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Il
presente saggio è nato dall’esigenza di fornire al lettore la
conoscenza di come si evolvono, in un determinato periodo storico,
i comportamenti sociali di una classe che per millenni ha subito
l’egemonia di altre classi.
Esso
rientra nel campo dell’"antropologia socioculturale", poiché,
prendendo in esame un campo d’indagine "fluido", si rivolge allo
studio di determinati comportamenti, degli istituti e delle
tecniche di un ceto che bramava ardentemente di emanciparsi.
Siamo
di fronte a masse di operai, un mondo disgregato, a cui la
legislazione borghese negava quasi ogni diritto, anche quello di
associarsi: una classe collocata al margine della vita politica e
culturale, esclusa dal banchetto economico e sottoposta a una dura
vessazione finanziaria ai limiti del latrocinio. Questa gente
rappresentava l’"altra umanità", la massa dei proletari urbani,
buoni da sfruttare nelle fabbriche, indispensabili da impiegare
come carne da macello nelle guerre coloniali, un’umanità diversa
in tutto, persino nel vestire, che nell’associazionismo trovò
l’unico mezzo per difendere i propri diritti.
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Le
società operaie, composte di artigiani e di operai, ma dirette da
elementi borghesi che ne facevano parte in qualità di "soci
onorari", avevano avuto prima del 1859
uno
sviluppo notevole nel Regno sardo, dove avevano potuto usufruire
della libertà di associazione concessa dallo Statuto di Carlo
Alberto. Esse si dedicavano principalmente al mutuo soccorso,
all’istruzione dei lavoratori e allo studio dei mezzi per
migliorare le condizioni di lavoro. I borghesi che le dirigevano
erano in maggioranza moderati e liberali progressisti; solo a
Genova ed in qualche altra località erano mazziniani. Comunque
erano tutti più o meno ostili al socialismo e all’idea di lotta di
classe; perciò le società operaie rimasero generalmente estranee
alle agitazioni e agli scioperi, che pure vi furono qua e là nel
decennio 1849-59 per effetto di movimenti spontanei. Inoltre la
prevalenza dei moderati mantenne le società estranee alla
politica, nonostante la pressione dei democratici in senso
contrario. Tuttavia le società operaie nel Regno sardo si
collegarono tra loro e tennero tra il ’53 e il ’59 sette
congressi, nei quali furono posti vari problemi, generali, come
quelli degli orari di lavoro e dell’istruzione obbligatoria.
Dopo
l’Unità la diffusione delle società operaie si intensificò
rapidamente in gran parte d’Italia. Secondo una statistica
relativa al 1862 già alla fine di quell’anno esistevano in Italia
445 società operaie, concentrate soprattutto nelle regioni
settentrionali e centrali; solo 30 di esse erano state fondate nel
Mezzogiorno e nelle isole. La stessa statistica dava i seguenti
dati relativi a 408 società: 121.635 soci, dei quali 10.198 donne
e 10.198 soci "onorari" (cioè benefattori o patroni politici
borghesi), e un patrimonio complessivo di 2. 715.748 lire1.
Dieci anni dopo il numero delle società era salito, secondo
alcuni a 1.146, secondo altri a 1.345; gli iscritti erano 218.822,
dei quali 20.956 donne; i soci onorari erano valutati tra l’8 e il
10% del totale; il patrimonio complessivo era di circa 10 milioni
di lire2.
Il loro numero era aumentato nel Mezzogiorno, dove, tra il ’65 e
il ’70, ne furono fondate 41.
La
maggior parte delle società continuava a dedicarsi esclusivamente
al mutuo soccorso, ma alcune avevano istituito cooperative di
consumo ed anche di produzione; mentre altre avevano più o meno
appoggiato scioperi e tendevano quindi ad anteporre la resistenza
al mutuo soccorso.
Il
distacco tra queste due attività si verificò tra il 1870 ed il
1890. Il mutualismo infatti tendeva ad uscire dalle forme
primitive di assistenza semicaritativa per assumere sempre più un
carattere previdenziale, che richiedeva calcoli complessi, mezzi
finanziari adeguati e stabilità organizzativa. Divenne pertanto
praticamente impossibile per le società che volevano continuare a
dare impulso ad esso occuparsi contemporaneamente della resistenza
e si pose d’altra parte l’esigenza dell’intervento dello Stato nel
campo della previdenza, che diede luogo, soprattutto dopo il 1880,
a continue discussioni collegate con i primi lenti e timidi passi
della legislazione sociale italiana. La resistenza invece aveva
bisogno di organismi di lotta, guidati da uomini disposti ad
affrontare rischi personali non lievi, data la severa e rigida
legislazione allora vigente e più ancora la mentalità prevalente
negli ambienti padronali e fra le autorità governative. Questi
organismi furono appunto le Società o Leghe di
resistenza, primi nuclei di movimento sindacale, per le cui
origini gli anni 1870-71 segnarono un momento molto importante3.
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A
Gallipoli, splendida città marinara, onusta di glorie patrie,
importante centro commerciale per l’olio e per il vino, sede di un
numeroso proletariato operaio composto di bottai e portuali, già
il 4 dicembre 1865 era stata fondata, ad opera dell’insigne
medico, letterato, e patriota mazziniano, Emanuele Barba, la
Società Operaia di mutuo soccorso ed Istruzione4,
della quale fu segretario perpetuo e per la quale compilò lo
Statuto ed il Regolamento che furono approvati il 25
dicembre 1866.
Lo
Statuto, elaborato dal Barba, ricalcava quello approvato
dall’undicesimo Congresso delle società operaie, riunito a Napoli
nell’ottobre ’64, ispirato sostanzialmente alle idee del Mazzini e
al quale fu dato il nome di Atto di fratellanza delle società
operaie italiani5.
Questa
Società, a Gallipoli, nei primi anni fu tenuta dai
suoi dirigenti al di fuori di ogni influenza politica: essa si
interessò, soprattutto, del miglioramento delle condizioni
economiche, dell’assistenza e dell’istruzione degli operai e delle
loro famiglie.
Il 28
novembre 1865, su proposta del Consigliere comunale Emanuele
Barba, l’Amministrazione Municipale aveva dotato il Monte dei
projetti, che provvedeva ad accogliere i bambini abbandonati e
ad assisterli, per mezzo di una balia, fino all’età di quattro
anni, dì "un servizio speciale per trovatelli", destinando alle
loro cure un medico che percepiva lo stipendio annuo di L. 2506.
Grazie
all’impegno ed alle continue sollecitazioni della Società
Operaia, il Consiglio comunale, il 25 giugno 1867, decise
l’istituzione in Gallipoli di un Monte di Pegni, con lo
scopo di venire incontro alle necessità delle classi meno abbienti
e per cercare di combattere l’usura7.
Lo Statuto organico del Monte di Pegni venne approvato dal
Consiglio comunale il 21 gennaio 18698
e dalla Prefettura di Lecce il 24 aprile 1869; Vittorio Emanuele
II lo elevò a Corpo Morale con Decreto Regio del 21 giugno
18699.
Nel
1868 fu istituito anche il Ricovero di Mendicità e di Vecchiaia10
che fu affidato alla gestione della Congregazione di Carità.
Furono
aperte Scuole serali e festive per adulti dirette da Emanuele
Barba e frequentate da centinaia di operai ed artigiani11.
Molti ragazzi di famiglie del popolo frequentarono la Scuola di
musica diretta dal maestro Michele Panico che fondò a Gallipoli
una famosa Fanfara.
Nel
1865 iniziò a funzionare anche un Asilo infantile12
che raccoglieva circa 80 bambini di famiglie povere, con lo scopo
"di sottrarre i bimbi del proletariato ed i proietti da tanti
pericoli corporali di cui ne è derivazione l’abbandono sulla
pubblica via e nel tugurio, e di mondarli dal morboso sudiciume a
cui tengono dietro per naturale conseguenza le malattie, e
massimamente a sanarli e mondarli dalla corruzione morale ed
instillare elementi di umana e sociale virtù, abito di nettezza e
d’ordine, sentimento di benevolenza al prossimo, amor di Patria,
rispetto alla Religione, riconoscenza ai benefattori, ed
inspirare, sin dalla prima età, orrore al vizio"13.
Il
Barba, nel 1868, organizzò, assieme al maestro elementare Nicola
Cataldi, nipote del defunto ed omonimo Canonico, anche una
Compagnia Filodrammatica degli operai della quale fu direttore14.
Negli
anni ’70, specie nel Mezzogiorno, si verificarono da parte delle
società operaie numerose agitazioni e proteste, spesso con
l’intervento della truppa armata, motivate dai bassi salari, dai
duri regolamenti di fabbrica, dai pesantissimi orari di lavoro,
dai balzelli comunali, dal carovita causato dal rialzo generale
dei prezzi avvenuto in quegli anni.
Pertanto l’intensificazione delle agitazioni e degli scioperi fu
in sostanza un mezzo con cui una parte almeno della classe operaia
cercò di reagire, in modo spontaneo, spesso disordinato, e quindi
inadeguato, alla politica economica della classe dominante, che
aveva determinato un peggioramento delle già dure condizioni di
vita dei lavoratori.
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Fu in
questa atmosfera di acuita tensione sociale che si attuò la svolta
ideologica in senso rivoluzionario e socialista di quella parte
del movimento operaio che era influenzato dalle correnti politiche
di sinistra.
Verso
l’inizio degli anni ’80, a Gallipoli, si guardò con attenzione da
parte delle masse operaie più colte e degli artigiani alle idee
libertarie dei seguaci di Carlo Pisacane, Giuseppe Fanelli, Carlo
Gambuzzi, Raffaele Mileti, democratici non mazziniani, fondatori
dell’associazione Libertà e giustizia che predicava
l’emancipazione del lavoro dal "servaggio sociale al dispotismo
della terra e del capitale per mezzo dell’istruzione e
dell’associazione proletaria", e che raccomandava agli operai di
non aspettare "nulla dalla provvidenza del governo, anche se fosse
repubblicano", e così pure "dai capitalisti, dai banchieri e dai
redditieri", e di convincersi che il segreto della loro redenzione
era nelle loro mani. Li incitava quindi a formare delle
associazioni non "meramente negative o passive, siccome lo sono
quelle dette di mutuo soccorso e che meglio si chiamerebbero delle
disgrazie", ma "positive ed attive", capaci di trasformarsi in
"associazioni cooperative di produzione e di credito al lavoro" e
di collegarsi tra loro15.
Così a
Gallipoli, affianco alla Società operaia di muto soccorso
‘Pensiero ed Azione’, sorsero la Società Cooperativa dei
Bottai, la Società Cooperativa di Costruzione e Produzione
(composta di falegnami, fabbri e muratori), la Società
Cooperativa dei Calzolai, la Società Democratica Artigiana,
che iniziarono ad operare di comune accordo
La
categoria dei bottai era la più numerosa e la più dinamica: nelle
numerose fabbriche di bottame esistenti in Gallipoli lavoravano,
nei periodi di prosperità economica, oltre 400 operai che
fabbricavano fusti che servivano per l’esportazione dell’olio, del
vino e, vuoti, per essere venduti in località italiane e straniere
come Spagna, Grecia e le Isole Ionie16.
Nel porto, che dava lavoro a quasi 500 facchini (bastagi),
giungevano navi da ogni parte d’Italia e d’Europa per caricare
specie l’olio che, nelle annate buone, si produceva
abbondantemente nella Penisola salentina e che era trattato da
importanti Case commerciali17.
A
partire dall’inizio degli anni Ottanta e per tutto il decennio,
nel Salento, si era verificata una grave crisi economica
determinata da una serie concomitante di fattori: la mosca olearia
e le cattive condizioni atmosferiche avevano in alcune annate
distrutto il raccolto delle olive; a ciò si deve aggiungere la
caduta dei prezzi dell’olio sui mercati internazionali. Si era
anche verificato un ristagno dell’esportazione del vino da taglio
verso la Francia che cessò completamente di importare il nostro
prodotto nel 1888 a causa della rottura dei trattati di commercio
con l’Italia.
Questa
crisi, che prostrò l’economia gallipolina, iniziò a manifestare i
suoi deleteri effetti sin dal 1882, ripercuotendosi negativamente,
in particolar modo, sull’industria di bottame, causando enorme
disagio tra la categoria di operai addetta a questa produzione che
entrò ben presto in agitazione.
La
Società Cooperativa
dei Bottai,
il 7 gennaio 1882, inviò un’urgente richiesta di lavoro,
firmata da 600 bottai ai quali si erano aggiunti numerosi facchini
del porto, al Prefetto di Lecce18.
Quest’ultimo chiese notizie al Sottoprefetto di Gallipoli che lo
informò che "i bottai erano in agitazione per le loro disagiate
condizioni economiche a causa della disoccupazione". Comunicava
che "il lavoro presso le fabbriche di botti era quasi totalmente
cessato in quanto non si producevano più botti poiché gli
importatori di olio e di vino facevano giungere nel porto di
Gallipoli fusti che si usavano per il trasporto di petrolio che
pagavano a prezzi molto bassi"; informava, inoltre, che "il
Municipio di Gallipoli non era in grado di impiegare in lavori
pubblici la numerosa manodopera disoccupata" e che "tutto ciò
stava compromettendo seriamente l’ordine pubblico", e perciò si
richiedeva "l’invio di numerosa truppa poiché oltre 300 bottai
minacciavano di sfasciare i fusti vuoti che i piroscafi sbarcavano
sulle banchine"19.
Durante il Consiglio comunale del 16 maggio 1882, i Consiglieri
democratici Antonio Franza ed Eugenio Rossi stigmatizzarono
aspramente il comportamento dell’Amministrazione Municipale,
presieduta dal Sindaco conservatore, Bonaventura Garzya, "per aver
messo in dimenticanza" gli impegni precedentemente presi "per il
miglioramento delle condizioni economiche dei lavoratori poveri,
mettendo a disposizione L.2000"20.
Il
Sindaco Garzya, durante la tornata del Consiglio Comunale del 19
giugno 1882, relazionò "sulla proposta di provvedimenti per
impedire l’estrazione dei barili di petrolio", così esprimendosi:
"[…] da qualche tempo è prevalso il sistema di esportare l’olio
d’oliva in barili coi quali viene importato il petrolio, cosicchè
la fabbricazione delle botti è andata man mano scemando e ora si
può dire quasi del tutto cessata. […]. Né il male gravissimo si
riduce soltanto a far mancare il lavoro a tante migliaia di
operai, a mettere sul lastrico tante e tante famiglie. Vi è anche
di più: il commercio del legname destinato alla costruzione delle
botti è oltre misura diminuito per conseguenza; la importazione
del ferro per cerchiare le botti è ridotta quasi a niente; e ciò
anche con danno dell’Erario Nazionale che vede scemato il dazio in
questo articolo. Gli stessi inconvenienti si verificano in Spagna.
La stessa America che esporta questi barili ne ha proibito la
reimportazione. In Italia è necessità che si adotti qualche
provvedimento che valga a salvare una delle più utili e floride
industrie: la produzione di botti".
Il
Consiglio comunale, poi, su proposta del Sindaco, "fa voti presso
le Camere del Commercio ed Arti del Regno perchè vogliano
provocare dal Governo del Re quell’espedienti che saranno creduti
più opportuni onde impedire che la importantissima industria della
fabbricazione delle botti abbia ad essere assolutamente distrutta
dalla concorrenza che viene dai barili di petrolio", suggerisce,
poi, che siano presi, dalle Autorità superiori, "provvedimenti
rigorosi atti a proibire la riesportazione dei barili usati per il
trasporto di petrolio, o di sottoporli a gravoso dazio"21.
Anche
il Sodalizio dei bottai rivolgerà la stessa richiesta al Ministero
dell’Agricoltura, Industria e Commercio che nel mese di dicembre
rispose che "il Governo non [era] in grado di adottare nessun
provvedimento, circa all’oggetto della istanza di cui si
parla[va], non p[oteva] imporre un dazio d’uscita sui barili che
[avevano] già servito all’importazione di petrolio, poiché
trattati di commercio esistenti vieta[va]no d’imporre nuovi dazi
d’uscita; tanto meno potrebbe proibire del tutto la produzione dei
barili medesimi"22.
Nel
mese di luglio la situazione si aggravò quando i bottai
disoccupati impedirono alla Casa commerciale di Vincenzo Starace
l’imbarco su di un bastimento di centinaia di botti piene di olio
poiché il commerciante non aveva aderito alla loro richiesta di
far riparare i fusti, non completamente a tenuta stagna, prima che
fossero riempiti di olio. Contemporaneamente centinaia di operai
minacciarono di sfasciare, per poi ricostruire dietro mercede, i
numerosi fusti vuoti usati per il trasporto di petrolio che
giacevano sulle banchine. Solo l’intervento della truppa impedì il
peggio.
Una
relativa calma tornò quando i rappresentanti della Società dei
bottai raggiunsero un accordo con Vincenzo Starace, "che più
sensibile ai bisogni degli operai, promise di dare 30 centesimi
per ogni barile vuoto [già usato per il trasporto di petrolio] che
giungesse a Gallipoli, bisognevole di riparazione, e 15 per ogni
barile vuoto che era già stato riparato fuori". Questo espediente
però non poteva risolvere il grave problema poiché i bottai
disoccupati avrebbero lavorato solo un giorno alla settimana:
allora, per evitare guai maggiori, intervenne l’Amministrazione
civica che impiegò la maggior parte dei disoccupati nei lavori
della costruzione della ferrovia Gallipoli-Zollino ed in altri
lavori pubblici. |
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Altre
turbolenze da parte delle Società operaie si verificarono nel
luglio del 1883 quando un gran folla di popolani impedì che la
nave Europa, di proprietà della Società di Navigazione
Adriatica, attraccasse nel porto: si era sparsa la notizia, che
poi risultò infondata, che a bordo della nave ci fosse il colera23.
Durante gli anni Ottanta aumentò il numero dei lavoratori che
aderirono alle Società operaie che potenziarono le loro strutture
modificandole profondamente e favorendo obbiettivamente sia lo
sviluppo di forme nuove di lotta di classe sia la penetrazione
della propaganda e dell’organizzazione socialista: esse
dimostrarono di aver raggiunto una buona maturità politica
adottando una linea di condotta unitaria ogni qualvolta dovettero
affrontare situazioni che riguardavano problemi inerenti il
miglioramento delle condizioni economiche delle classi
lavoratrici. Il repubblicano Ettore Eugenio Barba, figlio di
Emanuele, scriveva sullo Spartaco che "le energie giovanili
si ribellarono una buona volta ai monumentali maestri di egotismo
deleterio e depauperatore, e, liberandosi delle viscide braccia di
essi, iniziarono l’era nuova, ingaggiando le nuove battaglie
dell’ideale".
Le
Società operaie furono vicine all’Associazione democratica
elettorale, della quale era presidente Emanuele Barba, ed
appoggiarono il Partito Democratico Repubblicano nella
lotta politica contro il locale Partito Conservatore24.
Dalle
colonne del giornale gallipolino Spartaco, al quale "più
d’ogni altra cosa stava a cuore il progresso e l’avvenire dei
fratelli operai", che combatteva per l’emancipazione civile,
intellettuale ed economica delle classi diseredate, e che
sosteneva energicamente la "necessità dell’istruzione e
dell’educazione popolare, senza le quali le masse non potevano
affrancarsi dall’ignoranza e dall’abbrutimento e non sarebbe stata
possibile nessuna rivendicazione sociale"25,
il 9 novembre 1887, su sollecitazione del Circolo Repubblicano
di Napoli, che raccomandava il Patto di Fratellanza delle
Società Operaie Italiane26,
Ernesto Barba, con lo pseudonimo di Fra Barbino, si
rivolgeva "a tutti i liberali democratici, che, nella provincia di
Lecce, specialmente, ten[evano] in mano le direzioni dei vari
sodalizi operai, facendo appello al loro patriottismo e alla loro
attività, perché nel più breve tempo possibile si adoperassero a
mandare al Comitato Centrale delle Società affratellate l’adesione
di quelle Associazioni artigiane e di mutuo soccorso, che ancora
non [erano] cadute fra le reti insidiose di qualche pasciuto
borghese o di qualche larva di sagrestia. […]"27,
e agli operai, "che sudano per un pane che non basta a sfamarli e
che cadono vittime dei sagrifizi e del lavoro", additava "questo
Patto come uno dei più grandi ed efficaci mezzi per
giungere un giorno al compimento delle rivendicazioni sociali".28
L’appello del Barba non fu vano e lo prova il fatto che tutte le
Società operaie di Gallipoli delegarono Valentino de Noie ed
Ernesto Barba, redattori dello Spartaco, quali loro
rappresentanti al XVII Congresso delle Società Operaie Italiane
affratellate, tenuto a Napoli dal 20 al 24 giugno 1889.29
All’Amministrazione comunale, retta dal Sindaco Michele Perrin,
che durante la maggior parte degli anni Settanta aveva governato
onestamente, realizzando numerose opere pubbliche, era subentrata
quella guidata dal conservatore Bonaventura Garzya, che, intenta
solo a curare le proprie clientele, ed insensibile ai bisogni
delle classi popolari, continuamente travagliate dalla
disoccupazione e dalla miseria, si distinse, per tutti gli anni
Ottanta, per inefficienza, malversazione e corruzione.
Alcuni
giornali locali come il Lucifero,30
diretto da Nicola Patitari, fustigarono gli Amministratori
disonesti; quello, però, che maggiormente si distinse nell’opera
di severa censura fu, dopo l’ottobre 1887, lo Spartaco.
Dalle sue pagine il Diavolo Rosso, nella rubrica Fasti
dell’Amministrazione Comunale di Gallipoli, denunziava
continuamente lo stato disastroso delle finanze comunali e "lo
stato deplorevole in cui gli amministratori avevano ridotto il
nostro paese",31
ed invitava il Prefetto di Lecce ed il Procuratore del Re ad
allontanare e perseguire gli Amministratori disonesti "onde
salvare il paese, lungamente dimenticato, da certissima e vicina
catastrofe".32
Nell’agosto 1888, Edoardo Fiorentino, "accreditato commerciante
della nostra piazza", in una sua relazione sul commercio a
Gallipoli, così si esprimeva: "[…] lo stato attuale è
insopportabile per queste province che non hanno, né possono avere
altro cespite che l’Olivo e la Vigna", e continuava che
"nonostante ci fosse stato negli ultimi mesi un lieve incremento
per quanto riguarda[va] l’esportazione del vino, molto prodotto
restava invenduto nelle cantine, da formare la tanto lamentata
crisi vinicola, cagionata da esuberante produzione e resa più
evidente ed acuta dal cadente trattato commerciale con la
Francia". Per quanto, poi, riguardava il commercio dell’olio, che
era il principale prodotto trattato a Gallipoli e che nei secoli
aveva dato tanta prosperità a tutte le categorie di abitanti,
riferiva che "regnava sovrana la calma nel nostro caricatoio",
poiché, in special modo la Russia, che era una delle nostre
maggiori importatrici, preferiva l’olio di Gioia di Calabria che
forniva olio mangiabile di alta qualità. "Il nostro deposito
attuale – continuava il Fiorentino - si valuta circa salme 30.000.
I prezzi a Gallipoli, alla Borsa, vivono una vita stentata, si
mantengono costantemente al ribasso e le pochissime richieste e la
prospettiva di un buon raccolto li avviliscono maggiormente. Il
listino del giorno 19 corrente (agosto) segna D.23,55 salma
contanti".33
Questa
era la critica situazione economica, che continuava a produrre
disoccupazione e miseria specie tra le classi cittadine meno
abbienti, quando il Consiglio comunale, presieduto dal Sindaco
Bonaventura Garzya, nella speranza di far quadrare i conti del
bilancio comunale dissestato, deliberò all’unanimità di introdurre
"la tassa sul materiale da costruzione" per un introito di L:
25.000.34
Questo nuovo balzello colpiva gravemente le classi lavoratrici già
prostrate da anni dalla crisi economica che le aveva ridotte alla
più nera miseria. Ma proprio nel momento in cui si attendevano
disordini ed insurrezioni le Società operaie, opportunamente e
saggiamente guidate, dimostrarono il loro ottimo grado di capacità
organizzativa e la loro maturità politica.
Così
riferiva lo Spartaco: "Il Municipio di Gallipoli, in una
delle sedute ordinarie di questi giorni, ha deliberato
l’imposizione di alcune nuove tasse sul materiale da costruzione.
Appena la classe operaia ha avuto sentore di ciò è stata commossa
profondamente, e siccome avviene nelle forti sensazioni, nei
gagliardi affetti psichici, l’impressione dolorosissima ha
minacciato di manifestarsi nei modi più energici, colla violenza,
senza il previo ragionamento. Ma per quella virtuosa prudenza, per
quella intelligente serietà, che distingue i nostri laboriosi
operai, i primi sentimenti di immediata ed irragionevole reazione
sono stati strozzati da una logica, e necessariamente
apprezzabilissima, decisione di voler tentare tutte le vie che la
Legge lascia aperte prima di scendere a vie di fatto. Una
commissione di operai eletta dai compagni, costituitasi in
comitato promotore ha saputo, molto sennatamente, persuadere la
coscienza popolare e discutere in un pubblico Comizio le proprie
idee, tentare di convincere l’autorità tutoria di non permettere
l’imposizione del dannevole balzello, e stabilire la maniera di
agire in caso la loro protesta non avesse accoglienza favorevole".35
I
dirigenti locali del Partito Democratico Repubblicano, per
"non dare agio ai ciurmadori ed ai malviventi di ripetere la
vecchia frase: - che è la turbolenza (!) dei soliti caporioni
ed apostoli da strapazzo che compie una delle tante gesta
inconsulte –", si erano "astenuti dal prendere la più piccola
parte" ed avevano "lasciato ampia libertà d’azione agli operai",
adoperandosi "con tutti i loro sforzi ad ottenere la calma, a
raccomandarla, a mantenerla per il momento".
Il
Comitato operaio promotore organizzò "un pubblico meeting",
affiggendo alle cantonate della città il seguente comunicato:
"Cittadini, avendoci un gruppo di operai fatto istanza, acciocché
questa Società di Bottai si faccia promotrice di una pubblica
riunione, per discutere sulla deliberazione del Consiglio Comunale
riguardante la tassa sui materiali da costruzione, facendo
adesione insieme ad altre Società consorelle, invitiamo tutti i
cittadini e particolarmente gli operai ad intervenire nella sala
di questa Società il giorno 18 corrente alle ore 9 ant. -
Gallipoli 17 Novembre 1888. - Per la Società, il Presidente
Giuseppe Mosco" -.
Domenica, 18 novembre, risposero all’appello del Comitato un
grandissimo numero di cittadini tanto che nella grande sala delle
adunanze della Società dei Bottai si erano assiepati circa 800
operai: altrettanti sostavano lungo le scale che conducevano ai
locali e nella sottostante via.
Apertasi la seduta sotto la presidenza dell’operaio Giuseppe
Mosco, "prendono la parola diversi oratori che con stringata
parola, con felicità di concetto, con logica dimostrazione fanno
il processo della comunale Amministrazione e del balzello".
Attilio Passeri, Girolamo Rossi, Andrea Solidoro, Arturo Senape,
Luigi Arlotta, Stanislao Senape, Antonio Franza, Federico Portone
ed Eugenio Rossi stigmatizzarono l’operato della civica
Amministrazione.
L’Assemblea, infine, votò, all’unanimità, il seguente ordine del
giorno:
"Le
Società operaie, i lavoratori e i cittadini di Gallipoli, riuniti
in pubblico comizio, oggi 18 Novembre 1888;
Presa
visione del deliberato di questo Consiglio comunale, in data 29
Ottobre 1888, col quale, per rimediare allo sfacelo della finanza
del Comune, si aggravano i contribuenti di nuovi ed insopportabili
balzelli, tra cui quello sui materiali da costruzione che colpisce
più direttamente i lavoratori in questo triste periodo di crisi
economica, distruggendo totalmente quelle poche e tisiche
industrie che finora hanno dato un magro lavoro alla numerosa
classe operaia;
Considerando
che mentre il Municipio non si perita di aggravare i cittadini
di nuove ed odiose imposte per l’ammontare di oltre L. 50,000
continua pur tuttavia nell’usato pessimo sistema dello scialacquo,
facendo della finanza del Comune una Cassa di mutuo soccorso e di
sussidio a beneficio di pochi interessati alla pubblica azienda;
Considerando
che le condizioni economiche di tutta la cittadinanza sono tali da
non potere sopportare in nessuna guisa le nuove imposte;
Unanimemente protestano
contro la detta deliberazione del 29 ottobre 1888;
Invitano
l’Amministrazione a cessare una buona volta dal cennato sperpero
sostituendo al sistema dilapidatorio un sistema di amministrazione
e di finanza schiettamente democratico ed onesto, inspirato ai
principii dell’economia e della prudenza e proporzionato alle
risorse reali della città;
Invocano,
dall’autorità tutoria, specialmente dal Prefetto della provincia,
provvedimenti d’urgenza che valgano a scongiurare i disastrosi
effetti, di cui già se ne sentono purtroppo le conseguenze nella
fiera concorrenza che le nascenti industrie subiscono da altri
luoghi;
E
reclamano, specialmente nel pubblico interesse, la respinsione
di tale deliberazione e la fine di uno stato di cose che perdura
da tempo e che da un giorno all’altro aggravandosi, potrebbe
produrre serii guai al paese;
E
delibera infine inviare una Commissione36
al Prefetto della provincia per esporre verbalmente le tristi e
critiche condizioni, in cui versa questa città".
Dopo,
i componenti l’Assemblea, ordinatamente e pacificamente, giunsero
al Largo Briganti, sede della Sottoprefettura, dove la
Commissione, trovandosi in congedo il Sottoprefetto, espose al
segretario Achille Massa, il contenuto dell’ordine del giorno
approvato, e comunicò la richiesta di essere ricevuta dal Prefetto
della Provincia.
Il
giorno seguente il Prefetto Cav. Daniele Vasta s’intrattenne per
circa un’ora con la Commissione promettendo "di prendere a cuore
la questione vitalissima, cercando tutti i mezzi per provvedere e
fare giustizia".37
Nei
giorni seguenti lo Spartaco non fu avaro di lodi nei
riguardi della grande e pacifica manifestazione, quando così
scrisse: "[…]. Gli operai gallipolini che finalmente hanno
compreso dover loro stessi pensare ai casi propri, con questa
protesta, consigliata dalla legge medesima, hanno dimostrato
eloquentemente che l’ora del "redde rationem" continua a suonare e
che deve aver termine uno stato di cose deplorevole. […],
l’operaio nostro ha compreso la questione, ha visto che il nodo
gordiano non può sciogliersi che con un colpo ben dato di spada.
Ha atteso che il venefizio cancrenoso delle corruttele e
dell’immoralità delle alte sfere avesse cominciato a cariare le
ossa dell’organismo, di troppo disfatto, del nulla tenente, del
lavoratore, per dare il grido d’allarme, per dare la prima
avvisaglia, per affidarsi alla riscossa, da lungo tempo preparata,
e per molte considerazioni a stento procrastinata. […].38 |
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Ancora
agitazioni delle Leghe operaie che, la sera del 12 gennaio 1889,
assieme all’Associazione Democratica Elettorale,
organizzarono un Comizio nell’ampia sala dei Bottai per protestare
contro la politica autoritaria e militarista del Crispi: la
relazione fu tenuta da Eugenio Rossi.39
E il
redde rationem giunse, finalmente, nel 1889, quando il
Crispi, il 17 ottobre, cedendo alle continue denunzie della parte
onesta del popolo gallipolino, sciolse l’Amministrazione comunale,40
e il 10 novembre inviò a Gallipoli il Commissario Regio, Pio
Mencato.41
Nelle
elezioni amministrative per il rinnovo del Consiglio Provinciale,
che si tennero domenica 15 novembre, l’appoggio delle Società
operaie fu determinante per sconfiggere il candidato conservatore
Bonaventura Garzya e per eleggere il democratico-repubblicano
Antonio Franza che prevalse sull’avversario per 30 voti.
Era la
prima volta che il raggruppamento della Sinistra (Partito
Democratico Repubblicano) sconfiggeva i Conservatori e questo
anche grazie alla riforma della legge elettorale comunale e
provinciale che aveva ampliato il numero degli elettori,
concedendo il diritto di voto alla piccola borghesia, al colto
artigianato e ad una parte del proletariato locale.42
Il 2
dicembre, il Commissario Regio, in sede di redazione del Bilancio
di previsione per il 1890, decise l’innalzamento di tutte le
tariffe daziarie:43
dopo qualche giorno, nel Teatro Garibaldi, le Società operaie
organizzarono un Comizio "per protestare contro le nuove
gravissime imposte".
Quel
giorno il Teatro era gremito: presiedeva Santo Barba, vecchio
operaio; gli interventi più interessanti e più applauditi furono
quelli di Ernesto Barba, di Eugenio Rossi, dell’operaio Fiorentino
Spada e di Vincenzo D’Elia. Si votò un ordine del giorno che, tra
l’altro, affermava che "le nuove tasse imposte dal Regio
Commissario e le variazioni apportate al Bilancio del Comune
[erano] intollerabili con l’attività economica del paese". Si
decise anche di nominare una Commissione che, dopo aver redatto
un’esauriente e circostanziata relazione, si recasse presso il
Prefetto della Provincia per affidare "al suo senno e alla sua
giustizia l’interesse del paese".44
Le
forti proteste, "giuste, sante ed inevitabili", però, non erano
contro il Commissario, Pio Mencato, "perla di galantuomo", bensì,
come giustamente affermò Ernesto Barba, "contro i veri
responsabili dello stato deplorevolissimo in cui era ridotto il
bilancio del Comune, contro i ‘pantofagi’ ed i dilapidatori, i
quali per anni avevano fatto man bassa di tutto ed avevano
guastato e rovinato a loro bell’agio, senza curarsi mai
dell’avvenire, senza mai sentire la voce della miseria delle
classi diseredate".
I
pantofagi ed i dilapidatori che nuovamente si erano presentati
nella lista dei Conservatori, nelle elezioni amministrative
del 23 febbraio 1890, per il rinnovo del Consiglio Comunale,
furono sconfitti, grazie anche al voto dei proletari, organizzati
nelle Società operaie, dal Partito Democratico Repubblicano
che, il 9 marzo, elesse Sindaco l’avv. Stanislao Senape.45 |
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BIBLIOGRAFIA e note
1
Cfr. N. Rosselli, Mazzini e Bakunin. Dodici anni di movimento
operaio (1860-1872), nuova ed., Einaudi, Torino, 1967,
pp. 100-102.
2
Cfr. A. Cherubini, Profilo del mutuo soccorso in Italia dalle
origini al 1924, nel volume di vari autori, Per una storia
della previdenza sociale in Italia. Studi e documenti, Roma,
edito a cura dell’INPS, 1962, p.103.
3
Cfr. G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna. Lo sviluppo del
capitalismo e del movimento operaio, vol. sesto, Universale
Economica Feltrinelli, Milano, 1986, pp. 33-34.
4
Agli operai di Gallipoli, "adunatisi nel giorno 4 Dicembre 1865",
così il Barba parlò: "Fratelli Operai, confortati dagli esempi
splendidissimi di altre città italiane voi volete costituirvi in
società di mutuo soccorso ed istruzione, del cui statuto e
regolamento vi piacque commettermi la compilazione – Ebbene a
ringraziarvi per tamt’onore e fiducia vi dirò poche e franche
parole, quali si addicono a leale operaio in libera terra. A me
pare che col volervi affratellare in questa maniera mostrate di
essere capaci e degni di ogni bene, perché volete onestamente
usare dei due primi e più antichi diritti dell’uomo, che sono la
libertà e l’associazione. Io spero ancora che voi
conseguirete ogni bene, perché volete compiere i due primi doveri
dell’uomo sociale, che sono lo scambievole soccorso e l’istruzione.
Io anzi affermo che voi possedete i due maggiori beni che possono
avere quaggiù gli operai Cristiani, cioè la volontà di
perseverare nel lavoro, il quale è l’origine più santa di ogni
proprietà, la fine di ogni miseria, e il desiderio di uscir
dall’ignoranza, la quale è il più funesto retaggio delle classi
laboriose, la cagione precipua d’ogni loro sciagura – Voi dunque
potete andare alteri d’imitare in ciò l’eroe più caro d’Italia
nostra, GIUSEPPE GARIBALDI, che è il primo Cristiano ed operaio
del mondo, perché egli interpreta e professa la Religione di Gesù
Cristo con la ragione madre di verità. Non con la superstizione
fonte di menzogna, con l’amore e l’unione, non con l’odio e
l’isolamento, con la virtù e il lavoro, non col vizio e l’ignavia,
perché egli ha dimostrato col proprio esempio che Cogli operosi
è Dio, né volge il guardo / Su l’affanno del pigro e del codardo.
Quanti qui siete bottai, ebanisti, facchini, marinai, muratori,
calzolai, industriosi, vi convinceste che l’Associazione
produce e moltiplica quella forza, per la quale si ottiene più
facilmente e prontamente il morale e materiale miglioramento
vostro, dei figli e simili vostri – Consideraste che ciascun di
voi pensando e lavorando da sé solo e per sé solo senza
istruzione, senza un patrimonio e la speranza di aiuti diuturni,
può, quando meno sel pensa, essere colla propria famiglia vittima
della povertà, che sopravviene alla vecchiaia, ad una malattia, ad
una qualunque sventura – Vi persuadeste che un operaio isolato è
simile a quel sottil legno da cerchio di botte, che il braccio più
debole può rompere, ma che stretti tutti in associazione formerete
quel fascio, che nessuna forza potrà mai piegare, non che
spezzare. Se di tanto vi convinceste, vi tornerà facile
comprendere che ogni associazione deve aver le sue leggi, e che
un’Associazione operaia, per aver vita e prosperità durevoli, deve
statuir leggi accomodate alle condizioni peculiari del luogo in
cui nasce. […]. Ed è perciò che nell’accozzare questi pochi
articoli del nostro Statuto, posi mente alle peculiari nostre
bisogne, e mirai soprattutto a fermare quattro cose fondamentali,
da cui la nostra Società potesse togliere vita ed incremento
duraturi. E considerando che l’istruzione, la perseveranza nel
lavoro, il risparmio, e la temperanza sono i soli antidoti contro
il veleno che consuma lentamente la nostra classe, le leggi che
debbono rigenerarla, le fonti uniche della materiale e morale sua
ricchezza; da esse, come da quattro virtù cardinali dell’operaio,
derivai le seguenti norme del nostro patto sociale: 1. Rendere
obbligatoria la istruzione elementare e tecnica per ogni socio e
per chiunque aspira ad esserlo, ed istituire premi per quanti si
distinguono nell’apprendere più arti, e nel perfezionarne alcuna –
Perciocchè la istruzione è il primo ed esclusivo mezzo per cui la
nostra classe potrà risorgere dall’abbiettezza in cui giace,
acquistare ogni diritto politico ed amministrativo, e progredire
come tutte le altre. 2. Dichiarare decaduto da ogni dritto
ed avere verso la Società quel membro, che con pertinace assenza
negli ordinari lavori di essa, o per difetto di contribuzione, si
addimostrasse inchinevole ed abborrente da ogni fatica. 3.
Istituire una Cassa di risparmio, nella quale si versasse in
giorni designati la minima parte dell’obolo sudato. 4. Non
accogliere nel seno della Società tutti coloro che se giudicassero
indegni per condotta intemperante, ed incivile, ed espellerne quei
membri che per simili cause se ne rendessero immeritevoli".Nel
1861 lo stesso Barba aveva già fondato due Associazioni operaie.
Cosi egli si esprimeva, rivolgendosi con amarezza al suo popolo,
sul N. 1 de Il Gallo, del 12 maggio 1862, da lui diretto
con lo pseudonimo di Filodemo Alpimare: "[…] ti ricordiamo
esser già un anno da che sursero in mezzo a te due Associazioni
a scopo onesto, civi | |