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Una ricerca che tratta il sistema
tipologico abitativo di una città e che cerca di coglierne gli
aspetti storico-sociali, non può essere effettuata con le semplici
componenti della competenza e preparazione.
Tanti altri fattori insistono sulla
“buona resa” del prodotto e il tutto prescinde dalla diretta
conoscenza del territorio e dalle sue “archeologie del ricordo”,
custodite gelosamente dagli anziani del posto.
Solo così si può cercare di
individuare quella chiave di lettura che consenta al lettore di
contestualizzare la vita di un tempo attraverso queste tracce di
quotidianità che molto spesso nelle fonti mancano, ma che con
l’archeologia stiamo recuperando, cercando di cogliere quei
processi e fenomeni di lunga durata, di memoria braudeliana, che
spesso i documenti non percepiscono.
Ecco che risulta fondamentale
l’impatto storico-archeologico che ci sta restituendo questo
spaccato di “vita comune”: dagli scavi neolitici a Serra Cicora (Nardò),
agli scavi dell’età del bronzo e classica (Roca, Muro e
Cavallino), sino agli scavi di età medievale (Muro, Quattro
Macine, Apigliano), i dati emersi stanno cercando di colmare le
lacune che le fonti ci hanno lasciato, soprattutto sulle comuni
case.
Ecco quindi che lo studio di un
sistema abitativo, soprattutto se si tratta di casa a corte,
presuppone una importante conoscenza storica che spieghi
l’evoluzione e l’esigenza della spazio privato.
Partendo con la sedentarietà
dell’età neolitica, l’uomo inizia a sfruttare gli anfratti
naturali, per poi man mano diventare padrone e rivelare,
attraverso le prime dimore, la cultura abitativa. Dalle capanne
con piante a forma circolare si passa a quella di forma quadrata,
dalla capanna ad abside all’abitato di tipo protourbano d’età
classica(VI-V sec. a. C.), sino a quella involuzione attestata nel
VII secolo d. C. (ma che potrebbe essere retrodatata), che ha
portato l’uomo a tornare al vivere in capanne e, già qualche
secolo prima, alla vita “in rupe”.
Dalle evidenze archeologiche
possiamo almeno crearci qualche idea delle case e degli altri
edifici che facevano parte di un villaggio, in quanto i materiali
stessi erano deperibili. Legno e bolo sembrano essere le
componenti fondamentali del nucleo abitativo di un insediamento
dall’alto medioevo sino almeno il XIII secolo, mentre i blocchi
che notiamo nelle chiese sono state reimpiegate da monumenti
classici.
Uno sviluppo urbanistico chiaro e visibile è riscontrabile solo
nel XV secolo, sembra grazie all’apporto dei feudatari e alla
nuova fase di rifeudalizzazione. La creazione di alcuni borghi
fortificati, voluti dal feudatario ed eseguiti dal locator,
permettono di evidenziare un aspetto urbanistico pianificato, che
ha il proprio antecedente nelle bastides, e che consente al
signore di avere un controllo diretto sugli abitanti al fine della
tassazione.
Questa redistribuzione demografica porta alla scomparsa di
tantissimi casali e contestualmente alla nascita di masserie,
porta inoltre al passaggio all’agricoltura estensiva e quindi al
pendolarismo contadino.
Nella “terra”, così come sono definiti gli insediamenti
fortificati, le abitazioni così sono affiancate l’un l’altra e
presentano soltanto un piccolo orticello, essendo il nucleo
abitativo racchiuso dalle mura.
Dalle fonti sembra che la nascita delle case a corte fosse
antecedente a questo sistema di pianificazione presente in alcuni
paesi. Nella visita pastorale del 1452 del mons. De Epiphanis,
numerose risultano le case attestate con l’elemento
caratterizzante, cioè “cum curte, curtis e curticella” (tra cui
anche a Casarano, Racale, Alliste e Felline), mentre nei grandi
centri è già riscontrata la più complessa “domus palaciata” .
Uno sviluppo, quella della casa a
corte, che va di pari passo con lo sviluppo urbanistico
dell’insediamento: la differenza tra strada pubblica e spazio
privato non sempre era evidente, anzi spesso l’ambiente è
identico. Nonostante ciò, una volta varcato il portale, ci si
imbatteva in questo spazio aggregante, la corte, che ha permesso
di tramandare una cultura plurisecolare sino a quasi i nostri
giorni. Era proprio qui che i saperi atavici si tramandavano di
padre in figlio, era qui dove si lavavano gli indumenti in comune,
dove si attingeva l’acqua dall’unica cisterna.
Solo chi ha una conoscenza diretta
sul territorio e da anni analizza non solo i sistemi abitativi può
segnalare nel giusto modo questi elementi oramai scomparsi.
In questo modo si riesce a
trasmettere le sensazioni ed emozioni che chi, come l’autore,
cerca quotidianamente con le sue passioni di far conoscere, con un
filo di nostalgia, i tempi andati e cercare di sensibilizzare
sempre più i cittadini al rispetto verso i beni culturali.
Stefano
Cortese
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