; piuttosto, forme di
brigantaggio sporadico ed endemico, ad opera di piccoli
gruppi, fatto di furti e vandalismi, oppure brigantaggio di
importazione, incursioni di bande della vicina Basilicata,
epicentro, a quell'epoca, del fenomeno.
Frequenti,
invece le "reazioni" nei paesi, le sommosse contadine
provocate da reali motivi di malcontento, e alle quali, con
una certa facilità, veniva sovrapposto un intento politico
filoborbonico. Dimostrazioni per la divisione dei demani si
erano avute già nell'estate del '60 a Ginosa e a Palagiano.
Dopo l'unità, più attiva si fece l'attività clericale e
borbonica per imprimere un senso antiunitario alle sommosse:
a Sava, Surbo, Poggiardo, Andrano, Taviano, in date diverse
tra la fine del '60
e il '61, disordini furono
provocati da alcuni legittimisti nel tentativo di estendere
la rivolta ai paesi circostanti e di far insorgere i
contadini. Agli incidenti che scoppiarono in quel periodo
non dovevano essere estranei i settori più reazionari del
clero, in particolare dell'Episcopato, dal momento che
l'Arcivescovo di Otranto, i Vescovi di Ugento, di Gallipoli
e di Nardò, e l'intrigante Vescovo di Oria Margarita furono
sottoposti a misure poliziesche e giudiziarie di vario
genere per sospette connivenze con i borbonici e, poi, con i
briganti.
E' solo nel '62 che numerose bande iniziarono l'attività nel
Tarantino e in Terra d'Otranto.
Reclutati prevalentemente nella "classe infima", secondo una
definizione del sotto-prefetto di Taranto, Bozzi, i briganti
godevano della solidarietà dei contadini per i rifornimenti,
i rifugi, le informazioni, ma, soprattutto, per il silenzio,
al punto che il comandante del presidio militare in Terra
d'Otranto, Marchetti, dichiarò alla commissione parlamentare
di inchiesta sul brigantaggio di non aver mai ottenuto
informazioni, neppure dietro pagamento, e di aver sempre
incontrato i briganti per puro caso.
Nell'agosto
del '62 vi fu un raduno nel bosco di Pianella di tutte le
maggiori bande che operavano nella zona, le quali si
coordinarono stabilmente agli ordini del capobanda Romano.
Ex sergente borbonico, il Romano fu il più autorevole tra i
briganti salentini di quel periodo.
Nel luglio del
'61 era stato a capo di un tentativo di occupazione di Gioia
del Colle, ferocemente represso dalle forze governative, e
dopo un periodo di vita in montagna e di attività minore, il
26 luglio del '62 aveva invaso Alberobello, razziando le
armi della Guardia Nazionale. Dopo il raduno di Pianella, la
banda Romano poté contare su circa 300 uomini, in gran parte
provenienti dalle file dell'esercito borbonico, e
altrettante cavalcature. Vigeva al suo interno una
disciplina abbastanza rigida, e la sua struttura fu, almeno
agli inizi, modellata su schemi militari, con una divisione
in compagnie agli ordini del Romano e dei suoi luogotenenti:
Cosimo Mazzeo, detto il Pizzichicchio, Giuseppe Laveneziana,
l'Abbate, Antonio Lo Caso, detto il Capraro, Riccardo
Colasuono detto Ciucciariello, Francesco Monaco e Giuseppe
Valente detto Nenna-Nenna, un ex sottufficiale garibaldino
renitente alla leva.
Tutti costoro
avevano alle spalle una attività brigantesca: il Laveneziana
si distinse nel taglieggiare la zona tra Ostuni, San Pietro
Vernotico e ad ovest Oria; il Capraro in quell'anno
sequestrò il liberale Giuseppe Bardoscia di Torricella, con
la richiesta di un riscatto di ventimila lire.
Fu molto importante, tuttavia, nel far fare un salto di
qualità al brigantaggio salentino, la capacità di
coordinamento di ordini e di azione che il Romano portò
nell'attività delle bande locali, anche se per un periodo di
tempo abbastanza breve. Le compagnie operavano separatamente
o riunite ai comandi di uno o più capi. Estesero la loro
azione in tutta la zona delle Murgee del tavoliere di Lecce
e giunsero a minacciare Brindisi per tentare di liberare i
detenuti nel bagno penale.
Tra il
settembre e il dicembre del '62, pare agli ordini del
Valente e del Laveneziana, la banda ebbe al suo attivo "83
reati fra omicidi, rapine, grassazioni, estorsioni,
sequestri di persona, incendi, furti di bestiame, resistenza
e tentati omicidi alla forza pubblica". Il 23 ottobre la
banda attaccò la Guardia Nazionale di Cellino San Marco e di
San Pietro Vernotico: "tre militi vennero uccisi perché
portanti Il pizzo all'italiana; nove sfregiati, secondo il
costume brigantesco, con l'asportazione di un lembo
dell'orecchio, per essere così pecore segnate". In novembre
la banda Romano attaccò Erchie, ed invase Grottaglie e
Carovigno. A Grottaglie, il 17 novembre '62, l'invasione
ebbe luogo agli ordini del Pizzichicchio: è probabile un
preciso accordo tra i briganti e i legittimisti del paese,
che erano in maggioranza nel Comune, dal momento che più di
una razzia indiscriminata l'azione sembrò una vendetta
contro alcuni esponenti liberali. Il sorteggio delle reclute
che si sarebbe dovuto svolgere di lì a due giorni, con
l'insoddisfazione che l'obbligo di leva suscitava nella
gente del Mezzogiorno, dava oltretutto ai briganti molte
probabilità di una buona accoglienza da parte del paese.
Come fu, infatti. Al grido di "Viva Francesco II, abbasso i
liberali, viva i piccinni nostri", i briganti entrarono in
Grottaglie, accolti da molti popolani guidati da alcuni
reazionari del paese, e senza alcuna resistenza da parte
della Guardia Nazionale. Dopo il solito rito iniziale di
abbattimento dello stemma sabaudo, razzia dei fucili e
liberazione dei detenuti, i briganti passarono alla
"vendetta" contro i liberali.
Il "Cittadino Leccese" del, 22
novembre riferisce di case e negozi di esponenti liberali
depredati e incendiati. L'azione, conclusasi a 1 alba, ebbe
come seguito alcuni arresti, tra cui quello del Sindaco, e
al processo ben 264 furono gli imputati, per partecipazione
diretta favoreggiamento e ricettazione. Dove però è
interessante la cronaca del "Cittadino" è nella parte
finale, in cui quasi per inciso afferma che " ... Il
funzionante sindaco ... con altri consiglieri comunali,
Guardie Nazionali e alcuni preti aveva voce di intesa con i
briganti ... ", il che spiegherebbe non solo l'accoglienza
del paese, ma anche il dileguarsi della Guardia Nazionale.
Sequenza
simile ebbe, cinque giorni dopo, l'invasione di Carovigno. I
Consigli Comunali e le Guardie Nazionali di Carovigno e
Grottaglie furono poi, probabilmente in seguito alle
connivenze riscontrate con la banda Romano, tra i molti che
furono sciolti nel quadro della epurazione delle
Municipalità e delle Guardie Nazionali dagli elementi
filoborbonici disposta dal governo Farini-Minghetti nel '63:
18 Consigli e ben 21 Guardie Nazionali nella sola Terra
d'Otranto, secondo quanto riportato da "L'opinione" del 10
maggio '63.
L'11 dicembre '63, un reparto di fanteria attaccò di
sorpresa e sconfisse duramente la banda Romano alla masseria
Monaci, presso Noci. Il sergente Romano fu costretto di
conseguenza a frazionare i suoi.
Al
sopravvenire dei rigori invernali del '62-63, il punto caldo
del brigantaggio era la zona tra il Fortore e Terra
d'Otranto. La zona pugliese era infestata non solo dalle
bande autoctone, ma anche dagli sconfinamenti delle
formidabili bande a cavallo lucane.
Dopo la sconfitta, il Romano aveva ripiegato nelle Murge di
Vallata, nel bosco della Corte. Qui, il 5 gennaio '63, la
banda fu sorpresa dalla cavalleria e dalla Guardia
Nazionale: il capo e una ventina di briganti caddero sotto
le sciabole dell'esercito, e furono trovati dei documenti
piuttosto importanti.
Con la fine
del Romano, il brigantaggio in Terra d'Otranto subì un duro
colpo e le bande locali non riuscirono più a coordinare la
loro azione. Il Capraro si rifugiò nel territorio di Ginosa;
sulla sua testa fu posta una taglia di L. 4000; catturato il
30 gennaio del '63, venne fucilato il giorno dopo a
Castellaneta.
Al Valente fu
fatale la visita ad una donna di Lecce: riconosciuto da un
"vetturale" del suo paese, Carovigno, fu arrestato nel
dicembre del '63 e scontò i lavori forzati a vita.
Maggiore resistenza ebbe la banda del Pizzichicchio, una
grossa ed agguerrita banda a cavallo. Suo rifugio, il comune
di Carosino, e suo teatro d'azione le Murge Tarantine.
La banda fu
sorpresa da Carabinieri ed Esercito nell'estate del '63 nei
pressi di Carovigno, e subì grossissime perdite tra morti ed
arrestati. Il Pizzichicchio, però riuscì a sfuggire; fece
altre azioni in tono minore, fino ai primi giorni del '64,
quando fu catturato a Martina Franca. Anche per lui la
condanna dopo il processo celebrato quello stesso anno fu la
fucilazione.
Più o meno nello stesso periodo altre piccole bande
operavano nel salentino. La più attiva fu quella di
Quintilio Venneri di Alliste, sbandato e renitente alla
leva, catturato ai primi di gennaio del '64 con i suoi
compagni in una masseria.
Il bosco di
Arneo fu rifugio di gruppi di banditi della zona circostante
e anche di briganti provenienti dal vicino circondario di
Taranto. Ippazio Gianfrda, soprannominato il Pecoraro,
capeggiò dal '61 alla fine del '63 una banda nel Capo di
Leuca. Dopo l'arresto dei compagni del Romano, il tarantino
si poteva considerare sbarazzato dal brigantaggio autoctono.
Continuavano
le incursioni delle bande lucane, della Basilicata
meridionale ed occidentale, le quali, anzi, premute
dall'intensificata azione dell'Esercito tra le Murge e il
Vulture, nell'inverno '63 / '64 si spinsero sempre più
spesso verso Terra d'Otranto. Nel gennaio del '64 briganti
lucani tentarono senza riuscirvi di occupare Palagianello.
Di lì a pochi giorni le grosse bande a cavallo di Egidione e
di Angelo Masini, provenienti dalla Basilicata, combatterono
a lungo nella zona di Castellaneta contro l'Esercito. Fu
l'attività di queste bande, probabilmente, che determinò
l'inclusione del tarantino, nel febbraio del '64, tra le
zone in "stato di brigantaggio" previste dalla legislazione
speciale. Dal '63, tuttavia, Terra d'Otranto ebbe
essenzialmente un brigantaggio "minore", anche se duraturo e
logorante, i cui protagonisti furono malfattori comuni più
che briganti veri e propri, raggruppati in numerose bande di
dimensioni assai ridotte, a cui proveniva linfa costante
dalle masse affamate e disoccupate dei contadini più poveri. |
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tratto da:
"Alliste.
Frammenti di storia locale di Antonio Pizzurro
Taviano, Grafo 7 Editrice, 1988
http://www.alliste.eu/AllistePDF/Alliste-Brigantaggio.pdf
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Quintino Ippazio
Venneri nacque ad Alliste il 20 ottobre 1836 da Leonardo e da
Raffaela Manni e la sua: condotta morale, e politica... fu
lodevole fino al 1859, epoca in cui prese parte alla leva di
quell'anno, e partì come recluta, ritornando in paese nel 1860,
come sbandato del disfatto esercito borbonico, dalla qual epoca
sino al sette aprile 1861 anche la sua condotta morale e politica
appariva buona. Però prese parte nella reazione, e stette in
carcere pressoché un'anno1.
Ritornato non si fece vedere in paese, che pochi giorni, e poscia
disparve... si assentò dal paese il mese di Ottobre del caduto
anno 1862
2.
Datosi alla
macchia, Quintino Venneri organizzò una banda di briganti, che
raggiunse la maggiore consistenza numerica nell'assalto notturno
alla guardia nazionale di Racale, quando si contarono ventiquattro
briganti. Il nucleo della banda, oltre che dal Venneri, era
formato da Vincenzo Barbaro di Villapicciotti (Alezio) detto
Pipirussu, da Borsonofrio Cantoro di Melissano, Ippazio
Ferrari di Casarano e Ippazio Gianfreda di Alezio detto
Pecoraru o Panararu. Venneri compì diverse azioni
delittuose
3,
la più grave delle quali fu senz'altro quella perpetrata nei
confronti di don Marino Manco di Melissano: motivi politici4
e rancori personali5
lo
avevano indotto a progettare la rapina, che ebbe un tragico
epilogo con l'uccisione del Manco.
Verso l'una di
notte del 25 giugno 1863 la banda del Venneri, formata da undici
briganti, si recò a Melissano e, divisasi in due gruppi, si aggirò
un po' per le vie del paese. Alle due i briganti bussarono a casa
di don Marino, dicendo di dover consegnare un plico urgente da
parte del Sottogovernatore di Gallipoli. Il sacerdote,
insospettitosi per l'ora insolita, non voleva aprire, ma vi fu
costretto perché i briganti minacciavano di sfondare la porta, che
stavano tempestando di colpi col calcio dei fucili.
Appena entrati
chiesero al sacerdote mille ducati e, non avendoli ottenuti,
incominciarono a «riprender il Manco che tutto dava ai Carabinieri
e nulla ad essi»
6.
Passarono quindi a rovistare la casa e s'impadronirono di 170
monete da dodici carlini, di due fucili «alla fulminante», di due
orologi «d'argento a cilindro uno, alla guerrigliera l'altro», di
tredici camicie, di dieci fazzoletti da donna, di tre rotoli di
polvere da sparo e di alcune forchette e cucchiai di ferro
stagnato. Non contenti, costrinsero la perpetua e lo stesso don
Marino a procurarsi altre duecento piastre, andandole a chiedere
in casa di diversi conoscenti.
Dopo che il bandito
di «bassa statura, piuttosto pieno nella persona, senza barba,
vestito alla contadina, con due pistole alla cintola»7,
cioè il Venneri, ebbe controllato il denaro, i banditi si recarono
in piazza. Qui distrussero gli stemmi dei Savoia, che sormontavano
la porta del corpo delle guardie e quella dell'ufficio delle
gabelle, e poi si allontanarono da Melissano8.
Il giorno successivo don Marino Manco denunciò l'accaduto alla
Giustizia Mandamentale di Casarano, dichiarando d'aver
riconosciuto tra i malfattori il compaesano Borsonofrio Cantoro.
Le prime indagini
risultarono infruttuose e solo dopò un mese, nella notte tra il 23
e 24 luglio, una compagnia della guardia nazionale riuscì a
rintracciare nel territorio di Racale la banda del Venneri che,
dopo uno scontro a fuoco, si diede alla fuga. Il delegato
mandamentale di P. S. di Ruffano e Ugento, che guidava la colonna
mobile, il mattino seguente si recò ad Alliste e perquisì
l'abitazione dei familiari del Venneri, sequestrando una borsa
contenente quaranta monete da dodici carlini di nuovo conio e due
di vecchio.
Di fronte alle
risposte evasive di Giuseppe, fratello di Quintino, circa la
provenienza del denaro, il delegato decise di arrestarlo e di
rinchiuderlo nel carcere di Ugento, sospettando che quel denaro
fosse una parte della somma rubata al Manco
9.
Durante l'interrogatorio svoltosi il 27 luglio, Giuseppe
giustificò la presenza del denaro affermando che era il frutto
della vendita dell'orzo, dell'avena e della paglia, oltre che del
lavoro che aveva prestato nella messe. Sostenne che non conosceva
l'ammontare preciso della somma contenuta nella borsa in quanto
era la madre che, dopo la morte del marito Leonardo, custodiva e
amministrava non solo i suoi soldi ma anche quelli degli altri
fratelli. Giuseppe fornì pure il nome di diversi allistini, che
potevano testimoniare in suo favore. Questi concordemente
sostennero di ignorare la provenienza del denaro, ma dissero di
non meravigliarsi affatto di una tal somma, dal momento che
Giuseppe poteva averne anche una maggiore «per essere un
industrioso». Neanche le persone che avevano prestato i soldi a
don Marino riconobbero come proprie le monete sequestrate in casa
del Venneri e solo il sacerdote dichiarò di riconoscerne alcune
10.
Per quanto
mancassero delle prove ben precise e le testimonianze gli fossero
state favorevoli, Giuseppe non ottenne la libertà e anzi dal
carcere di Ugento fu trasferito in quello di Lecce. Nello stesso
giorno in cui Giuseppe veniva interrogato nel carcere di Ugento,
la madre si recò nella masseria di Vitantonio Micaletto, dove
Quintino Venneri stava pranzando insieme a Barbaro, Cantora,
Gianfreda e a Giuseppe Piccinno di Supersano, detto
Mangiafarina. Non appena apprese dalla madre che il fratello
era stato arrestato: |
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il Quintino rivolto ai compagni loro disse, - Se siamo coglioni
facciamoci uccidere, se non lo siamo, corriamo in Alliste a
sollevarlo e affrontiamo la forza - e i compagni - Andiamo - si
levarono tutti e imbrandendo i fucili uscirono da quella capanna
11. |
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Mutò però subito
parere e, anziché correre ad Alliste per sollevarvi la popolazione
contro la forza pubblica, si recò a Melissano. Cosimo Venneri, che
insieme ad altri due si trovava sull'aia della masseria, nel
vederli armati e infuriati chiese dove stessero andando e Quintino
rispose: «A saziarci di sangue»12.
Altri testimoni videro sette uomini armati camminare svelti e
minacciosi ed alle due e un quarto di pomeriggio udirono
l'esplosione di due colpi d'arma da fuoco. Otto giorni dopo fu lo
stesso Quintino a riferire a Marino Cantora che: |
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L’Ippazio Ferrari essere stato il primo a sparare colpendo nel
petto don Marino, ed egli nel veder che non era morto gli assettò
un'altro colpo di fucile in faccia, per effetto del quale cadde a
terra freddato
13. |
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«Fu quindi
spogliato e sgozzato con la punta della baionetta» sostiene lo
Scozzi14,
ma a quest'oltraggioso particolare non si fa alcun cenno nel
referto dell'autopsia del cadavere
15.
Poche ore dopo l'assassinio, nella notte tra il 27 e il 28 luglio,
Venneri assalì il carcere di Ugento per liberare il fratello
Giuseppe ma, dopo uno scontro a fuoco con le forze dell'ordine, i
briganti furono costretti a ritirarsi16.
Il 29 luglio la
banda del Venneri incendiò una casa di proprietà di Raffaele
Parlati di Taviano, come reazione alla mancata estorsione tentata
quattro giorni prima ai danni di suo figlio Giovanni. Il 25 luglio
alle cinque di pomeriggio Quintino e altri sette briganti, armati
di fucili pistole e pugnali, erano infatti penetrati nel «casino»
di Giovanni Parlati, minacciando di ucciderlo se non avesse
consegnato cento piastre. Avendo constatato che Parlati non
possedeva la somma richiesta, se ne andarono dicendo che gli
avrebbero incendiato la casa. E così fecero17.
Il 13 agosto i briganti, armati di sciabole e fucili, minacciarono
«di vita» Alessandro Cimino di Racale18.
Meno di un mese dopo, il 9 settembre, Vincenzo Barbaro e Ippazio
Ferrari compirono una rapina a mano armata ai danni dei fratelli
Filippo e Giuseppe De Luca, rubando diversi oggetti per un valore
complessivo di 924,90 lire19.
Alla rapina non
prese parte il Venneri che, in quello stesso giorno, ebbe uno
scontro a fuoco con soldati e carabinieri, mentre si trovava in
compagnia di Borsonofrio Cantora, Ippazio Ferrari e Ippazio
Gianfreda. Sul far di quella sera un drappello di soldati della 13a
compagnia del 6° reggimento di fanteria, partito da Casarano alla
ricerca dei briganti, si divise in due plotoni, uno dei quali si
diresse ad Alliste e l'altro verso la campagna tra Racale e
Melissano. Giunto quest'ultimo nei pressi della vigna di
Alessandro Brigante: |
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in un subito una scarica di moschettoni... partiva da dietro una
pariete da quattro briganti, i quali nel vedersi corrisposti si
davano a precipitosa fuga. Inseguiti e raggiunti in un oliveto si
ricominciò il fuoco da ambo le parti, ed in questo conflitto il
soldato Gatto Stefano veniva ferito da una palla di archibugio20. |
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Il 29 settembre i
briganti tentarono una grassazione a mano armata nella masseria
Coloni di Ugento, rivolgendo minacce di morte alle persone che vi
lavoravano21.
Una nuova grassazione il Venneri, insieme a Ferrari, Gianfreda ed
altri, la compì il 20 ottobre nel territorio di Scorrano22.
Il 4 dicembre la guardia doganale Giovanni Truppi venne assalita
da otto briganti lungo la strada Taviano-Melissano mentre
ritornava da Gallipoli, dove aveva riscosso la quindicina per
altre due guardie doganali. I briganti, armati di fucili pistole e
pugnali, sbucarono all'improvviso da dietro una casa diroccata e
gli portarono via le 59,60 lire della quindicina, due paia di
mutande e quattro paia di calze
23.
Uno scontro a
fuoco, l'ultimo prima della cattura, avvenne il 20 dicembre presso
Casaranello tra la banda del Venneri e la guardia nazionale di
Supersano24. Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1864
la guardia nazionale di Nociglia ed i carabinieri di Poggiardo,
dopo aver circondato la masseria di Agostino Gnoni, irruppero
all'improvviso nella stalla ove dormivano i briganti: |
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i quattro masnadieri... nel vedersi sorpresi dalla forza pubblica
si levarono dai loro siti, opposero accanita resistenza alla forza
pubblica per procurarsi uno scampo. Essi però erano stati colti
all’improvvista e mancò loro il tempo di prendere e di usare le
armi, sicché tirarono colpi e morsi per svincolarsi dalle mani di
quei prodi che gli avevano afferrati
25. |
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Il solo Ferrari
riuscì a fuggire (e fors'anche il Coi), ma Quintino Venneri fu
arrestato e con lui anche Angelo Ferrara, detto Mustazza, e
Pantaleo Tremolizzo di Villapicciotti. I briganti furono dapprima
condotti nel carcere di Poggiardo e poi al S. Francesco di Lecce.
Qui vi era ancora rinchiuso il fratello di Quintino, cioè
Giuseppe, le cui condizioni di salute non erano affatto buone,
anzi peggioravano sempre di più, tanto che fu necessario
ricoverarlo nell'ospedale del carcere. Considerate le precarie
condizioni di salute del Venneri, la sera del 26 gennaio il
giudice istruttore del Tribunale Circondariale di Lecce si recò
nel carcere per interrogarlo. Alle sue domande Giuseppe rispose di
non conoscere il motivo per cui era detenuto ed affermò di non
aver subito alcun maltrattamento: «Non sono stato offeso da
alcuno, e né ho a dolermi di chicchessia». Ad ulteriori domande
del giudice egli «non ha risposto cos'alcuna, atteso lo stato
grave in cui trovasi»: due giorni dopo Giuseppe spirò nel carcere26.
Questi fu
certamente una vittima del clima di repressione di quel tempo e
forse la sua unica e vera colpa fu quella di esser fratello di
Quintino Venneri. Fu tenuto infatti in carcere senza che ci
fossero delle prove contro di lui e nonostante che tutti i
testimoni lo avessero scagionato. La stessa Giunta Municipale di
Alliste, in un attestato inviato al Tribunale di Lecce, aveva
espresso su di lui il seguente giudizio: «Per quanto all'altro
fratello Giuseppe Venneri la Giunta medesima attesta, che la di
lui condotta politica, e morale è stata sempre buona»27.
Dopo alcuni mesi
vennero arrestati, nel corso di una rapina ad Alezio, Vincenzo
Barbaro, Antonio Sansò di Villapicciotti, detto Ghetta, ed
Ippazio Ferrari. Durante il conflitto a fuoco il Barbaro ferì
quattro militi della guardia nazionale, ma venne a sua volta
gravemente ferito28.
Trascorse appena un
mese ed il 20 settembre Venneri, insieme a Sansò, evase dal
carcere di Lecce e riprese la sua attività di brigante compiendo
numerose estorsioni29.
L'azione militarmente e politicamente più significativa si svolse
nella notte tra il 25 e 26 settembre 1865
30.
Dopo aver arruolato ad Alliste, Racale e Felline diversi soldati
sbandati, ai quali aveva promesso la paga di quattro carlini al
giorno e la divisione del bottino saccheggiato nelle case dei
liberali, decise di assalire il corpo della guardia nazionale di
Racale per rifornirsi di armi.
Alla testa di
ventiquattro briganti e travestito da guardia nazionale, Quintino
Venneri bussò al corpo della guardia nazionale di Racale dicendo
di dover consegnare due detenuti. Aperta la porta, i briganti
fecero irruzione nella caserma, sequestrando i militi presenti e
cinque fucili. Costrinsero quindi uno dei militi ad accompagnarli
in casa di Cartemì, dal quale si fecero consegnare il fucile col
pretesto che lo voleva il capitano. Presero in ostaggio anche
Cartemì e si recarono in casa di altri militi, facendosi
consegnare i fucili sempre con lo stesso stratagemma. Dopo essersi
così impadroniti delle armi delle guardie di Racale, i briganti si
diressero ad Alliste, ma prima di giungervi fu loro intimato il
«chi va là?» da una pattuglia di carabinieri; ne seguì un
conflitto a fuoco ed i briganti riuscirono a dileguarsi col favore
delle tenebre. Sul terreno lasciarono un berretto da milite, una
camicia con le iniziali Q.V. (Quintino Venneri) ed otto dei dodici
fucili che, in quella stessa notte e prima ancora dell'assalto al
posto delle guardie di Racale, avevano sequestrato in casa del
Sindaco di Alliste. I carabinieri, che sospettavano di connivenza
il Maggio, da tempo lo tenevano sotto controllo e, avendo ricevuto
delle vaghe notizie sul piano dei briganti, quella notte si erano
«appiattiti» vicino alla casa del Sindaco ed avevano potuto
osservare indisturbati lo svolgersi dei fatti. Secondo il rapporto
dei carabinieri «le armi furono bonariamente consegnate» dal
Maggio, il quale sosteneva invece «essergli stato fatto con
violenza». Il Sottoprefetto accettò la versione dei carabinieri e,
ottenuta l'autorizzazione del Prefetto, arrestò il Sindaco insieme
ad altri allistini e sciolse la guardia nazionale di Alliste. Gli
avvenimenti del 26 settembre vennero considerati dal
Sottoprefetto:
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uno dei... conati della reazione, la quale nel mio
circondario fatta audace dalla mitezza del Governo, vuoi
metter ostacoli alla marcia delle cose patrie
31. |
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Alliste era
considerata dall'«opinione pubblica dei paesi circonvicini... come
il centro della reazione» che, secondo il Sottoprefetto, aveva
proprio in Leopoldo Maggio il capo politico e in Quintino Venneri
quello militare. I fautori della reazione erano presenti anche nei
paesi vicini ed i maggiori esponenti ne erano Villani a Ruffano,
Gigli a Ugento, Basurto e Vitale a Racale
32.
Alla protezione di
parte della borghesia, bisogna aggiungere quella accordata da
alcuni esponenti del clero. Sia Venneri che Barbaro ricevettero
più volte l'ospitalità del parroco di Gemini, che in chiesa
tuonava contro gli scomunicati, cioè contro i liberali, in
sintonia col comportamento del clero della diocesi di Ugento, che
in un rapporto di polizia veniva definita «covo di preti e di
frati reazionari»33.
1
briganti godevano inoltre dell'istintiva simpatia del ceto
popolare, agli occhi del quale apparivano spesso sotto la luce dei
giustizieri34.
Né questa deve esser considerata una ricostruzione artatamente
romanticheggiante, perché uno dei capi d'accusa rivolto a Quintino
Venneri fu proprio quello d'aver organizzato una:
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banda armata ad oggetto di portare la devastazione, la
distruzione ed il saccheggio in più comuni contro una classe
di persone
35. |
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L'imputazione
principale rivolta a Venneri, sin dal processo del 17 gennaio
1864, era però di natura prettamente politica e cioè di
insurrezione e lotta armata contro lo Stato. L'accusa era infatti
di: |
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Banda armata diretta a perpetrare la strage ed il saccheggio
per cambiare, e distruggere la forma del governo, ed
invitare i regnicoli ad armarsi contro i poteri dello Stato36. |
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La latitanza del
Venneri durò meno di due anni37;
venne infatti ucciso il 24 luglio 1866 in un conflitto a fuoco con
le forze dell'ordine. Il suo cadavere, posto su di un carro, fu
fatto sfilare per le vie del paese e poi esposto in piazza come
macabro monito per gli abitanti38.
Queste ultime notizie le ho desunte dalla tradizione orale ma non
compaiono negli atti del processo, dove laconicamente il pubblico
ministero presso la Corte d'Appello di Trani il 6 settembre 1866
chiese che «la Corte, sezione degli appelli correzionali, dichiari
estinta l'azione penale per la morte del Venneri»
39. |
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Note:
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Per un iniziale
approfondimento della questione del brigantaggio, oltre ai
testi già citati, cfr. E. M. CAPECELATRO - A. CARLO,
Contro la «Questione Meridionale», Roma, Samonà e Savelli,
1972; M. R. CUTRUFELLI, L'Unità d'Italia, guerra contadina e
nascita del sottosviluppo nel Sud, Verona, Bertani, 1974; A.
DE JACO, // brigantaggio meridionale, Roma, Ed.
Riuniti, 1969; A. LUCARELLI, // brigantaggio politico del
Mezzogiorno d'Italia dopo la seconda restaurazione borbonica
(1815-1818) e il brigantaggio politico delle Puglie dopo il 1860,
Milano, Longanesi, 1982; F. MOLFESE, Storia del
brigantaggio dopo l'Unità, Milano, Feltrinelli, 1976; T. PEDIO,
Brigantaggio e questione meridionale, Bari, Ed. Levante,
1982. |
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Qui conobbe,
divenendone amante, Maria Boccardi di Matino, che si trovava in
carcere per aver preso parte ai fatti del 7 aprile; cfr. D. DE
ROSSI, Sette segrete cit, p. 163.
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A.S.L.,
Corte di Assise di Lecce, Processi Politici, proc. 331
(contro Quintino Venneri), pac. 69, b. XXXIII, «Estratto di
nascita di Quintino Venneri» (f. 6) e «Attestato della Giunta
Municipale di Alliste, 18 settembre 1863» (ff. 9-10).
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A.S.L.,
Carte di Polizia, fase. XXIX, a. 1861 e fase. IV, a. 1862,
intestati a Quintino Venneri; A.S.L., Fascicoli della
Sottoprefettura di Gallipoli, a. 1861.
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«Opinione comune
era, invece, che il sacerdote don Marino Manco avesse
tendenze favorevoli al nuovo regime»; cfr. Q. SCOZZI, Un
paese del Sud - Melissano, E. T., Matino, 1981, p. 72. «11
movente politico del furto e dell'assassinio venne confermato
anche dall'interrogatorio di Borsonofrio Cantoro: 7/ motivo per
cui si volle rubare al mio paesano don Marino Manco, e poi ancora
ucciderlo - affermava il brigante - fu appunto perché era un
nemico: non prendemmo denaro dall'arciprete e da don Vincenzo
Manco appunto per detta ragione'»; cfr. F. SCOZZI, op. cit.,
p. 45 s.
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Ippazio De
Virgilio, nella deposizione durante il processo per
l'omicidio di don Marino, affermò d'aver incontrato in
campagna Borsonofrio
Cantoro che, comunicandogli di aver appena partecipato
all'assassinio del sacerdote, gli disse: «Ce l'avevo da tempo
perché prima di andare soldato io amoreggiavo con una giovane
di Melissano e don Marino vedendomi ricevuto in quella casa mi
discacciò»; cfr. Q. SCOZZI, op. cit., p. 84.
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A.S.L.,
Corte di Assise di Lecce, Processi Politici, proc. 331, pac.
68, b. Il, f. 1 r.. «Riassunto del procedimento n. 1689».
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A.S.L., op. cit., proc. 331, pac. 68, b. II, f. 4 t.
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A.S.L., op. cit., proc. 331, pac. 68, b. II, ff. 1 t
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A.S.L., op. cit., proc.
331,
pac. 68, b. II, ff. 1 t e 5 r.
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proc. 331, pac.
68, t>. li, ». l t. e 3 r.
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proc.
331, pac. 68, b. II, ff. 1 t., 2 r. e 5 r
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A.S.L., op. cit., proc.
331,
pac. 68, b. Vili; S. PANAREO, «Reazione e brigantaggio nel Salento
dopo il 1860», Rinascenza Salentina, IX, 1943, p.
179.
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