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Oreste Caroppo

                  24-12-06                         

  

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"Antiche pietre"

 
MONOGRAFIE
Antichi legami tra il Salento e l’Arcipelago Maltese nell’età del bronzo.
Antichi sacrifici all’ombra dei menhir  
Influssi maltesi nei menhir del Salento.

Ricerca e analisi di petroglifi incisi sulle superfici di alcuni menhir salentini

Studi sui menhir a pilastro squadrato pugliesi e più in generale sul culto betilico

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Studi sui menhir a pilastro squadrato pugliesi

e più in generale sul culto betilico.

Studio approfondito del menhir Vicinanze I in agro di Giurdignano.

 

 

 

INDICE:

 

 

   Altri interventi:

 

 

 

M O N O G R A F I E

 

 
 

Studi sui menhir a pilastro squadrato pugliesi

e più in generale sul culto betilico.

Studio approfondito del menhir Vicinanze I in agro di Giurdignano.

 
 

Introduzione

In questo scritto presentiamo le nuove scoperte fatte nel Salento, durante lo studio del menhir Vicinanze I, in agro di Giurdignano, in provincia di Lecce.

Particolarmente degna di nota è la scoperta di un ampio petroglifo inciso sulla faccia maggiore orientale del monolite, rappresentante una semi-raggiera, presumibilmente di raggi solari. Essa individua un punto di fuoco esterno alla pietra, che ha suggerito uno studio archeoastronomico del sito; quest’ultimo ha permesso di avanzar l’ipotesi, sostenuta da numerosi riscontri, della presenza di un sistema calendariale per misurare lo scorrere del tempo.

Si è proceduto ad un’analisi attenta dell’area circostante, che ha rivelato la  interessante presenza di bacinelle e grotticelle scavate nella roccia.

Sul menhir si son individuate microcoppelle incise sulle superfici e un foro cieco, quello che abbiamo solitamente chiamato “occhio del menhir”.

 Si è discussa la “gradonatura in testa” osservata nel monolite e la presenza di bacinelle o buche scavate sulla sommità di alcune pietrefitte a pilastro  squadrato.

Lo studio delle croci incise sulla pietrafitta di Vicinanze e dei processi di cristianizzazione dei menhir, ha permesso di individuare la presenza di un antico e interessantissimo petroglifo rappresentante il menhir stesso.

Tutto il sito e l’impianto decorativo del menhir è stato sottoposto ad attento studio ed interpretazione.

Partendo da queste analisi del Vicinanze I, si son estesi risultati e considerazioni allo studio degli altri menhir pugliesi; di questi si son indagati gli aspetti magico-religiosi e funzionali.

Si è proceduto ad un fertile confronto con i monoliti e l’arte megalitica e rupestre della tradizione europea e mediterranea (Sardegna, Puglia, Liguria, Arco Alpino, Arcipelago Maltese, Grecia ecc.) e con le religioni, i sacri betili e l’arte delle civiltà orientali della “mezza luna fertile”, (Fenicia e colonie fenice, Egitto, Mesopotamia, ebrei, nabatei, arabi ecc.).

Attraverso l’analisi di molteplici dati, si è scoperta una trama sottile, archetipa, universalmente diffusa, alla quale inizio ad accennare in questi scritti, che ha permesso un approfondimento nella comprensione del pensiero religioso e guidato verso una migliore lettura del megalitismo salentino e pugliese.

Per superare i limiti della distribuzione cartacea nella divulgazione di questi studi, ho optato per una loro contemporanea divulgazione informatica.

 

Note sulla storia delle mie ricerche illustrate in questo intervento.

 

Figura 1: Menhir Vicinanze I, visto da SE.

Si noti la rientranza della pietra, nella parte superiore.

La foto risale alla seconda metà del ‘900. Ai piedi della stele si osserva la presenza di materiale lapideo informe; quest’ultimo è stato asportato negli anni successivi alla realizzazione di questa foto

 

 

 

Riporto qui alcuni dei miei studi sul megalitismo pugliese e sul menhir Vicinanze I più in particolare. Per quest’ultimo i rilievi presentati, si avvalgono dei dati e di materiale fotografico, raccolti nei giorni 7/05/2006 e 12/06/2006, nonché in altri sopralluoghi effettuati nei mesi seguenti.

 

La scoperta del singolare petroglifo a semi-raggiera, di cui diremo, risale alla prima escursione del 7 maggio. L’ipotesi del petroglifo betilico, di cui anche tratteremo, era maturata un po’ di tempo prima, durante precedenti miei studi e indagini sui megaliti di Giurdignano.

 

 

 

Nota sulla terminologia di “menhir a pilastro squadrato” adottata:

indichiamo con la notazione abbreviata “menhir a p.s.”, la tipologia di “menhir a pilastro squadrato”, diffusa in territorio pugliese e riscontrata anche nell’arcipelago maltese. Si tratta cioè di monoliti eretti verticalmente e confitti nel suolo, aventi con buona, o in prima, approssimazione, forma, generalmente per effetto di sagomatura artificiale, di parallelepipedo. Forma che può interessare completamente il menhir, o un’ampia porzione del suo fusto; quest’ultima precisazione per includere quei pochi menhir squadrati, che presentano varianti morfologiche, di solito nella parte sommitale.

Ubicazione del menhir Vicinanze I

Il menhir Vicinanze I è ubicato in agro di Giurdignano, in contrada Vicinanze, da cui trae il nome. Sorge, come diversi menhir a p.s. salentini, in corrispondenza di un incrocio, un quadrivio per la precisione.

Il vicino Mare Adriatico, dista dal sito del megalite, solo 6 km, se si considera il tratto di costa più prossimo, che ricade ad ENE, nell’insenatura di Otranto.

 

Coordinate geografiche del menhir Vicinanze I.

Latitudine:  40° 7'21.47"N

Longitudine: 18°25'27.72"E

Altezza sul livello del mare 75 m.

Storia recente del menhir Vicinanze I

Da sempre noto alle genti del luogo, il menhir Vicinanze I, ha attratto l’interesse del mondo scientifico, solo a partire dalla seconda metà del XIX secolo, quando sotto l’ influsso della fervida e scientificamente florida “atmosfera positivista”, si scoprì l’esistenza del fenomeno megalitico in terra di Puglia. É chiamato Vicinanze I per distinguerlo da un secondo menhir a p.s, che sorge nella medesima contrada.

Nel XX secolo si è provveduto ad un rinforzo della pietrafitta; probabilmente si temeva per la sua stabilità e si è pensato di intervenire ponendo un anima di metallo nel cuore della pietra nella parte centrale del suo fusto. Si realizzò, pertanto, sulle pareti maggiori centralmente ad esse, uno scasso rettangolare verticale, forse passante da lato a lato. Le sue dimensioni son di 1 m per 11 cm, ed inizia ad un altezza dal suolo di circa 1,5 m. Lo spazio interno ricolmo di cemento contiene dei perni di acciaio. Si deduce questo anche dall’osservazione di un tondino di ferro, che giunge in superficie nella parte basale dello scasso sul lato occidentale del menhir. Questo contatto diretto con l’ambiente esterno dell’anima in ferro collocata nel cemento e nel cuore della pietra, facilita l’alterazione chimica, corrosione, dell’anima stessa. Fortunatamente il colore assunto dal cemento impiegato, non differisce molto da quello della pietra.

Un intervento di restauro (?), di cui non conosco la necessità e che purtroppo ha asportato anche parte dei petroglifi presenti sulle facce maggiori del menhir, non in maniera tale però da impedire la lettura complessiva dell’impianto decorativo.

Gli interstizi alla base, tra buca e monolite, son stati riempiti con grigio cemento, presenza anacronistica e cromaticamente deturpante.

Il sito è stato ripulito dal Comune di Giurdignano, con l’uso di finanziamenti europei, nel 2004; l’area è stata recintata con una staccionata di legno, composta da tronchi grezzi  (scelta saggia del materiale impiegato, che ben si abbina all’arcaicità del luogo), e si è provveduto al rifacimento dei vicini muretti a secco. Purtroppo si è ricorso anche all’impiego di cemento, per fortuna, almeno, in maniera molto esigua. Si è arricchita l’area anche con una esteticamente discutibile segnaletica.

Descrizione del monolite Vicinanze I.

  • Forma e dimensioni, materiale in cui è realizzato, buca in cui è infisso.

Il menhir Vicinanze I, è un blocco monolitico squadrato in forma di parallelepipedo, in prima approssimazione molto regolare.

La sua sezione orizzontale, di forma rettangolare, misura circa 42 cm per 28 cm; sono queste dunque le larghezze delle facce della stele.

Ai piedi del menhir Vicinanze I, la presenza di recente cemento, rende difficoltosa la lettura della forma della buca  scavata nel banco di roccia affiorante, in cui affonda la parte basale del megalite, probabilmente si tratta di una buca rettangolare di dimensioni solo poco più grandi del monolite, e orientata grossomodo come questo.

Le superfici del bethilos son ricoperte da licheni.

É collocato in un banco roccioso affiorante di locale calcare conchiglifero (calcareniti plio-pleistoceniche), geologicamente differente dal calcare in cui è cavato il menhir, riconducibile quest’ultimo alla varietà di calcare miocenico giallo paglierino, di composizione argillo-magnesifera, noto volgarmente come “pietra leccese”, e che affiora in superficie in aree più addentrate nell’entroterra salentino. Nella stessa “pietra leccese”, sono cavati gran parte dei menhir a pilastro squadrato del Salento.

 Il monolite si innalza dal livello del suolo per circa 3,73 m.

Nei primi del ‘900, alla base, era rincalzato con grosse pietre, come ricorda lo studioso Cosimo De Giorgi nel 1916. Quelle pietre sono state asportate nel corso del ‘900, dato che di esse oggi non resta traccia, e il menhir appare normalmente confitto nel banco roccioso.

 Per le dimensioni e l’orientazione della pietrafitta ci siamo rifatti direttamente alle misurazioni effettuate da Cosimo De Giorgi, meticoloso e validissimo scienziato positivista salentino, e da lui riportate in un suo articolo, pubblicato sulla "Rivista Storica Salentina",  nel numero di nov.-dic. del 1916 e intitolato "I Menhir della Provincia di Lecce"; qui oltre  ai dati metrici, l‘orientamento, l’ubicazione del menhir Vicinanze I, il materiale di cui è costituito, e alcune osservazioni sulla presenza di massi alla base, e di una croce graffita sulla faccia ad Est,lo studioso non aggiunge null’altro.

Riportiamo per esteso la parte dell’articolo dedicata dal De Giorgi al Menhir Vicinanze I.

 

  Menhir Vicinanze, I. 

 

Dimensioni:

Altezza m. 3,73 – Facce adiacenti : 0,42 per 0,28.

Orientazione c.s. da N a S.

É di pietra leccese ed è rincalzato e orientato alla base con grosse pietre. Sulla faccia volta ad Est vi è graffita una croce.

 

In “orientazione c.s. da N a S” credo “c.s.” voglia dire “come sopra”, e in riferimento a quanto scritto dallo studioso nel suo articolo per altri menhir prima di giungere ad analizzare il menhir Vicinanze I, la frase significa “orientazione della faccia più larga da N a S”. Come si deduce dagli studi del De Giorgi, l’orientazione da lui valutata nei menhir a p.s. e a sezione orizzontale rettangolare, quella che lui dice “orientazione della faccia maggiore”, è la direzione dell’asse maggiore del rettangolo della sezione orizzontale, e non quella individuata dalla retta ortogonale alla faccia, o semiretta ortogonale alla faccia e uscente rispetto alla pietra, che si cita di solito come la direzione verso cui “guarda” o “è affacciata” o “rivolta” la faccia verticale considerata in un menhir a p.s.

 

Descrizione della parte superiore della pietrafitta Vicinanze I

  • gradonatura in testa

Nella parte superiore, gli ultimi dieci centimetri circa, si presentano rientranti  a causa di una risega, una scanalatura a gradino, che corre tutto intorno al menhir e che comporta una diminuzione dello spessore della parte sommitale. Chiamo questo particolare, che compare in alcuni menhir salentini a p.s., “gradonatura in testa”.

 

Interpretazione della gradonatura in testa del menhir Vicinanze I e considerazioni sulla morfologia sommitale del bethilos arcaico salentino

Figura 2: vista da NNW del gradone in testa al menhir. Il bordo superiore si presenta irregolare in alcuni tratti. Probabilmente, è scavata superiormente una bacinella di forma parallelepipeda a sezione rettangolare, con lato maggiore parallelo alla faccia maggiore del menhir, caratteristica comune a numerosissimi menhir integri a pilastro squadrato del circondario; il gradone da così maggiore rilevanza alla  cavità che si apre al suo interno. 

Per il momento avanziamo alcune mere ipotesi sulla funzione e sul significato della morfologia a gradone, che caratterizza la sommità di alcuni menhir salentini a pilastro squadrato.

Le proprietà meccaniche della pietra leccese e la perfezione degli squadri, che si osservano in testa al menhir Vicinanze I, permettono di affermare con certezza la natura antropica dell’intervento di scanalatura. Questa precisazione si rende necessaria perché l’azione erosiva meteorica e da abrasione meccanica, comporta nei monoliti squadrati, da molti secoli esposti direttamente agli agenti atmosferici e al contatto con uomini, mezzi umani, tronchi di alberi, arbusti ecc. un danneggiamento più consistente degli spigoli, meno resistenti, rispetto alle aree interne delle superfici; motivo per cui anche gli spigoli in testa si presentano danneggiati, spesso ancor più degli spigoli laterali. I motivi del maggior danneggiamento, che si osserva generalmente in testa, rispetto ai fianchi delle pietrefitte (fenomeno evidente nell’aspetto odierno degli antichi menhir sagomati in forma di parallelepipedo), sono:

  • l’angolo di incidenza medio della pioggia, che in testa risulta essere più ortogonale;

  • la presenza di possibili fori e bacinelle in sommità, che riducono lo spessore e dunque la  resistenza degli orli superiori;

  • le scariche elettriche di fulmini, che attratti dai menhir per l’“effetto punta”, tendono a colpire in primis la testa dei megaliti provocando l’esplosione di porzioni superiori, quando non la rottura dell’intero monolite.

Nell’ipotesi che la scanalatura in testa sia successiva all’epoca di innalzamento del menhir, si può pensare, che servisse per accogliervi ad incastro, una lastra con un incavo in corrispondenza. Si sa di lastre  poste su menhir, probabilmente per fungere da basi per poggiavi sopra, in epoca cristiana, una croce o la statua di un Santo, di Cristo o della Madonna, secondo una pratica molto diffusa nel Salento e non solo, per cristianizzare i pagani menhir, (in più rari casi, si scolpiva una croce a tutto tondo nel corpo stesso del menhir nella parte sommitale). Si è ipotizzato fosse questa l’origine di una lastra poggiata orizzontalmente sul menhir Franite in agro di Maglie, presente ancora nei primi del ‘900 (la sua descrizione e l’ipotesi sulla sua funzione si devono allo studioso Cosimo De Giorgi). Una lastra orizzontale si osserva ancora oggi sul menhir  Mensi di Giuliano, frazione di Castrignano del Capo.

Figura 3: Menhir Mensi a Giuliano, frazione di Castrignano del Capo.

Il De Giorgi nel suo articolo sopra citato, riferisce che al menhir MaterDomini, pietrafitta a p.s. di Pisignano (frazione di Vernole), fu aggiunta “in cima una lastra lapidea per collocarvi-sopra- una croce”.

Figura: 3b: Stesso elemento e con la stessa funzione pare fosse presente anche su un menhir ubicato nella piazza di  Acquarica di Lecce (frazione di Vernole), come si desume dalla foto qui presentata, che ritrae il megalite prima della sua rimozione, avvenuta sulla fine degli anni ’50.

 

Par riconoscervi sulla lastra sommitale il gambo superstite di una diruta croce lapidea.

 

 

Per ulteriori informazioni sui menhir di Vernole: http://www.pinodenuzzo.com/pietre/Vernole.htm

 

Un’altra possibile ipotesi, sempre in merito ad un’origine cristiana della scanalatura in cima, la ricaviamo dal De Giorgi.

Sull’oramai distrutto menhir di “Tafagnano”, o “de lu barone” detto, menhir a p.s. ubicato nell’agro di Lizzanello, il De Giorgi, che lo vide ancora in piedi, nel suo articolo sopra citato, descrive la presenza di croci “scolpite con l’accetta”. Vi si legge anche di una “scanalatura” “in cima”, che secondo il parere dello studioso, fu praticata quando il monolite fu convertito in colonna votiva cristiana, probabilmente, sempre secondo il De Giorgi, non solo scolpendo le croci, ma anche “sovrapponendovi” in testa “una croce lapidea”. Dalle parole dello studioso, poiché non fa qui menzione ad alcuna mensola cui collegare la scanalatura, par di dedurre che egli la interpretasse come volta a realizzare una gradonatura esteticamente funzionale ad esaltare la presenza della croce. Talvolta croci votive cristiane erano erette su strutture gradonate rappresentanti nella lettura simbologica cristiana il “Golgota” (o “Calvario” nella traduzione latina), l’altura su cui fu crocifisso, a Gerusalemme, Cristo, secondo i Vangeli; tale allora il possibile significato cristiano della risega sommitale.  

 Nel menhir Celimanna di Supersano, menhir a p.s., si osserva una lieve smussatura artificiale degli spigoli, che interessa anche gli spigoli in testa, dove conferisce una accennata forma trapezoidale alla sommità del bethilos.

Figura 7: Zoom sulla sommità del menhir, vista da Sud

Figura 8: Sommità del menhir vista da Sud, con sovrapposizione di linee, che idealizzano la struttura del trapezoide in cui è sbozzata la parte sommitale del blocco parallelepipedo

Figura 6: Menhir Celimanna visto da Sud

In testa al menhir è apposta una croce di ferro, confitta nella pietra. Se di origine cristiana, la smussatura degli spigoli laterali, deriva da un’esigenza volta a convertire almeno idealmente, la forma del monolite, da quella del parallelepipedo, legata all’antica religione dei menhir e alle funzioni pratiche e magico-religiose del megalite a p.s., verso la forma cilindrica, più neutra e consona alla nuova religione locale cristiana, che non riconosceva più e/o aveva dimenticato le antiche molteplici valenze del bethilos a p.s. cui la sua forma parallelepipeda era collegata; si hanno casi evidenti di menhir a p.s. ottagonalizzati con forti e relativamente rifinite smussature degli spigoli, nell’intervento di conversione in colonne cristiane; si pensi ad esempio al menhir di Ussano in agro di Cavallino, o al menhir Cupa II in agro di Scorrano.

In tal caso, tornando al menhir di Celimanna, la smussatura in testa permetteva di dar slancio al monolite e risalto estetico alla croce, richiamando anche qui, la simbologia della “Croce sul Calvario”.

Figura 4: Obelisco di Amenofis II a Karnak. Epoca: XVIII dinastia.

Foto tratta da www. sofiaoriginals.com 

 

La struttura superiore a gradone come quella a trapezoide, potrebbe però essere originaria in questi menhir. In questo caso la presenza del gradino, o del  trapezoide,  in testa diviene un elemento molto interessante, il cui significato deve esser letto in chiave simbolica, alla luce del culto betilico in generale e più nello specifico, nell’ambito della particolare forma che esso assunse nel Salento, terra intermedia tra Occidente e Oriente, tra il megalitismo di tradizione neolitica europeo, e le fiorenti civiltà della cosiddetta “Mezza Luna Fertile” (tra Egitto e Mesopotamia); influssi molteplici, che ritroveremo eccezionalmente proprio nel menhir qui analizzato, e che ci permetteranno di far luce ulteriore sul megalitismo salentino, da ritenersi pur sempre fenomeno antropologico dai forti connotati locali.

Gli obelischi egizi, sulla cui trattazione presto dedicherò una mia monografia, data la necessità di un confronto tra il megalitismo salentino e quello “orientale”, son l’espressione più evidente e nota, di bethilos innalzati dalle antiche civiltà della “mezza luna fertile”. Come negli obelischi si osserva un “piramidone” in testa, così molti menhir informi salentini sono sagomati o son costituiti da massi monolitici scelti in modo tale da presentare una punta sulla sommità o una struttura subconica.

 

A questo tema, quello del “menhir informe” salentino, dedicherò presto ampie trattazioni frutto dei miei studi e scoperte; intanto qui presento la foto di un menhir informe, alto circa un metro,  facente parte di un interessantissimo alignement, in un’area del Salento, dove ho anche riscontrato la presenza di insediamenti umani di età neolitica e protostorica, che ho fatto oggetto di segnalazione alla Soprintendenza Archeologica di Taranto.

Figura 5: menhir informe salentino di forma sub-conica.

Figura 5: Menhir informe salentino di forma sub-conica.

Nella realizzazione del bethilos compare universalmente una tensione artistica e magico-religiosa, verso il completamento della struttura con una forma a punta, aspetto che si può spiegare solo approfondendo il significato profondo, archetipo, del culto betilico.

Tale tensione artistica e magico-religiosa, certamente operò anche negli uomini che idearono e realizzarono i menhir a pilastro squadrato. Questi megaliti usualmente hanno forma parallelepipeda quasi perfetta, dunque mancano di una punta in testa. La loro superficie piatta in sommità era legata funzionalmente alla ritualità cui questi speciali menhir, quelli squadrati appunto, erano destinati, tant’è che in testa si ritrovavano scavati, spesso, uno o più fori o una o più bacinelle e persino canalette (anche su questo punto fornirò presto maggiori importanti dettagli frutto di inedite mie osservazioni).

Nel menhir squadrato la tensione verso il completamento a punta del bethilos e la necessità funzionale della testa piatta, implicata dai riti speciali che erano previsti dalla religione betilica pugliese, diede luogo talvolta a soluzioni di compromesso, quali forse quella della struttura a gradone, o a trapezoide, in testa.

La necessità dello studio attento della “struttura a gradone in testa” del menhir Vicinanze I, nasce dall’osservazione di sagomature simili, sebbene meno evidenti e molto più usurate, sulla sommità di altri menhir a pilastro squadrato salentini, quali ad esempio,il menhir Sant’Anna di Zollino, e ancora in agro di Giurdignano il menhir Madonna di Costantinopoli, e il menhir Vicinanze II, a soli 220 menhir dalla pietrafitta qui oggetto di approfondita analisi; si aggiunga anche, in base a quanto sopra ricordato, il distrutto menhir di Tafagnano in agro di Lizzanello. 

Figura 9: Menhir Candelora in agro di Melpignano. Si osservi la sua sommità conformata a punta, che permette un confronto tra la forma di questo monolite a p.s. e quella del classico obelisco egizio.

Più in generale, quella “a gradone” e quella “a trapezoide” son soluzioni artistiche differenti, espressioni sempre delle stesse tensioni psicologiche verso il completamento a punta del bethilos e del loro compromesso con esigenze funzionali, quali quelle che abbiamo sottolineato poc’anzi per la testa dei menhir salentini a p.s., o anche, in seno alla cultura cristiana, quella di avere la base per il posizionamento di una croce o di una statua, sulla colonna, che conserva sempre, archetipicamente, l’antica valenza di bethilos. Questi concetti saranno ancor più chiari proseguendo nella lettura di questo studio.

Per capire come la concettualità della punta protesa dalla terra verso il cielo, possa esprimersi tanto con forme a gradoni, quanto con forme trapezoidali (-piramidali), basti considerare le varianti architettoniche con cui nei millenni, l’uomo ha elevato quelle che genericamente vengono chiamate “piramidi”. Strutture a trapezoide o piramidali. a pareti lisce o a gradoni.

Edifici, le piramidi, che condividono con il bethilos, la medesima tensione magico-religiosa dell’uomo proiettato dalla terra verso il cielo.

In alcuni rari casi si hanno anche menhir salentini, sempre a pilastro squadrato, in cui si osserva addirittura una sbozzatura della sommità “a punta”; aspetto questo che permette un doveroso confronto con la morfologia a piramidone che caratterizza l’estremità superiore dell’obelisco egizio. É il caso ad esempio del menhir Candelora in agro di Melpignano.  Il De Giorgi scrisse nel suo articolo a proposito di questo bethilos a p. s. : “è stato (...) appuntito a colpi di pietra”.

Anche il menhir Grassi in agro di Carpignano Salentino, presenta in testa un rozzo completamento a punta, e sarebbe opportuno uno studio più attento per stabilire se conseguenza di vandalici abbattimenti, o di crolli naturali o se sia stato così appositamente sbozzato.

Altre interessanti varianti in testa di alcuni menhir pugliesi a p.s. come per il menhir Monaco di Modugno o per il menhir Vardare di Diso, saranno esaminate in mie successive monografie.


 

Nota introduttiva. Presento qui un’attenta analisi delle superfici del menhir Vicinanze I, che mi ha permesso di sviluppare, anche in questo caso, interessanti confronti con altre realtà megalitiche del Mediterraneo.

Analisi degli spigoli del menhir Vicinanze I

Gli spigoli del menhir, che si presentano grossomodo vivi quasi perfettamente a squadro, son solo leggermente arrotondati dall’azione erosiva degli agenti esogeni. La loro continuità è interrotta dalla presenza di alcune tacche cuneiformi, il cui significato e ampia diffusione su questo tipo di menhir salentini a p.s., sarà oggetto di un mio capitolo successivo.

 

Orientamento caratteristico delle facce del menhir Vicinanze I e di altri menhir a pilastro squadrato pugliesi e suo significato

Le facce maggiori del monolite guardano, con alta precisione nelle direzioni Est ed Ovest, ovvero a levante e a ponente; son pertanto parallele alla direzione del meridiano (Nord-Sud) passante per il centro della sezione del menhir.

Figura 10: orientazione del menhir Vicinanze I, secondo i dati riferiti da C. De Giorgi.

 Vista in pianta.

Per l’orientazione del monolite abbiamo riportiamo le misurazioni effettuate dallo scrupoloso scienziato C. De Giorgi, nei primi del ‘900. L’orientazione che egli rilevò, è, come abbiamo verificato grossomodo, quella che ancor oggi si osserva.

In realtà da una misurazione frettolosa effettuata con bussola, durante il sopralluogo del 7 maggio, abbiamo ottenuto per le facce maggiore, un’esposizione a ENE e a WSW, anziché perfettamente ad Est e ad Ovest, come rilevato dal De Giorgi.  Si tenga anche conto del fatto che la nostra misurazione con bussola magnetica, è affetta dall’errore della declinazione magnetica locale presente nel momento della misurazione.

Data la presenza di cemento apposto alla base del megalite, non possiamo escludere che questi abbia subito piccoli spostamenti, rotazioni minime attorno al suo asse verticale, durante i non ben chiari interventi di restauro, che ha subito nel  corso del ‘900, e che ne hanno forse alterato l’originaria importante orientazione; per questo motivo abbiamo preferito attenerci ai dati del De Giorgi, senza procedere a nuove accurate misurazioni dell’orientazioni attuale della pietrafitta, la cui ubicazione è comunque rimasta immutata. 

L’orientazione delle facce maggiori, disposte parallelamente al meridiano del luogo, contraddistingue numerosissimi menhir a pilastro squadrato pugliesi, tanto che laddove tale condizione non è verificata, spesso si scopre che le pietrefitte son state oggetto di riposizionamenti o spostamenti in epoche recenti. Purtuttavia per alcuni dei menhir a p.s. non orientati est-ovest (cioè, “non con le facce maggiori quasi perpendicolari all’asse levante-ponente”), non possiamo escludere, che tali anomalie di orientamento, dal significato ancora sconosciuto, possano esser state previste durante l’originario loro posizionamento.

L’orientazione prevalente est-ovest delle facce maggiori dei menhir salentini a p.s., che talvolta si osserva persino in alcuni dei menhir informi nei quali sia possibile distinguere due facce principali, ha una immediata spiegazione alla luce del culto betilico e del suo legame magico-religioso con il Sole, che sorge a Oriente e tramonta ad Occidente. Maggiori dettagli in tal senso saranno espressi nei paragrafi successivi.

Analisi delle superfici laterali minori del menhir Vicinanze I

  • Solchi di cavatura o sgrossatura

Sulle superfici laterali minori della pietrafitta a sezione rettangolare, si osservano numerosissimi solchi obliqui, molto irregolari e grossolani. Sono paralleli tra loro, cioè caratterizzati dalla stessa inclinazione, per ampi tratti, e interessano quasi completamente tutte queste superfici. Questi corrono talvolta da un estremo all’altro della faccia, e son molto fitti. Si osservano alcune zone in cui l’orientazione dei fasci di solchi si alterna. In particolare questo avviene nella parte superiore della faccia minore del menhir Vicinanze I, rivolta a meridione.

Si tratta dei solchi lasciati dagli strumenti di cavatura e sgrossatura, da accette o seghe usate per tagliare la tenera pietra calcarea in cui il menhir è realizzato.

Le facce minori spesso sono quelle meno rifinite nei menhir salentini a pilastro ben squadrato. Le facce maggiori, quelle principali e più importanti nei menhir a sezione rettangolare, sono invece generalmente meglio rifinite ed eventualmente sede privilegiata per la collocazione di decori petroglifici; aspetto che ne testimonia la loro maggiore rilevanza e che le qualifica come facce principali del bethilos.

Si osservano questi solchi di cavatura e grossolana sbozzatura sui lati minori di molti menhir salentini a pilastro squadrato realizzati nella tenera pietra calcarea salentina, della varietà detta ‘pietra leccese’. Ad esempio presentano lati minori con solchi di questo tipo  il menhir ‘Marrugo’, e i menhir ‘Gemelli’ di Montevergine, ecc.

Non mancano comunque nel Salento menhir squadrati, dove anche le superfici minori si presentano lisciate e rifinite al pari delle maggiori.

Figura 11: Faccia minore del menhir Vicinanze I, rivolta a meridione. Si osservino i solchi fittissimi che coprono con continuità la superficie, estendendosi spesso da un estremo all’ altro della faccia. Si osservi anche come la direzione media dei solchi del tratto superiore, grossomodo discendenti a 45° da sinistra verso destra, differisce da quella dei solchi del resto della superficie, che salgono all’incirca a 45°, procedendo da sinistra a destra. 

Figura 12: Nella foto a fianco, si mostra la faccia minore del menhir Vicinanze I, orientata a settentrione.

Con alcune linee scure si son evidenziati gli spigoli del monolite e con linee più sottili si  son messi in evidenza alcuni dei numerosissimi solchi paralleli che ricoprono tale faccia minore.

 

Analisi della faccia maggiore rivolta ad Ovest del menhir Vicinanze I

  • Microcoppelle e “occhio del menhir”

Consideriamo la faccia maggiore del menhir Vicinanze I rivolta ad Ovest. Nella parte medio bassa si può notare un solco orizzontale irregolare molto antico, come mostra l’erosione dei suoi margini.

 Si osservano numerose micro-coppelle; si tratta di piccoli fori circolari diffusi su tutta la superficie e distanziati tra loro. Son distribuiti, per lo meno ad una prima osservazione superficiale, casualmente, e con densità inferiore rispetto a quella dei fori distribuiti sulla faccia bucherellata del menhir Cutura, anche detto menhir Pezza, ubicato in agro di Giuggianello, e oggetto di miei approfonditi e importanti studi, volti alla penetrazione dei segreti del megalitismo salentino (rimando alla loro lettura per un approfondimento).

La concentrazione di microcoppelle pare maggiore nella parte media e superiore della faccia.

 

Figura 13: Menhir Vicinanze I. Porzione media e superiore della faccia maggiore rivolta ad Ovest.

Figura 14: Menhir Vicinanze I, vista da SW della sua porzione media e superiore.

Figura 15: Menhir Vicinanze I, vista da NW della sua porzione media e superiore.

Sebbene qui si tratti di microcoppelle, ovvero di forellini più piccoli e circolari, vi è una analogia molto forte con i decori a coppelle (di dimensioni leggermente superiori), osservati sulle facce maggiori del menhir Franite, in agro di Maglie.

Sulla faccia rivolta ad occidente del Vicinanze I, si osservano dei solchi rettilinei con andamenti molto variabile, simili a quelli che interessano le facce minori, ma con densità inferiore, segno della maggiore cura posta nella finitura di questa superficie.

Osserviamo sulla stessa faccia a West, nella parte alta, a circa dieci centimetri dalla scanalatura superiore, un foro circolare cieco, del diametro di circa 3 cm, scavato nella pietrafitta. Si tratta del solito foro, che io definisco ‘occhio del menhir’, e che si osserva su numerosi menhir a p.s. salentini o più in generale pugliesi e che ho riscontrato persino su menhir a p.s. dell’arcipelago maltese. Sulla diffusione e simbologia dell’“occhio del menhir”, tratterò poco più avanti e in seguito in un capitolo dedicato a questa interessante peculiarità di alcune pietrefitte, sin ora passata quasi totalmente inosservata.

Confronto dei decori petroglifici di alcuni menhir a pilastro squadrato salentini  con decori megalitici maltesi e sardi.

Figura 16:  tempio di Mnajdra. Ortostato squadrato decorato con microcoppelle. Si osservi come soprattutto nella parte inferiore le distanze reciproche tra le forature sono maggiori e la loro densità diminuisce rispetto a quanto osservabile nella porzione superiore. Foto tratta da www.megalithic.co.uk .

I confronti tra alcuni decori megalitici presenti nei templi maltesi di Mnajdra e Hagar Qim, e le forature osservate sul menhir Cutura, nonché con alcuni petroglifi a microcoppelle osservati sul menhir Croce Sant’Antonio e sul menhir di Bagnolo, possono anche essere estesi a quei menhir come il Franite o il Vicinanze I, in cui abbiamo osservato coppelle o microcoppelle, leggermente distanziate tra loro e distribuite su ampie porzioni delle facce delle pietrefitte, generalmente le facce maggiori.  Analoga situazione si osserva su numerosi altri menhir a p.s. salentini, come ad esempio sul menhir di Lequile detto “Aja della Corte” e sul menhir Montevergine I in agro di Palmariggi, interessati da microcoppelle distanziate tra loro e distribuite soprattutto sulle facce maggiori.

Figura 17: frammento di menhir decorato a coppelle. Piscina ‘e Sali (Laconi-Sardegna)

Mentre per il menhir Cutura abbiamo fatto un confronto con lastre megalitiche decorate con molt