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Introduzione |
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I Messapi erano gli abitanti della parte meridionale della
Iapigia (Puglia) distinti dai
Peuceti
(terra di Bari) dai
Dauni
(terra di Foggia) e riconosciuti con il nome di Salentini.
Non si sa bene da dove derivi il loro nome. Si pensa
significhi "popolo tra due mari"
perché si erano stabiliti nella zona a sud della Puglia, tra
il Mar Adriatico e quello Ionico, e perché nel loro nome si
avverte la presenza del suono "ap", come anche in
Iapigi
e
Apuli,
che vuol dire "acqua". Si pensa anche voglia dire "domatori
di cavalli" (equorum domitores, come li definisce Virgilio);
infatti allevavano i cavalli.
Erodoto li ricorda come una popolazione unitaria e compatta
etnicamente e culturalmente; in un passo della sua opera, i
Messapi sono definiti discendenti dei
Cretesi,
che si spinsero sulle coste del Salento, si mescolarono alle
popolazioni già presenti, fondando così le prime città e
portando usi e costumi che distinsero i Salentini dalle
altre popolazioni.
Secondo gli storici moderni, invece, i Messapi erano di
stirpe illirica, come
farebbero pensare gli etnici, i nomi geografici, le glosse e
la lingua delle iscrizioni messapiche, rinvenuti in Puglia.
Essi sarebbero arrivati a Otranto intorno al 1000 a.C., in
quanto punto più vicino all’Albania, e poi sarebbero scesi
fino a S. Maria di Leuca e risaliti fino a
Taranto
. Questo deriva da testimonianze storiche considerate valide
perché gli autori antichi parlano di alcuni viaggi così
effettuati. Anche Virgilio nell’Eneide, parlando delle
peregrinazioni di Enea, fa riferimento ad un viaggio con un
itinerario simile.
Gli storici antichi assegnavano ai Messapi tutta la penisola
da Brindisi e da Taranto fino al capo di S. Maria di Leuca,
come testimoniano i ritrovamenti linguistici. La lingua
messapica ci è nota da un numero considerevole di iscrizioni
pubbliche, funerarie, votive, numismatiche, rinvenute in
Puglia soprattutto nel Salento, redatte in alfabeto
messapico, che è quello greco di
Taranto
. Si tratta di una lingua indoeuropea che rientra nel gruppo
delle lingue cosiddette "satem", cioè le indoeuropee
centro-orientali, presentando un’affinità con l’odierno
albanese. Comunque della lingua messapica non si sa molto, o
meglio, si sa leggerla ma non si sa capirla perché i
simboli, simili a quelli dell’alfabeto greco, formano parole
di cui non si conosce il significato.
Da non molto tempo, in occasione della revisione delle conoscenze circa i popoli che, nei secoli che precedettero la nascita di Roma,
hanno abitato la penisola Italiana ed il Salento in particolare, si è cominciato
a parlare dei Messapi o, per meglio dire, della "Sfinge Messapica", in
quanto si tratta di un popolo che fa arrovellare le menti degli studiosi che sono ancora
alla ricerca delle loro sicure origini ed identità:"Nessuno sa nulla dei Messapi
e quel poco che noi conosciamo è così esile e scarno da assomigliare
praticamente al nulla." Sono parole di Oronzo Parlangeli, che dedicò larga parte
dei suoi studi a questo misterioso popolo; da qui il paragone con la Sfinge od, osando un po',
con gli Etruschi. Si sa difatti che, come gli Etruschi, era un popolo fiero e
portatore di una propria autonoma civiltà ma, all'arrivo dei Romani, non seppe
reggere l'urto di questi ultimi nuovi arrivati e, perciò, lentamente sparì.
Per iniziare a fare un po' di luce, bisogna partire da una semplice constatazione geografica: il Salento è la
regione più a est d'Italia (per la precisione capo d'Otranto ne è il punto più a
est), questa particolarità geografica ne ha ovviamente condizionato la storia.
Il Salento è, difatti, testa di ponte da millenni fra l'Oriente e l'Occidente e
viceversa, ed è stato interessato da tutti i popoli che si sono mossi nell'area
del bacino del mediterraneo.
L'origine dei Messapi si potrebbe datare attorno al XIII-XII
sec. a.C. quando gruppi provenienti dall'Illiria, una regione oggi poco a nord
dell'attuale Albania, si stanziarono nella penisola Salentina, mescolandosi
con le popolazioni paleo-meridionali, dette anche ausoniche. La storia racconta
che gli invasori furono guidati da Japyge, Dauno e Peucezio. I seguaci di Dauno
si insediarono nell'attuale foggiano, le genti di Peucezio si stanziarono nel
territorio barese, il gruppo guidato da Japyge occupò, infine, le sedi
meridionali della Puglia, stabilendosi nell'attuale territorio delle province di
Lecce, Brindisi e Taranto. Japygia, alla fine, si chiamerà tutta la Puglia
fino alla totale conquista romana ( 269-267 a. C. ), quando poi muterà il
nome in Calabria. Quasi contemporaneamente agli Illiri si mossero verso questa
terra anche i Greci, quasi sicuramente di provenienza cretese. Le fonti
letterarie dell'antichità non si rivelano sempre attendibili al proposito, data
la loro natura mitizzante delle informazioni storiche. Non sarebbe del tutto
leggendario, però, il noto episodio di Erodoto secondo il quale Cretesi-Micenei,
di ritorno dalla Sicilia, furono gettati da una tempesta in Japygia e, non
avendo più possibilità di tornare a casa, vi rimasero e si trasformarono in
Jàpygi-Messapi. Il poeta Virgilio invece, narra dell'eroe Idomeneo che, cacciato
dalla propria patria, Licto, nell'isola di Creta, durante le sue peregrinazioni,
in greco salo, riunì ed amalgamò profughi di diversa stirpe, i quali poi
si fusero e si assimilarono con i Messapi, cioè i "popoli tra i due mari".
La Japygia, che sorse come unità statale nel 1280 a. C.,
estese in seguito la sua influenza nel Salento e su tutti i territori
dell'odierna Puglia, costituendo una federazione di nazioni e stati con i
Salentini, i Peucezi ed i Dauni. Soltanto la dorica Taranto, a stento, riuscì a
conservare la propria egemonia politico-culturale nella regione opponendosi con
le armi, ma invano Taranto cercò di assoggettare i Messapi: i Tarantini,
imbattibili sul mare, dovettero soccombere a terra contro i Messapi, abili
domatori di cavalli. La cavalleria messapica era celerissima negli spostamenti e
dell'imbattibilità dei cavalieri messapici si accorsero anche i Romani allorché
li vollero al loro fianco nella seconda ( 326-304 a. C. ) e terza (298-290 a. C.
) guerra sannitica. I Messapi, fieri della propria civiltà e della loro potenza
militare, erano laboriosissimi e coltivavano l'arte, pur non raggiungendo gli
altissimi livelli dell'arte greca. Curavano inoltre le industrie, il commercio,
la pastorizia e l'agricoltura, su tutto, comunque, primeggiava l'arte della
guerra. Ammirarono molto la cultura ellenica che cercarono di imitare e che li
influenzò profondamente nell'arte, nella religione e nei costumi, favoriti
sicuramente dalla frequenza degli scambi commerciali con le colonie greche. Un
aspetto importante della vita messapica è emerso dagli scavi di Vaste, Oria e S.
Pancrazio dove, in vasi di bronzo, sono state ritrovate monete d'argento. Negli
anni sessanta e settanta sono venute alla luce epigrafi a Lecce, Ugento, Oria e
nella grotta di Roca vecchia. Nonostante ciò, non si può parlare di una lingua
messapica autonoma, l'influenza della lingua greca anche in questo settore fu
dominante, essa infatti non ebbe seguito in quanto non lasciò testimonianza
letterarie. Circa l'abbigliamento, le donne usavano indossare, per lo più, una
lunga tunica fermata da fibule di rame, di bronzo o di metallo nobile a seconda
delle condizioni sociali. Largo uso si faceva di unguenti e profumi contenuti in
unguentari fittili o di pasta di vetro dorato. Non mancavano, altresì, di
adornarsi di anelli, spilloni ed armille, la trozzella era lo strumento di
corredo più caro alle donne come le armi per l'uomo. Inoltre i ceti più
benestanti usavano sulle loro mense utensili d'oro e d'argento, non pochi
esemplari sono venuti alla luce.
Ma Roma non amava le città concorrenti della sua potenza. Tra
il 269 ed il 267 a. C., in seguito alla guerra tra i confederati
messapo-salentini, Taranto e Pirro contro l'Urbe, si compì la conquista romana
del Salento, dove si parlavano il messapo ed i vari dialetti magno-greci che nel
corso di sette secoli di dominazione latina vennero completamente spazzati via.
Roma legava a sé tutte le genti sottomesse con patti giuridici ed accordi, ma le
città messapiche erano cadute in uno stato di crisi economica e demografica. Il
loro stato di esasperazione si rivelò durante le guerre puniche: i centri
messapici passarono senza esitazione dalla parte di Annibale, Roma non perdonò
mai quest'azione. Le proprietà delle genti del Salento furono
confiscate ed assegnate al territorio demaniale, al vecchio lotto si sostituì il
latifondo a lavoro schiavile, la penisola si ripopolò, ma le città messapiche
avevano perso per sempre il loro ruolo di protagoniste.
Del misterioso popolo dei Messapi, fieri della loro civiltà e
della loro potenza militare, nel Salento rimangono mura isodome, stazioni
archeologiche e nella stessa città di Lecce, di tanto in tanto, emergono durante
scavi occasionali, tombe, iscrizioni, corredi funerari messapici di cui qualche
reperto si può ammirare nel museo "S. Castromediano", mentre la stragrande
maggioranza della suppellettile funeraria è custodita dal Museo Nazionale di
Taranto.
Molti paesi della provincia di Lecce devono le loro origini a questo
popolo antichissimo: Alezio,
Soleto,
Vaste, Rocavecchia,
Patù,
Cavallino,
Ugento,
Gallipoli e la stessa
Lecce, inizialmente
subordinata al più importante centro di Rudiae ( nacque a Rudiae nel 239 a. C.
Quinto Ennio, poeta insigne di Roma, fiero dell'acquistata cittadinanza romana,
ma pure orgoglioso delle proprie radici messapo-rudine),
sono solo alcune delle tante città Messapiche del Salento.
Tuttavia esistono anche vere e proprie "città morte", fondate dai Messapi. Una di queste è Vereto, o, per lo meno, quello
che resta di un antico insediamento messapico. Situata nel sud del
Salento, pare che sia stata conosciuta, nell'antichità,
anche con il nome di "Iria", città fondata da un gruppo di
Cretesi. A questo punto, però, la storia si confonde
con la leggenda, già ricordata sopra, di Idomeneo che, lasciata la sua isola per
combattere nella guerra di Troia, tornato a casa, si trovò spodestato. Raccolto un gruppo di fedelissimi, riprese il
mare e navigò sino a giungere ad una nuova terra ospitale. Sbarcò, sempre secondo la leggenda, in una magnifica baia
dove, su un isolotto in prossimità della costa fondò quella che sarebbe stata chiamata la "città Bella":
Gallipoli.
Da
Gallipoli il prode Idomeneo partì alla scoperta della terra di cui si accingeva a prendere possesso e, più a nord fondò
un nuovo villaggio: era il primo nucleo di quella che sarebbe stata, tremila anni dopo, la moderna Lecce. Mancavano, più
o meno, mille anni alla nascita di Gesù Cristo e circa quattrocento per la fondazione di Roma.
Della antica civiltà dei Messapi esistono, ancora oggi, incuranti del rigore del tempo, tracce delle mura che questi antichi
abitanti solevano costruire attorno alle loro città; purtroppo, queste grandi costruzioni servirono, durante i secoli bui del Medio
Evo, da vere e proprie cave di pietra per erigere altre costruzioni. E, siccome le pietre usate dai Messapi solevano essere ben squadrate
e di grosse dimensioni, non é difficile riconoscerle come facenti parte di altre costruzioni di origine, sicuramente, più
recente.
Un'altra caratteristica dei Messapi: essi prediligevano erigere le proprie cittadine in cima ad una collina, da cui potevano, con facilità
controllare le vallate sottostanti; tipico esempio sono
Ugento,
Alezio e, in provincia di Brindisi, Ceglie Messapica e, ormai inesistente, l'antica
Vereto,
nei pressi di Patù.
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Cenni storici |
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Popolo
combattivo e indipendente, i Messapi si scontrarono con i
Tarentini (in continua espansione verso l’interno),
riportando su di loro una vittoria nel 473. Pochi decenni
dopo, durante la guerra del Peloponneso, il principe
messapico Artas prestò aiuto agli Ateniesi contro Siracusa
(413). Dal 343 al 338 i Messapi si imbatterono con successo
contro il re spartano Archidamo III, accorso in aiuto di
Taranto
; vennero quindi sconfitti da Alessandro d’Epiro,
intervenuto in appoggio alla città greca. Alleati di Roma
nella prima e nella seconda guerra sannitica, i Messapi si
staccarono in parte da essa durante la terza guerra, si
schierarono al fianco di Pirro nella lotta dei
Tarantini
contro Roma : ma furono sconfitti nel 280 a.C. e sottomessi
nel 267 -266. Mai del tutto assimilati alla civiltà romana,
durante la seconda guerra punica essi si ribellarono
(213-212 a.C.); in seguito, nel 90 a.C., parteciparono alla
"guerra sociale".
Tra i centri abitati sono da ricordare Canosa, Ruvo, Ceglie,
Brindisi, Oria, Rudiae, Conversano, Francavilla, Manduria,
Roca, Otranto, Soleto, Ugento, Lecce, Ostuni, Alezio, Muro
Leccese, Gallipoli, Patù, Vitigliano, Cavallino e Vaste. |
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La Civiltà |
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La
civiltà messapica è caratterizzata da una nuova ceramica
attestata da reperti simili alle ceramiche micenee, ma
appartenenti a gruppi che non trovano riscontro esatto nelle
scoperte del Bacino dell’Egeo; è una speciale ceramica a
ornamenti geometrici con forme singolari di vasi detti "TROZZELLE",
ad alti manici, e anfore a collo largo.
I Messapi coltivavano l’ulivo, la vite; si dedicavano alla
pastorizia, all’allevamento dei cani, all’apicoltura e
particolarmente sviluppato era l’allevamento dei cavalli.
Infatti intorno al 500 a.C. i Tarentini si rivolsero ad un
artista peloponnesiaco, Agelada di Argo, per innalzare a
Delfi il donario commemorativo di una vittoria sui Messapi
che rappresentava la preda tratta dal popolo vinto, e cioè
donne e cavalli.

Inoltre essi indossavano una veste lunga che si stringeva ai
lembi con un cappuccio, usavano sandali; le donne mettevano
lunghe tuniche e si ornavano il capo con una corona, come si
evince dai vasi istoriati.
Sembrano,
queste, tutte espressioni di amore per la vita, di
imperturbabilità di fronte all’evento misterioso della
morte; la stessa presenza dei sepolcri dentro le mura
cittadine è la manifestazione più autentica di tale
sentimento di serenità della creatura terrena nei confronti
dell’aldilà.
Le tombe, che dimostrano sempre il rito a inumazione, nel
periodo più antico hanno la forma di tumuli di pietra, più
tardi si hanno ipogei. Molto probabilmente nel modo di
seppellire i defunti essi sono stati influenzati dai Greci;
infatti da altri scavi si è saputo che usavano seppellire i
morti in tombe di pietra con delle steli e mettevano in
bocca al defunto una moneta (usanza di origine greca).
I reperti dimostrano, infine, che i Messapi subirono
l'influenza greca anche per ciò che attiene alla religione,
come rivelano i nomi di divinità messapiche che richiamano
alcune tra le più importanti dell'Olimpo greco. Ma abbiamo
testimonianza dell'esistenza di dei propri dei Messapi.
Cosimo Pagliara ha studiato le iscrizioni nelle grotte di
Torre dell’Orso e in quella di Roca, denominata "La Poesia",
e ci ha comunicato i nomi di alcune divinità messapiche come
Tator o Taotor, una delle
più importanti di questa zona. Un altro esempio è Giove
Batio venerato nei rovi da cui deriva il nome Batio (che
significa appunto rovi). È in realtà una divinità venerata
nella grotta, a volte considerata maschile e a volte
femminile, raffigurata perciò mentre allatta il figlio.
Quest’ultimo culto prevalse in età post-messapica come culto
pagano ad una divinità femminile che cresce il figlio.
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L'Organizzazione Politica
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Il popolo dei Messapi, verosimilmente, si organizzò in città
gestite da oligarchie gentilizie, unite in una
confederazione capeggiata da un re. Uno dei loro re fu Opis
e in una leggenda si narra che il primo re dei Messapi fu
Iapige.
Questo popolo in nessuna occasione ha minimamente cercato di
espandere i propri domini ai danni delle popolazioni vicine
e lontane; non ha mai pensato a guerre di conquista, ha solo
difeso fino all’ultimo respiro la terra iapigia, nella quale
da tempo immemorabile aveva stabilito la propria dimora,
dando vita a un legame sanguigno, fisico con questa terra,
organizzandosi in proprio per respingere le continue
incursioni di Taranto e di tutti gli avventurieri stranieri
chiamati in Puglia a spezzare la resistenza delle genti
indigene.
Non ebbero dunque un’indole aggressiva ed espansionistica.
In un’epoca in cui era possibile avanzare e muovere verso un
dominio che invitava alla conquista, essi rimasero là dove
si erano originariamente fissati.
Risulta probabile che non un singolo popolo abbia costituito
la nazione messapica, bensì l’apporto di elementi e di genti
di diversa provenienza, tra le quali assunsero un ruolo
prevalente gli Illiri, gli Elleni e i Fenici. |
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Le principali vie di comunicazione |
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All'interno di essa scorrevano importanti vie di
comunicazione; fra le più frequentate dai traffici erano:
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la Via Sallentina, che da Taranto portava fino al
promontorio japigio di Leuca, passando per Manduria, Nardò,
Alezio e Ugento;
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la Via Idruntina, che da Brindisi arrivava a Leuca,
passando per Cavallino e Otranto;
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la Via Brentyria (termine convenzionale composto
dall'unione dei toponimi Brentesion e Hyria) che portava a
Taranto, passando per Oria e Grottaglie.
-
La Via Acheorum, invece, era una strada più antica,
costruita dai primi visitatori achei che si avventurarono da
queste parti durante il periodo miceneo. Essa, ancora in
parte percorribile nel V secolo, seguiva un tracciato ad
ellisse che da Hydruntum (Otranto) passava per Sybar
Sallentina (Cavallino), Rhudia, Orra, Mesochoron (Grottaglie),
Taranto e continuava fino a Metaponto.
Si può immaginare, quindi, quanto la penisola salentina
fosse stata importante nel corso della storia, considerando
anche il fatto che essa era meta di mezzo (Metapia)
per i grandi traffici che seguivano la rotta a piccolo
cabotaggio verso le regioni occidentali.
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Alcuni centri messapici
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Alezio
(Alixias) |
Tra le testimonianze dell’antico popolo messapico, meritano
di essere ricordate le tombe messapiche aletine. Una di esse
è composta da venti lastroni in tufo locale (che formano un
volume complessivo di circa 10 metri cubi). Gli oggetti
recuperati al momento del ritrovamento e successivamente,
furono un’anfora vinaria, cinque unguentari fusiformi, una
lucerna, frammenti di ferro uniti da forte ossidazione, una
moneta ridotta pressoché in polvere e dei chiodi. Nella
piazza principale, infine, fa spicco una tomba monumentale
con iscrizioni in lingua messapica. |
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CASTRA
MINERVAE
(Castro) |
Secondo la
tradizione, Castro sarebbe stata fondata dai Cretesi o dai
Greci. Fu greca e poi romana con il probabile nome di
Castra Minervae. In epoca medioevale divenne un centro
fiorente nei commerci e nelle industrie, tanto da essere
sede vescovile dal 1179, epoca in cui abbandonò la
giurisdizione della Chiesa di Bisanzio, edificando una
cattedrale dedicata all'Annunziata, attuale patrona
cittadina. Sotto i Normanni divenne contea; nel '500 era
rinomata come piazzaforte capace di resistere ai continui
assalti dei pirati. Nel 1537 però fu annientata dall'armata
ottomana di Ariadeno Barbarossa, tanto da costringere il
vescovo a trasferire la sede nel comune di Poggiardo.
Decadde fino a ridursi ad un villaggio di pescatori. Dalla
fine dell'Ottocento, con la scoperta delle Grotte marine, è
oggetto di studi di archeologia marina e importante sito di
interesse turistico-culturale di valore internazionale. |
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Cavallino
(Sybar Sallentina) |
Il sito di Cavallino è assai interessante perché mostra un
insediamento messapico che ha conservato integra la sua
omogeneità sociale, culturale ed armonica già nell’VIII
sec.; nel VI sec. a.C. si mostra già urbanisticamente
sistemato. Verso la fine del VI sec. a.C., per difendersi
dalle minacce e dai propositi bellicosi dei Tarentini, i
Messapi di Cavallino decidono di approntare intorno alla
città una solida e valida cinta muraria e scavare un fossato
per tutta la lunghezza del perimetro cittadino. Con gli
scavi sono venuti alla luce molti oggetti: accette litiche
levigate di roccia filoniana grigia, aghi lunghi e sottili
di osso, chiodi e fibule di ferro. Altri oggetti personali
erano quelli usati come elementi di collana e bracciali:
fuseruole e valve forate; oggetti per giochi fanciulleschi
erano le palline e le rondelle di terracotta. È stata
trovata, anche, una piramidetta con incisa una dedica ad una
divinità femminile: Arzeria. Nelle poche tombe sono state
rinvenute borchie e collane di bronzo, vasellini di
terracotta, bellissimi vasi, armi di selce, figurine di
bronzo, una civetta di bronzo e grande abbondanza di monete.
Le tombe per adulti erano a cassa rettangolare, uniformi
come dimensioni, scavate nella roccia affiorante, coperte da
lastroni di pietra leccese ed erano poco profonde.
Interessante il modo in cui seppellivano i bambini: agli
angoli dell’abitazione, i corpi venivano sistemati in
posizione rannicchiata dentro un pithos ovoidale oppure
dentro un cratere di produzione locale, decorate a fasce o a
motivi geometrici.
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Ceglie Messapica |
Attorno all’abitato di Ceglie è dato riconoscere, da
un’indagine recente, tre cinte murarie di età messapica,
ancora oggi in parte visibili; il circuito più stretto e più
antico è composto da blocchi megalitici sistemati a secco,
che spesso integrano la roccia a tratti affiorante. Le altre
due cinte murarie, a brevissima distanza l’una dall’altra e
collegate tra loro dai muri a secco e camminamenti,
comprendono un territorio molto più vasto del centro abitato
antico, per consentire il foraggiamento della città
nell’eventualità non remota di un assedio; è stata
individuata una porta della città messapica con una torre e
un camminamento esterno dell’altezza di circa 4 metri.
Esiste anche una quarta cinta muraria con Specchie dalle
evidenti funzioni difensive e avvistatrici. Per la
cronologia di questo sistema difensivo bisogna ricorrere ad
argomentazioni di carattere storico che portino alla
giustificazione di questo sistema così complesso attorno
all’abitato di Ceglie. Il centro rappresentava anticamente,
insieme con Oria, Manduria e Carovigno, il primo ostacolo
contro cui si sarebbe trovata ad urtare Taranto, città
greca, protesa in una espansione verso l’interno; la prima
notizia storica che noi abbiamo dei Messapi consiste nel
passo di Erodoto VII, 170 relativo alla battaglia tra
Messapi da una parte e Tarentini e Reggini dall’altra.
Questa battaglia di cui Erodoto parla come della più grave
sconfitta subita dal popolo greco, avvenne nel primo
trentennio del V sec. a.C. In tempi di relativa calma poteva
essere ben sufficiente alla città messapica la cinta più
stretta e più vicina al centro abitato; ma quando i rapporti
con Taranto si fanno più tesi, soprattutto quando Carbinia
nel 473 viene assediata, e Taranto grava minacciosa anche su
Ceglie, allora gli abitanti organizzano un sistema difensivo
che comprende le varie cinte murarie e le Specchie, il tutto
collocabile cronologicamente in un periodo che abbraccia V e
IV sec. a.C.
Le testimonianze archeologiche più rilevanti consistono in
corredi tombali di V, IV e III sec. a.C. conservati nei
musei di Taranto, Brindisi, Egnazia
e Lecce; notevoli 37 iscrizioni in lingua messapica studiata
in particolare da Ribezzo, Parlangeli, Santoro.
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Gallipoli
(Anxa) |
Plinio, nel menzionare la città, si esprime col nome di "ANXA"
(termine di risonanza messapica). Tale dovette essere la
denominazione originale, dal momento che Gallipoli fu
assoggettata a Taranto, che esercitava il proprio dominio
sui maggiori centri e porti della Messapia.
In un sito
già frequentato in epoca preistorica e importante per i
collegamenti fra Taranto e Leuca, fu fondata dai Messapi col
probabile nome di Anxa, e ribattezzata nell'VIII secolo a.C.
con il nome di Callipolis (città bella) dagli Spartani, che
ebbero un ruolo decisivo nella formazione della personalità
della città, contraddistinta da un forte sentimento di
indipendenza. Fu alleata di Taras (Taranto) nella resistenza
ai Romani, dai quali tuttavia fu conquistata nel 265.
Diventò municipio e conservò autonomia amministrativa; seguì
le sorti di Taras divenuta anch'essa romana col nome di
Tarentum nel 90 a.C. Negli anni del declino dell'Impero
romano d'Occidente, subì, non senza fiera resistenza, i
saccheggi e le devastazioni dei Vandali nel 460 e degli
Ostrogoti di Totila nel 542; fu poi ricostruita e tenuta
ininterrottamente dai Bizantini vittoriosi sugli invasori -
diventando sede vescovile nel 551 - sino alla conquista dei
Normanni nel 1071. Contesa per la posizione naturalmente
notevole, capitolò - dopo lunga e strenua opposizione - agli
Svevi, prima, e agli Angioini, nel Trecento. Nel 1481
resistette all'invasione turca, ma tre anni dopo - divenuta
appetibile base di traffici commerciali - fu sottomessa dai
Veneziani, che lasciarono sul campo il loro doge Giacinto
Marcello, per appena quattro mesi. Fortificata con mura alla
fine del Quattrocento, respinse le truppe del re di Francia
Carlo VIII di Valois, che aveva sottomesso Napoli. Dalla
fine del XVI secolo diventò uno dei più importanti centri
commerciali europei, con la conseguente straordinaria
crescita di iniziative nei settori dell'arte e dell'edilizia
religiosa e civile, che durarono fino al Settecento. La
partecipazione al Risorgimento e alla vita dei primi anni
dello Stato unitario non avvenne pacificamente per la
presenza di una forte componente cittadina filo-borbonica.
Successivamente l'integrazione diede risultati positivi e la
partecipazione della città e della sua classe dirigente fu
proficua. |
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Lecce
(Rudiae) |
Anche Lecce ebbe un insediamento messapico. Poco ancora si
conosce sulle sue vere origini. Alcune scoperte recenti,
però, hanno dato interessanti conferme sull’origine
messapica; infatti, in ogni scavo praticato nella parte
meridionale della città, è venuta alla luce qualche tomba
coperta da lastroni incisi con iscrizioni messapiche e
contenente vasi di terracotta o di bronzo analoghi a quelli
rinvenuti nelle necropoli messapiche di Oria, Manduria,
Rusce, Vaste e Ugento. I reperti consistono in iscrizioni,
vasi di argilla grezzi o smaltati o figurati, giocattoli di
bimbi, idoletti in terracotta, ossa lavorate ed una piccola
statua di bronzo.
Lecce, città
barocca del nostro meridione assolato, non può non destare
sorpresa con la ricchezza architettonica dei suoi palazzi,
con la bellezza antica delle sue strade: qui tutto parla di
un passato di glorie che ancora emoziona.
Il mitico
fondatore di Lecce è Malennio, re dei Salentini, discendente
addiritura da Minosse. Il sorgere della città si fa risalire
a un secolo prima della guerra di Troia. Malennio pare abbia
dato vita anche a Rudiae, a
pochi chilometri da Lecce, patria del primo grande poeta
romano: Quinto Ennio.
Ecco,
dunque, una prima gloria della bella Lecce: meridionale,
salentino era il grande Ennio, il padre della poesia, il
maestro a cui Virgilio stesso s’ispirò per il suo dolce
verso. Centro coloniale greco di notevole importanza, passò
poi sotto la dominazione romana. I potenti conquistatori del
mondo antico che venivano dal "biondo Tevere", pensarono a
fortificarla per difenderla dagli attacchi dal mare.
Documenti
della grande civiltà romana sono l’anfiteatro romano i cui
resti sono visibili in pieno centro leccese, in piazza S.
Oronzo (d’estate queste antiche reliquie rivivono
dimenticate emozioni durante i frequenti spettacoli che si
tengono in tale cornice) e ciò che rimane dell’antico porto
Adriano, a S. Cataldo. Proprio qui, pare, sia sbarcato
Ottaviano, che da Apollonia, dopo la morte di Cesare, si
recava a Roma per esservi incoronato imperatore.
Fino al VII
secolo la regione, che oggi denominiamo Salentina, si chiamò
Calabria. Ancora prima essa ebbe altri nomi: Japygia,
Peucetia, Messapia, Salentina. Sotto i Bizantini il centro
più importante divenne Otranto: la regione, allora, divenne
Terra d’Otranto.
Questo fu
forse per Lecce il periodo più oscuro: solo i porti di
Brindisi, Taranto, Otranto e Gallipoli ebbero florida vita.
Nel 1000
Lecce rinacque sotto i Normanni; nel 1058 Roberto il
Guiscardo affidò la contea di Lecce al fratello Goffredo di
Hauteville. La città divenne sede di principi e potenti
signori e notevole centro artistico.
Anfiteatro Romano
L’anfiteatro
si trova in corrispondenza di Piazza S. Oronzo, e ne sono
state portate alla luce alcune parti, quasi la metà nel
complesso, tra il 1904 ed il 1938. La costruzione è d’età
augustea, ed è di ragguardevoli dimensioni: m 102 x 82; è
stata realizzata in parte con lo scavo del terreno, in parte
con architettura ad arcate sorrette da pilastri di tufo.
Queste
ultime sostenevano un doppio ordine di gradinate, di cui
solo quello inferiore è conservato. L’arena è ellittica, ed
era separata dalle gradinate da un alto muro guarnito di un
parapetto rivestito di un fregio in marmo con scene di
caccia ad animali feroci: il che rimanda al tipo di
spettacoli che si tenevano nell’arena.
I pezzi
superstiti del fregio sono sistemati al suolo, sotto il
parapetto; tutti gli altri materiali notevoli pertinenti al
teatro, iscrizioni latine comprese, si trovano nella
galleria scavata nella roccia che corre intorno all’arena.
Da notare, infine, che nei pressi dell’anfiteatro fu scavata
anche una necropoli preromana, che ha restituito iscrizioni
messapiche.

Teatro Romano
Scoperto nel
1929 si fa risalire al periodo augusteo.
Sono stati
portati alla luce la cavea, l'orchestra e la scaena. La
cavea è scavata in parte nel banco di roccia. La scaena era
rivestita di marmi ed il muro di fondo decorato da colonnati
e nicchie con le statue di marmo (I.II sec. d.C.) esposte
nel Museo Provinciale.
Porta Rudiae
A segnare
gli antichi limiti della cerchia cittadina leccese c’erano
quattro porte, di cui oggi ne rimangono solo tre: Porta
Napoli, che è la più antica, porta S. Biagio, porta Rudiae.
Aperta sul braccio delle mura orientali della città, porta
Rudiae e la più interessane e antica delle porte di Lecce,
quella che volgeva verso l'antica città di Rudiae, patria
del poeta latino Quinto Ennio, e da cui ha preso il nome. La
porta originale crollò verso la fine del XVII secolo ma fu
generosamente ricostruita nel 1703 da un patrizio leccese.
La porta e' costituita da un unico fornice inquadrato da
colonne che poggiano su di un alto podio e sorreggono un
fregio su cui sono collocati i busti dei mitici fondatori
della città: Licio Idomeneo, Malennio, sua figlia Euippa e
suo figlio Dauno, re delle Puglie che da lui furono
chiamate, nell’antichità, Daunia. Sotto i busto di Malennio
si legge:"Io sono il re e il fondatore della città, Malennio
figlio di Dasumno e nipote di Salo". Sotto quello di Dauno
si legge:" Io sono il re Dauno, figlio di Malennio,
illustre per il mio regno e il maneggio delle armi". Sotto
il busto di Euippa si legge:" Euippa, sorella di Dauno,
sopravvissuta al fratello, con mano di donna seppi reggere
lo scettro avuto". Sotto il busto di Idomeneo si legge:" Io
Lizio Idomeneo, col matrimonio con Euippa, ottenni la città
che mio suocero aveva fondato e la ingrandii". Questa porta
è detta anche di Sant'Oronzo perché è ad egli consacrata
come si legge sull'iscrizione posta sul fastigio del
monumento. La statua di S.Oronzo che sovrasta il fastigio è
affiancata dalle statue di S.Domenico e di Sant'Irene,
protettori minori di Lecce. Inoltrandosi verso il centro, il
barocco leccese esplode nella plasticità delle architetture,
nella grazia degli ornamenti, nella ridondante ricchezza che
rendono ancora più raffinati questi palazzi, segni di
un’antica nobiltà soprattutto di cultura.
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Manduria |
Antica capitale mess | |